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09 gennaio 2017

Cari amici, è passato molto tempo dall'ultimo post su questo blog.
Non ho smesso di scrivere in realtà, mi sono però dedicato a sviluppare un tema più impegnativo: 200 pagine che sto per concludere.
Nel frattempo vi segnalo questo articolo pubblicato su www.manageritalia.it



E' tratto da una ricerca che ho condotto con BureauVan Dijk Italia.

Stay tuned !

18 aprile 2016

Democrazia diretta: una vera proposta

Archiviato anche questo referendum, inutile come molti altri, rimane una domanda di democrazia diretta che meriterebbe risposte più efficaci. Non piacerà ai cultori del "segnale": quelle minoranze rumorose  che fanno dell'opposizione una professione, che trasformano la vittoria in una battaglia in un successo epocale e soprattutto avanzano impettiti, fieri della loro presunta superiorità morale.
E' una proposta che renderebbe il giudizio popolare complementare a quello parlamentare, invece che antagonista.
In breve e per punti:

  • ogni cittadino iscritto alle liste elettorali ha diritto di comunicare la propria volontà di NON delegare il Parlamento a legiferare su alcune materie specifiche (es.ambiente, etica, famiglia); nel momento in cui si reca a votare questa volontà diviene effettiva e viene definito "decisore diretto";
  • il Parlamento eletto rappresenta perciò, nelle specifiche materie ammesse, tutti i cittadini meno i decisori diretti Esempio: se il 10% non ha delegato in materia ambientale, i parlamentari possono contare fino al 90%;
  • nelle sedute in cui si delibera a maggioranza dei presenti i decisori diretti si considerano "presenti";
  • in pratica il quorum della maggioranza parlamentare aumenta: nell'esempio precedente, considerando per semplicità tutti i parlamentari presenti, sarebbe del 60%  + 1 voto,  invece che 50% + 1;
  • se la legge al voto (o alcuni articoli di essa) non raggiunge la maggioranza così determinata, i proponenti possono ricorrere al voto diretto;
  • i decisori diretti, convocati con breve preavviso (es. 7-15 gg) esprimono il loro voto tramite modalità elettronica. Chi non vota decade per 10 anni dalla facoltà di non delegare;
  • i voti dei decisori diretti (ovviamente riproporzionati) si sommano a quelli dei parlamentari, determinando così l'approvazione  o il rigetto della legge.
Questo sistema presuppone che i decisori diretti siano attenti e informati, pronti quindi a votare una legge di cui hanno seguito le discussioni; non devono diventare una massa mobilitabile con lunghe campagne pubblicitarie.
La democrazia diretta così realizzata consente inoltre di dare voce a minoranze che possono faticare ad esprimere i propri rappresentanti a causa dei criteri territoriali con cui sono definiti i collegi: portatori cioè di idee e di interessi diffusi su tutto il territorio, che oggi possono essere del tutto esclusi dalla rappresentanza parlamentare, se non trovano un rappresentante vincente in almeno un territorio; a differenza di interessi locali, maggioritari in alcuni territori e magari del tutto assenti in altri. Nei sistemi elettorali corrente e precedenti sono di fatto costretti ad inseguire un posto nei "listini chiusi" o nei "collegi blindati", decisi dai vertici dei partiti.
Su molte materie importanti, sulle scelte di lungo periodo che superano l'orizzonte dei governi in carica, questa forma di democrazia diretta potrebbe rafforzare la democrazia e consentire l'esercizio di un voto d'opinione troppo spesso sacrificato dalle logiche dei partiti.

13 aprile 2015

Né lavoro autonomo né dipendente

Tasso di disoccupazione: 13,2%. Tasso di occupazione: 55,6%.
Con una battuta amara, pare che in Italia sia proprio scomparso il lavoro, senza distinzioni.
Nonostante l’innegabile impegno degli ultimi governi il lavoro non si crea per decreto. E nemmeno con scritti come questo.

Il costo, la legislazione e la contrattazione riguardanti il lavoro sono tuttavia fattori rilevanti, unitamente all'organizzazione e alla qualificazione, per determinarne la produttività; fare perciò chiarezza, mandare in pensione definizioni obsolete (su quelle non è intervenuta la Fornero…) e proporre modelli coerenti con la crescita può contribuire ad eliminare vincoli, complessità e oneri ingiustificati. Evitando anche di creare dannose contrapposizioni tra categorie di cittadini la cui coesione sarebbe preziosa in un momento così difficile.

La provocazione del titolo trae origine da un’osservazione approfondita dell’organizzazione di aziende e settori: l’articolazione interna, la collaborazione tra entità legali, l’organizzazione di filiera sono divenute talmente articolate da rendere poco rilevante la classificazione tra “dipendenti” e “autonomi”.
Davvero possiamo considerare “dipendente” un direttore generale e “autonomo” un giovane avvocato di un grande Studio? Un project manager rispetto ad un agente monomandatario? Un consulente informatico rispetto a un consulente tributario?
Le aziende moderne si organizzano consentendo vari gradi di autonomia alle diverse componenti organizzative, misurate in base a obiettivi, in un quadro di regole interne dinamico e in evoluzione costante, integrando e scorporando continuamente rami e intere aziende, settori di business, organizzazioni territoriali.
Lo stesso accade in tutti i settori di servizi sorti più recentemente e pertanto non condizionati da modelli professionali storici; ma anche all’interno di questi ultimi (avvocati, commercialisti, architetti, ingegneri, medici, dentisti etc) l’evoluzione verso forme organizzative più ampie, con gerarchie e suddivisione del lavoro professionale ben definite, è senza dubbio in atto, da tempo. Il lavoro si svolge in un continuum in cui il grado di dipendenza gerarchica è sempre meno riconoscibile e in ogni caso meno rilevante.
Il criterio più fondamentale è probabilmente quello della contrattazione e fissazione della remunerazione. Ma quando una parte rilevante di essa è variabile, come lo è il tempo impiegato (part-time, a chiamata, stagionale, a progetto) è davvero possibile distinguerla da quella contrattata con un professionista? E quando quest’ultimo ha l’evidente necessità di entrare in relazione con l’organizzazione dell’azienda, condividendone spazi e regole, ma anche obiettivi e risultati, che grado di autonomia ha? E soprattutto quanto può essere autonomo un professionista che lavora in una grande struttura in cui un collega vende i servizi, un altro seleziona i professionisti e assegna gli incarichi, in cui esistono spazi e procedure comuni?
Forse la prova dell’avvenuta definitiva ibridazione è la cosiddetta “Partita IVA”. Già essere costretti a definire una persona, spesso dotata di professionalità specifica ed evoluta, con il riferimento a un numero di matricola è di una tristezza infinita, dà l’idea di una massa senza nome. Un operaio non è una “matricola” anche se negli archivi aziendali tale numero esiste. Un commerciante ha un codice di Partita IVA, ma viene definito in base alle merceologie che tratta.
La Partita IVA lavora in un limbo: spesso esattamente come un dipendente, ma non può dirlo. Spesso ha una professionalità accertata, ma nessuno lo rappresenta nei luoghi che contano, non riesce o non vuole darsi un’identità precisa. Altri invece lavorano saltuariamente “a Partita IVA”.
Alla fine ciò che distingue realmente le diverse figure autonome e dipendenti sono le norme fiscali e contributive. E’ un paradosso: in partenza, forse, erano determinate in base al lavoro svolto, ora è il contrario. Addirittura l’INPS si arroga il diritto di decidere che tipo di lavoro tu stia realmente svolgendo, in base alle sue definizioni e casistiche, con ampia autonomia decisionale e onere di dimostrare il contrario a carico del lavoratore.
Nella pratica i dipendenti sono coloro ai quali l’azienda pratica ritenute fiscali e previdenziali alla fonte e conguagli a fine anno, gli autonomi quelli che invece dichiarano i redditi, pagano di conseguenza anticipi e saldi e sono perciò più soggetti ad accertamenti, anche presuntivi.
So bene che molti consulenti del lavoro e avvocati proveranno orrore alla lettura di queste righe per “tanta superficialità e tale misconoscimento del diritto formatosi in decenni di leggi, casistiche e sentenze”. E’ proprio questo il problema: l’organizzazione del lavoro non ne ha necessità, e anzi è penalizzata da tale complessità.
Questa situazione confusa e debolmente motivata fa sì infatti che ad ogni riforma qualche categoria sia più colpita di altre, che si creino distorsioni, che il passaggio da una categoria all'altra sia complesso, fonte d’incertezza, spesso penalizzante.
Il mercato del lavoro non richiede questa complessa e confusa articolazione, semplicemente la subisce.

Il lavoro organizzato

Proviamo quindi a dimenticare per un attimo le definizioni, le prassi e le consuetudini attuali, che portano alla distinzione tra lavoro autonomo e dipendente, e concentriamoci sulla sostanza contrattuale. Nella maggior parte dei casi il contratto si inscrive in una realtà organizzata, in cui quel lavoro specifico ha un ruolo, regole, obiettivi, modalità, requisiti di competenza, risultati da raggiungere, tempo da dedicare, il cui significato deriva dall'organizzazione (a sua volta articolata in una o più realtà societarie, unità produttive, divisioni, uffici etc). Il contratto è quindi sottoscritto tra una persona fisica e un rappresentante dell’organizzazione.
Il contratto contiene norme relative all'esercizio dell’attività, alla sua cessazione, alla remunerazione (fissa e/o variabile), al welfare, a garanzie, assicurazioni, reciproci impegni.
Il fatto che esistano contratti-tipo (tipicamente contratti collettivi nazionali) ha due grandi vantaggi: 1) semplifica la contrattazione in fase di assunzione e cessazione 2) consente di organizzare servizi di welfare basati sui numeri di una collettività e su concetti di mutualità, ben difficilmente perseguibili con altri strumenti. La possibilità di organizzarsi sulla base di caratteristiche professionali, e di autogestire quindi i propri fondi contrattuali, è una delle fondamentali libertà associative di un cittadino.
In questa casistica rientrano un numero elevatissimo di attività, sicuramente quelle di “lavoro dipendente” ma anche molte definite “autonome”. Vi sono comprese infatti anche quelle svolte per organizzazioni che erogano servizi ad altre organizzazioni, come ad esempio gli studi professionali. Poco conta anche il fatto che il lavoratore operi per una o più organizzazioni: in assenza di clausole di esclusiva sarà sua cura rendere compatibili le diverse attività e i diversi contratti potrebbero essere del tutto simili tra loro.
Il presupposto di questa forma contrattuale è la distinzione tra il lavoratore e chi rappresenta l’organizzazione.

Il lavoro auto-organizzato

Le attuali definizioni del lavoro rendono estremamente opaca la rappresentazione di quello svolto presso organizzazioni di cui lavoratore è socio o addirittura unico proprietario: piccole imprese, nella forma di società di persone o di capitali, ditte individuali.
Qui prevale una definizione di “imprenditore” che non rende ragione alle reali leve di generazione del valore, rappresentate dal lavoro (che comprende anche il know-how, le competenze e le relazioni) e dal capitale investito (che comprende anche la capacità di ottenere credito). Il successo dell’impresa dipende dal mix delle due componenti, ma non v’è dubbio che siano mosse da logiche distinte, che nel tempo possano prevalere l’una o l’altra e che non necessariamente debbano entrambe rimanere nelle mani della stessa persona.
In assenza di contraddittorio tra il lavoratore e il rappresentante dell’organizzazione, che sono in questo caso la stessa persona o strettamente legati da vincoli di parentela, diventa difficile determinare in modo oggettivo, o comunque di mercato, il ruolo e la retribuzione. È invece più facile stimare, anche convenzionalmente la redditività del capitale investito: essa sarà infatti differente per ogni azienda, ma la differenza dipenderà proprio dalle componenti di lavoro (incluse quindi le competenze e le relazioni) dell’imprenditore. Dalla sua remunerazione totale sarà quindi sufficiente detrarre quella della componente derivante dal capitale per determinare quella del lavoro prestato. La componente di capitale potrà essere calcolata applicando tassi di rendimento generali o di settore, o legandola all’andamento di indici rappresentativi dell’attività svolta. La fiscalità sarà determinata dalle regole generali di tassazione dei redditi da capitale.
Il caso limite è infine quello del lavoratore singolo, con attività rivolta al pubblico: il piccolo artigiano o commerciante per esempio. In questo caso che senso avrebbe formalizzare un contratto, stante l’identificazione dell’impresa con la persona? Anche senza contratto tuttavia si può applicare il medesimo principio e suddividere il reddito d’impresa nelle due componenti di capitale e di lavoro.

Fisco e previdenza obbligatoria

Dal lato fiscale la semplificazione sarebbe notevole: una componente significativa delle remunerazioni sarebbe infatti predeterminata a livello annuale / mensile, proprio come oggi avviene per i “dipendenti”. Quella variabile, che includerebbe i dividendi distribuiti, al netto della componente di remunerazione del capitale, sarebbe comunque soggetta alle medesime aliquote e regole, fatta salva la diversa e meno regolare temporalità. Nell’arco della storia lavorativa di una persona la componente fissa / stimata risulterebbe maggiormente determinabile, anche per il lavoro professionale e commerciale, più soggetto alla variabilità delle remunerazioni.
Ma la vera rivoluzione dovrebbe avvenire nella previdenza, distinguendo quella obbligatoria (l’attuale INPS per intenderci) da quella contrattuale o individuale.
La mia idea è che la previdenza obbligatoria debba unicamente garantire la pensione minima di vecchiaia, d’importo sufficiente al proprio mantenimento, per evitare che persone in età avanzata, e quindi con forti limiti nell'attività lavorativa, debbano ricorrere a sussidi statali per sopravvivere. L’accantonamento stimato come necessario dovrebbe essere accumulato, in continuità di lavoro, nell'arco di 25-30 anni, in modo da consentire comunque, anche in presenza di periodi di disoccupazione o sotto-occupazione, di raggiungere, in un periodo più lungo, l’importo necessario ad erogare la futura pensione.
E’ evidente che tale impostazione comporterebbe nella fase di iniziale applicazione un forte deficit di cassa per l’Ente previdenziale, causato dallo squilibrio tra entrate, di minore entità, e le uscite, riferite ai contributi molto più elevati già versati e non completamente accantonati a riserva. Deficit che sarebbe da coprire tramite interventi fiscali, resi sostenibili tuttavia dalla diminuzione dei contributi previdenziali, e dal maggiore indebitamento dell’Ente.
Scomparirebbero così le “pensioni d’oro”, ma anche i “contributi d’oro” che oggi alcune categorie pagano e altre per anni non hanno pagato. Verrebbe meno anche la necessità di integrare le pensioni minime (misura spesso necessaria ma fortemente ingiusta nei confronti di chi ha regolarmente versato i contributi per anni) e di erogare pensioni di reversibilità. L’accumulo per il coniuge privo di redditi avverrebbe infatti con le medesime modalità e principi, a carico del coniuge occupato.
I contratti collettivi e gli accordi di categoria consentirebbero, con maggiore libertà e rilevanza di quanto oggi accada, di sviluppare forme di welfare collettive più flessibili e maggiormente tarate sulle caratteristiche dei lavoratori, senza abdicare al principio della mutualità e alla forza della collettività.
Regole fiscali e previdenziali obbligatorie che varrebbero per tutti allo stesso modo, con le stesse aliquote e modalità, facendo sparire nel tempo gestioni separate e gestioni obbligatorie settoriali, le cui differenziazioni causano spesso la “convenienza” di una forma contrattuale rispetto ad un’altra, pur con attività e mansioni similari.

La cessazione del rapporto di lavoro

Gli argomenti legati alla cessazione del rapporto di lavoro (termine, preavviso, indennità, sussidi) sono normalmente considerati tipici del rapporto di lavoro “dipendente”. Fermo restando quanto detto prima sull'impossibilità di misurare il grado di “dipendenza”, in tutte le attività svolte in modo continuativo, non occasionale, si pongono gli stessi problemi. Quanto il contratto è “a termine” la sua remunerazione può prevedere già implicitamente una remunerazione del periodo di assenza di reddito, e anche nelle attività professionali considerate “autonome” è del tutto frequente che vi sia un preavviso per la cessazione dell’attività e un’indennità sostitutiva in caso di richiesta di cessazione immediata. Le situazioni sono molto diverse quando si parla di sussidi di disoccupazione, di cassa integrazione guadagni, di incentivi all'esodo.
Il principio generale dovrebbe essere il seguente: la cessazione di un rapporto di lavoro comporta un onere legato alla cessazione della remunerazione. Tale onere può essere posto a carico a) del lavoratore b) del datore di lavoro / cliente c) della collettività.
Il modello più efficace prevede una suddivisione degli oneri:
1) una quota fissa, di importo certo, a carico del datore di lavoro, che dovrebbe esistere anche nel caso in cui il contratto sia esclusivo e a termine e il lavoratore non trovi immediatamente un’altra occupazione;
2) una quota a carico della collettività, prevalentemente costituita da servizi di riqualificazione e ricollocamento per i lavoratori privi di occupazione, ma anche di sussidio diretto, condizionato alla ricerca di occupazione e accettazione delle proposte ricevute;
3) una quota indeterminata, sostanzialmente rappresentata da quanto non coperto dalle due precedenti, che rimarrebbe comunque a carico del lavoratore.
Accordi tra le parti sociali potrebbero introdurre elementi di mutualità e di sinergia tra le componenti a carico dell’azienda (1) e del lavoratore (3).

A determinate condizioni, soggette a verifica, i sussidi sarebbero erogabili anche a soggetti con rapporti di lavoro definiti come auto-organizzati, nel caso in cui l’attività non generasse alcuna remunerazione o comunque non fosse superiore alla componente convenzionale di remunerazione del capitale.

Conclusioni

Scenari futuribili? Certamente, ma almeno in grado di orientare una necessaria e urgente evoluzione del lavoro, ponendo fine alla “guerra” tra autonomi e dipendenti, realizzando vera equità e restituendo dignità professionale alle “partite IVA”. Anche i benefici in termini di semplificazione e controllo del gettito fiscale e previdenziale, di stabilità e flessibilità del sistema previdenziale sarebbero notevoli.
Iniziamo a parlarne e a muovere gradualmente qualche passo in una nuova direzione.

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Con questo articolo si conclude una serie di tre scritti, che partono da un'analisi delle debolezze italiane e propongono soluzioni di sviluppo per l'aziende e di innovazione nel lavoro.
Gli altri articoli sono:








17 marzo 2015

PMI addio

Nell'articolo precedente “Produttività italiana: il male oscuro” ho provato a ricostruire la notevole serie di recenti insuccessi dell’economia italiana, collegandoli alla caratteristica dimensionale delle sue imprese, di quelle piccole in particolare.
La dimensione tuttavia è solo un elemento, osservabile come dato di fatto in un quadro macro-economico e certamente correlato alla crescita, ma insufficiente a descrivere in modo univoco il “carattere” di un’impresa. Lo sanno tutti, anche in Italia.
Eppure abbiamo utilizzato l’acronimo PMI (Piccole e Medie Imprese) come un diluvio, che ha riempito le nostre leggi, i discorsi dei politici e degli economisti, i giornali e i telegiornali, i convegni e le chiacchiere nei bar. E’ diventato il simbolo della nostra economia, ha sostituito di fatto lo stellone come simbolo della nostra Repubblica. Le aziende italiane “sono le PMI”, le altre sono “le multinazionali”, anche quando hanno management e personale italianissimi. Se il quartier generale è in Italia allora si aggiunge “tascabili”.
Le PMI sono sempre oggetto di attenzioni, cure e protezioni (a parole) da parte dei politici. D’altronde sono del tutto prevalenti nel censimento delle imprese italiane: su 4,4 mil. le micro-imprese (meno di 10 dipendenti) sono addirittura 4,1 mil.; le vere e proprie piccole e medie imprese (da 11 a 249 addetti) sono poco più di 200.000; le grandi (con più di 250 dipendenti) sono soltanto 3.400 [1].

Il numero incredibilmente alto sul totale dovrebbe di per sé far riflettere: che significato ha metterle tutte insieme, in un grande unico calderone?
L’identificazione dell’Italia con queste tre lettere “PMI”, che rappresentano solo una variabile statistica, non è una semplificazione di analisi economica: è una banalizzazione.
Sarebbe come se parlando di poesia ci definissimo “il popolo degli EDS (endecasillabi)” o di turismo “il popolo dell’H2O” visto che siamo circondati da mari e laghi e fiumi abbondano.
Per queste ragioni credo si debba eliminare dal vocabolario corrente il termine “PMI”.

Eliminiamolo da tutte le leggi e da tutti i discorsi politici. Lasciamolo agli economisti e agli statistici, che non avranno difficoltà a trovare mille modi diversi per classificarle. Un po’ alla volta il termine sparirà anche dai giornali, dai talk show e dai bar.
Squarciato così il velo d’ipocrisia e pressapochismo che le ricopre, potremo finalmente guardare in faccia la realtà e forse immaginare qualche soluzione alla crisi di crescita del nostro paese.

LE GIOVANI IMPRESE

Partiamo dalle imprese che sono piccole per età, quelle nate da poco. Qui ci viene in aiuto, ma fino a un certo punto, una definizione altrettanto onnipresente: le “start-up”.
Il termine rimanda, nell’immaginario comune, ad iniziative fortemente innovative, spesso fantasiose, sviluppate da giovani e basate su tecnologie informatiche. Un tipo di start-up di cui abbiamo certamente bisogno, ma che non rappresenta la totalità delle giovani imprese né, da solo, può innescare una crescita solida e costante. Non è un mistero che le aree del mondo in cui nascono più giovani società di questo tipo vedano una forte presenza di investimenti in settori quali la difesa, l’aerospaziale, la farmaceutica. E in generale è un tessuto economico fortemente orientato a sperimentare novità, che favorisce la nascita e la crescita di nuove imprese.
Utilizzando il parametro TEA (Total early stage Entrepreneurial Activity Rate) la situazione critica dell’Italia appare evidente: è fortemente distanziata dagli USA, Olanda e UK, ma anche notevolmente al di sotto di Germania e Francia. L’indicatore, che rappresenta la percentuale della popolazione adulta proprietaria, comproprietaria o manager di un’impresa nascente (col.b, con meno di 3 mesi di vita) o di una nuova impresa (col.c, da 3 a 42 mesi di vita)[2], evidenzia inoltre le ragioni che spingono ad avviare una nuova impresa in Italia: ragioni soprattutto “difensive”, legate all’assenza di altre opportunità di lavoro o di reddito, e molto meno all’opportunità di migliorare la propria condizione e il reddito, pur disponendone già in misura soddisfacente (solo il 22,3% dei nuovi imprenditori, dato incredibilmente basso).




La fase della nascita di una nuova impresa è importante, è fondamentale, in tutti i settori, sia in quelli più vicini alla ricerca, che in quelli più consolidati; il potenziale di trasformazione nei settori “tradizionali”, nei servizi in particolare, è notevole. Ed è nella creazione di una nuova impresa che è davvero fondamentale il ruolo dell’imprenditore, di quel soggetto cioè che aggrega e organizza risorse umane, tecnologiche, economiche e relazionali per creare un nuovo “cocktail”. Il termine di imprenditore si riferisce propriamente a questi soggetti.
Ma far nascere nuove imprese, non solo nei settori delle nuove tecnologie, appare … un’impresa, in Italia. Una fatica, un percorso pieno d’insidie, di costi e di rischi, con scarse prospettive e in un ambiente economico disponibile a darti un premio simbolico fino a quando non fatturi un Euro, ma nessuna commessa pubblica o privata e nessun aiuto per crescere. Anche per queste ragioni i nuovi imprenditori italiani sono più spaventati di fallire rispetto a quelli di altri paesi:



E’ vero che qualcosa si è mosso anche nella normativa, in particolare grazie ad un gruppo di lavoro voluto dall'ex-ministro Corrado Passera (vedi cantierecrescita.gov.it), per provare a ridurre i vincoli all'avviamento di una nuova attività e quelli di gestione di un eventuale fallimento.
E’ tuttavia un’opera che va ripresa e completata. Per fare un esempio: non sono un appassionato di sussidi pubblici all'imprenditoria, che creano quasi sempre distorsioni concorrenziali, senza risultati apprezzabili, credo però che i pochi realmente utili si possano concentrare sulle giovani imprese.
Dove si parla quindi di sussidi e facilitazioni sostituiamo il termine PMI con “Giovani Imprese”, quelle fondate da non oltre 3-5 anni (dipende dai settori) e realmente nuove, non semplicemente rinnovate nella ragione sociale.
Inoltre non basta far nascere nuove imprese, occorre farle crescere. In Italia è questo il passaggio più critico e più ignorato: dalla start-up si passa nel mare magnum delle PMI. Dopo 3-5 anni di vita invece l’impresa è nella fase più importante e potenzialmente feconda della sua vita: se è ancora attiva significa che ha superato il primo fondamentale test di mercato, ma deve comprendere che destino la attende. Semplificando può avere:
  1. un potenziale di crescita significativo, che richiede investimenti in capitali e management;
  2. un risultato (prodotto, servizio, know-how) che genera valore, ma è in grado di crescere soltanto aggregandosi ad altre componenti;
  3. un modesto potenziale evolutivo, benché sia in grado di generare un reddito per il/i fondatore/i.
Alle giovani imprese serve un esame di maturità. Volontario, trasparente, affidato alle organizzazioni imprenditoriali e manageriali, alle università, ai centri di ricerca. L’impresa deve uscire dall'esame con un rating, spendibile per ottenere finanziamenti, per cercare partner e investitori, o invece per avviare un percorso di realizzo.
Chi decide di non sottoporsi all'esame viene collocato al gradino inferiore di rating.
Con l’esame di maturità l’impresa esce dalla gioventù. Il fondatore può decidere se continuare ad essere socio di capitale, manager o entrambi. Se sceglie quest’ultima via dovrà affrontare le inevitabili difficoltà di questo doppio ruolo ed essere sottoposto alle distinte discipline tipiche dell’una e dell’altra figura. Ma se è un vero “imprenditore”  non rimarrà troppo a lungo attaccato alla sua creatura, troverà presto una nuova sfida sulla quale mettere a frutto le sue migliori caratteristiche: quelle del fondatore di giovani aziende.

LE PICCOLE / GRANDI IMPRESE

Non sono le multinazionali tascabili. Sono imprese, o più spesso semplicemente entità legali, che pur avendo dimensioni modeste fanno parte dei grandi gruppi. Rappresentano una modalità organizzativa, non ha senso per loro parlare di crescita. Possono crescere o decrescere per effetto delle politiche del gruppo al quale appartengono ed è questo nel suo insieme che crescerà o meno.
Non si tratta soltanto di entità legali controllate direttamente o indirettamente: sono anche società costituite da soggetti indipendenti, o comunque formalmente distinti, ma che operano totalmente o quasi esclusivamente per un grande gruppo.
Non servono normative particolari per queste imprese, salvo quelle che favoriscono la trasparenza dei risultati e la distribuzioni degli utili, per evitare che l’autonomia societaria generi effetti distorsivi.
Di sicuro non ha senso chiamarle PMI.

LE IMPRESE di NICCHIA
Non conta tanto la dimensione assoluta, quanto quella relativa. Nei settori di nicchia, di modesta dimensione globale, è del tutto possibile che le posizioni di leadership siamo occupate da poche imprese, molto specializzate, di piccole dimensioni.
Se la nicchia è profittevole e difendibile vi opereranno per un periodo anche lungo, pur non potendo crescere in modo significativo. In alcuni casi la nicchia è determinata da specifiche normative, che restringono artificialmente il campo della concorrenza, ma si tratta di monopoli naturali o di patologie del sistema.
Sono PMI? Devono godere di normative speciali? E’ vero che, se per qualche ragione dovessero chiudere, difficilmente potranno essere rimpiazzate da soggetti diversi dai concorrenti diretti.
L’unica attenzione speciale dovrebbe quindi essere riservata alle procedure di gestione delle eventuali crisi di queste imprese, favorendone la continuità operativa, indipendentemente dalle dimensioni, gli investimenti per il rilancio e l’ingresso di una nuova compagine sociale.


LE AUTO-IMPRESE

L’ISTAT le definisce micro-imprese e come abbiamo visto sono oltre 4 milioni, circa il 95% del totale.
Il fatto è che le attuali definizioni del lavoro rendono estremamente opaca la rappresentazione di quello svolto presso organizzazioni in cui lavoratore è socio o addirittura unico proprietario: piccole imprese, nella forma di società di persone o di capitali, anche ditte individuali.
In questi casi la funzione dell’imprenditore si risolve nell’aggregazione e organizzazione del proprio lavoro e dei propri mezzi, al più quelli di qualche amico o parente, molto diversa rispetto a quella descritta parlando di giovani imprese.
Il caso limite è quello del lavoratore singolo, con attività rivolta al pubblico: il piccolo artigiano o commerciante per esempio. Un caso estremamente diffuso: circa 2,4 mil. di imprese hanno un solo addetto.
E’ evidente che la dimensione di lavoro è del tutto prevalente, la conservazione del medesimo  e le logiche difensive sono molto simili a quelle del c.d. “lavoro dipendente”. E’ comprensibile quindi che queste categorie si organizzino e aggreghino con forme che ricordano, nella fase rivendicativa, quelle dei sindacati di operai e impiegati.
Anche le norme dovrebbero tenerne conto, avvicinandosi a quelle che regolano il lavoro, semplificando gli adempimenti e non equiparandoli a quelli riservati a organizzazioni con un minimo di articolazione.
Delle auto-imprese si dovrebbe quindi parlare nell’ambito della norme sul lavoro, superando la distinzione obsoleta tra lavoro “autonomo” e “dipendente”.

LE PMI "RESTO del MONDO"

Rimangono infine moltissime altre imprese, la cui piccola dimensione è una variabile statistica e nulla più. Ve ne sono di ogni tipo: imprese antiche e legate a una famiglia, a un luogo, a un prodotto, imprese nane, il cui potenziale di crescita si è esaurito nel tempo, imprese che rinascono da una ristrutturazione, che operano in un piccolo segmento di filiera. Imprese spesso familiari o costituite da soci ormai anziani.
Alcune di queste sono organizzate come quelle più grandi, solo un po’ più semplicemente, hanno manager, spesso meno pagati rispetto a quelli dei colossi, competono apertamente nei loro mercati, vengono cedute, fanno investimenti, innovano.
All’estremo opposto si trovano quelle imprese organizzate in base ai rapporti di fiducia stabiliti dalla proprietà, che ne effettua direttamente la gestione; talvolta il loro successo dipende da relazioni specifiche con enti pubblici o privati, da concessioni o da situazioni che di fatto limitano la concorrenza; in generale vivono quanto i loro fondatori (o al massimo i primi eredi) e tendono più a conservare che a innovare.
Imprese redditizie o quasi fallite, stabili o perennemente in bilico, senza debiti o troppo indebitate: ve ne sono di ogni tipo e sono la concreta rappresentazione del mercato, in una società libera.
Hanno necessità di norme e azioni speciali? A mio parere, no. Devono affrontare la concorrenza come tutte le altre, anche più grandi, con le stesse regole. Logico che prevalgano le grandi, dove servono capitali, investimenti, economie di scala; prevarranno le piccole dopo la crisi di una grande impresa, nei mercati più frammentati, nei casi in cui singole persone eccellenti possono fare la differenza.
Non servono leggi specifiche, oltre a quelle che regolano la concorrenza. Non c’è un mix necessariamente migliore tra grandi e piccole e comunque è il mercato che lo determina.

RIPRENDERE LA CRESCITA

La crescita non dipende dai “modelli” d’impresa, né vanno in crisi “i modelli”.
Vanno in crisi le singole imprese e, se le regole di mercato non funzionano, non vengono sostituite da altre imprese più nuove, o più efficienti, o più grandi, o un mix di queste caratteristiche.
Per riprendere la crescita occorre quindi agire lungo alcune direttrici:
  1. delegificare, togliere lo strato di polvere e di norme che hanno cercato di rappresentare l’Italia come “la patria delle PMI”, nonché di quelle che proteggono monopoli e oligopoli in molti settori, senza reale utilità per la comunità;
  2. destinare risorse umane e finanziarie alle sole fasi di nascita e di crescita delle imprese realmente nuove, orientandole alla crescita o al consolidamento, secondo il potenziale, minimizzando i costi dell’insuccesso;
  3. avviare un piano consistente di investimenti pubblici nelle infrastrutture e in alcuni settori strategici (spazio, difesa), con una logica di ritorno economico nel lungo periodo e di creazione di filiere d’eccellenza, fatte d’imprese giovani e innovative;
  4. liberare dal quasi-monopolio pubblico alcuni grandi settori strategici, come ad esempio la scuola e la sanità, consentendo la nascita di imprese competitive e innovative;
  5. difendere efficacemente le poche imprese “non sostituibili” in fase di crisi, separando nettamente gli interessi comuni da quelli della proprietà e del management;
  6.  ricondurre le norme relative alle auto-imprese nell'ambito della normativa del lavoro; rendere questa dimensione normativamente prevalente per le micro-imprese;
  7. introdurre sistemi di politiche attive (sussidi alla disoccupazione condizionati alla riqualificazione e alla ricerca di nuove opportunità) disegnati espressamente per le auto-imprese e per le micro-imprese.

Sette direttrici che implicano altrettanti cambiamenti epocali, un mix in grado di provocare uno shock rapido e straordinariamente intenso nell’economia italiana.
Ma la crescita italiana non ripartirà sulla sola base di nuove leggi, o anche solo di meno leggi. Ripartirà dal coraggio, dalla consapevolezza di operare in un mercato domestico di dimensione europea e in un mercato estero globale; dalla conoscenza e dalla specializzazione, dalla distinzione tra management e investitori, dall’utilizzo intelligente degli strumenti finanziari, dalla crescita di cultura tecnica, aziendale, creativa e organizzativa.
Ripartirà da una nuova cultura d’impresa: basata su impegno e passione, come nella nostra tradizione migliore, ma anche su know-how, coraggio e visione globale, virtù non adeguatamente valorizzate nel nostro paese.
Ripartirà solo accettando una forte discontinuità con il passato, economico e politico, non illudendosi che finisca la “crisi”; quella che chiamiamo crisi è soltanto il risveglio alla realtà.
Ripartirà da noi: da quelli che otto anni fa si chiedevano come quest’Italia potesse sopravvivere a se stessa, da quelli che da allora hanno compreso il cambiamento irreversibile e da quelli che, con fatica e coraggio,  si accingono ora ad abbandonare le illusioni e a diffidare delle scorciatoie.



[1] ISTAT – Rapporto “Struttura e competitività delle imprese” anno 2012
[2] Rapporto Unioncamere “Giovani, imprese e lavoro” 2013

01 gennaio 2015

Produttività italiana: il male oscuro - appendice

Due lettori dell’articolo precedente (e già avere due lettori è di ottimo auspicio, visto l’illustre precedente di chi ne aveva 25) sostengono che al tavolo della produttività italiana sia seduto un convitato di pietra: l’innominabile moneta che ha infranto il nostro paradiso terrestre facendoci precipitare nell’inferno della “crisi”.
Potrei rispondere che semplicemente non c’entra nulla (altrimenti l’avrei menzionata). Potrei aggiungere che un tentativo per convincermi che le mie tesi siano errate o irrilevanti potrebbero pure farlo. 
Ma non credo che si accontenterebbero.

La prima vera risposta è ovvia e desumibile dal primo grafico, basta osservarne il tratto che va dal 1995 al 2002: la produttività italiana è rimasta stagnante, con tendenza a diminuire, mentre quella degli altri paesi presi a confronto aumentava.
“Ma dopo è proprio crollata, mentre quella tedesca si è impennata”. Ora, l’entrata in vigore dell’euro non è l’unico fattore economico degli ultimi 30 anni, abbiamo avuto eventi quali la riunificazione tedesca, la fine dell’URSS, la caduta della cortina di ferro, la crescita impetuosa di Cina, India e decine di altri paesi. E un fenomeno paragonabile alla rivoluzione industriale: la globalizzazione. E poi dicono che sia stata l’era della finanza: se non sono eventi di economia “reale” questi …
Nel 2001-02 dopo l’attentato delle torri gemelle (giusto per ricordare l’epoca, non sostengo che vi sia un nesso causale diretto) il settore terziario ha vissuto un periodo di crisi molto grave, dal quale per esempio il settore informatico e dei servizi di consulenza in Italia non si è mai davvero ripreso. E’ crollato per diversi mesi il fatturato del turismo e vi è stato un vistoso rallentamento nella crescita dell’economia dei servizi. Lo so che in molti sono convinti della marginalità di questi settori in Italia, ma l’industria manifatturiera pesava nel 2001 meno del 32% del PIL.
In Germania sono stati anni di crisi e di pesante ristrutturazione delle imprese, al termine dei quali, nel 2005, la produttività ha ripreso a crescere impetuosamente. Da noi si parlava di ripresa o ripresina, di Ulivo e di Polo.

La correlazione tra introduzione dell’Euro e la produttività italiana è già di per se debole, quindi, e quanto meno collocabile tra i tanti fattori che possono averla influenzata.
Vorrei però riprendere i medesimi esempi utilizzati nello scritto per evidenziare come sia in realtà quasi inesistente.
La premessa ovvia è che parlando di introduzione dell’Euro suppongo che i miei due lettori puntino il dito contro la fine della possibilità di effettuare svalutazioni della moneta, non di altro.
Partiamo dal negozio di alimentari, quello in competizione con il supermercato: entrambi servono il mercato interno in valuta nazionale e quindi, a seguito di un’ipotetica svalutazione, non vedono effetti apparenti nelle vendite e nel costo del lavoro. Aumentano invece i costi delle merci importate, che per effetto di ciò si riducono probabilmente in quota sul totale delle vendite. Poiché l’Italia importa gas e olio, è ipotizzabile che i costi dell’energia e dei trasporti aumentino. Il risultato è perciò una diminuzione, non eccessivamente marcata probabilmente, del valore aggiunto e di conseguenza, a parità di costo del lavoro e del capitale, della produttività. Parrebbero gioire i fautori dell’autarchia, ma in realtà aumenta notevolmente la probabilità che la catena dei supermercati sia acquisita da un gruppo estero, grazie alla nostra valuta debole.
In ogni caso, in termini di produttività, nulla cambia nella dinamica competitiva tra il grande e il piccolo e valgono quindi tutte le considerazioni già espresse.

Ma i due lettori pensavano evidentemente alla piccola impresa manifatturiera.
Per la parte di vendite in Italia valgono le considerazioni del supermercato, con l’aggravante che l’incidenza del costo dell’energia è più alto e che ad esso si deve sommare l’aumento del costo delle materie prime, quasi tutte d’importazione. Per non parlare del costo di acquisire know-how da altri paesi, voce probabilmente poco rilevante per questa piccola impresa.  E l’export?
Altra delusione in arrivo: le imprese italiane hanno continuato ad esportare, con trend quasi identico a quello delle tedesche (i volumi erano e sono inferiori, per questo la scala è ribassata). Nessuna correlazione con l’andamento della produttività, divergente nelle due economie. Anzi, l’impennata dell’export verso l’Eurozona avviene proprio in concomitanza con l’introduzione dell’Euro.

(grafico tratto da http://noisefromamerika.org/articolo/capire-questione-euro fonti FMI, World Bank ed Eurostat ) 

 “Dai Mantovani, non scherzare, intendevamo l’export extra UE …”

(fonte scenari economici.it)

Non male per un paese “in crisi”.

I miei irriducibili lettori sosterranno che tuttavia si poteva fare meglio e che a causa dell’Euro abbiamo perso un’occasione irripetibile di crescita e trasformazione del nostro sistema economico. Mi inducono quindi a riprendere uno degli esempi proposti, modificandone alcuni parametri.
Immaginiamo che di fianco a quella piccola impresa, che nel mio esempio era cresciuta proporzionalmente come quella grande, ve ne sia un’altra, del tutto simile per investimenti, costo del lavoro e produttività, che tuttavia opera prevalentemente sul mercato extra-UE, con prezzi in linea o un po’ più alti di quelli dei concorrenti. Questa azienda ha perso alcune commesse e non riesce a sfruttare in pieno la capacità produttiva. Ecco quindi come appare il confronto tra le due aziende in termini di produttività:



Ed ecco che, grazie a una bella svalutazione, il nostro imprenditore può ridurre i propri prezzi in modo significativo e acquisire nuove commesse, saturando al massimo gli impianti e assorbendo meglio i costi fissi grazie ai nuovi volumi:







Tralasciamo il fatto che contemporaneamente tutti i cittadini italiani siano diventati più poveri e siano aumentati per tutti i prezzi dei beni importati, i viaggi e gli investimenti all’estero etc. Il punto è però che questa “strategia” nazionale non è una prerogativa permessa alla sola Italia. Può essere facilmente praticata da tutti e soprattutto si accoppia nel tempo con la sua speculare strategia difensiva: quella dei dazi all’importazione. Inoltre è una misura temporanea, che provoca l’aumento dell’inflazione, vanificandone gli effetti in pochi anni. Se praticata da molti stati provoca una generale riduzione dei flussi commerciali internazionali.
C’è poi un’ulteriore differenza con gli anni ’80: tra i paesi produttori ed esportatori ci sono Cina, India, Brasile a tanti altri in cui il costo del lavoro è molto basso, competere sul prezzo è molto più difficile. In una guerra di prezzi quali paesi possono essere favoriti? Quelli con un grande mercato interno e quelli che detengono la materie prime strategiche. L’Italia non è tra questi.
E in definitiva, che senso ha parlare di competizione “tra stati” ? La competizione (come anche la collaborazione per fortuna) è tra le imprese e quindi, in fondo, tra le persone.
Ma allora perché questa tesi della sovranità monetaria riscuote consenso? Perché è una soluzione esterna all’azienda, che ne riduce le responsabilità. Piace a coloro (e non sono pochi in Italia) che a parole sono antistatalisti ma in realtà chiedono che lo stato “risolva i problemi”. In modo diretto: stampando moneta per chi non ha denaro, erogando credito se le banche trovano poco redditizio farlo, creando posti di lavoro pubblici per contrastare la disoccupazione e appunto svalutando la moneta se alcuni imprenditori trovano rischioso, faticoso e difficile aumentare la produttività nelle loro aziende.

Alla fine devo però ringraziare i miei due lettori, che in fondo portano ulteriori argomenti alle mie tesi:
1.       la crescita dimensionale è anche per loro necessaria per aumentare la produttività. Con una moneta forte la crescita per acquisizioni e investimenti esteri è molto facilitata, la crescita può quindi essere accelerata a patto di disporre delle competenze e dei capitali necessari, difficilmente reperibili nella sola famiglia dell’imprenditore;
2.      negli anni ’80-’90 la mancata crescita della produttività nel nostro paese può essere stata parzialmente “coperta” proprio dalla politica di cambio debole, che ha consentito a tante piccole aziende di illudersi che la domanda “facile” potesse esistere all’infinito.

Ad ogni buon conto questa è storia e si tratta ora di trovare la via d’uscita. E non è quella di mettere la testa sotto la sabbia, chiedendo aiuto al “babbo stato”. Non possiamo dimenticare che sono italiani anche coloro che hanno ristrutturato e fatto crescere le imprese di successo nell’ultimo decennio, non solo quelli che faticano ad accettare la sfida della crescita di produttività.

29 dicembre 2014

Produttività italiana: il male oscuro


Potete prendere la fonte che preferite, il grafico di confronto della crescita della produttività italiana rispetto ai principali paesi sviluppati non sarà troppo diverso da questo a fianco.
Quando si parla di crescita di un paese non si può dimenticare quale ne siano le fonti fondamentali: l’aumento della popolazione e quello della produttività. Per un paese come l’Italia, la cui modesta crescita di popolazione dipende soltanto dall’immigrazione, è impossibile pensare di crescere senza una crescita della produttività. Come ogni indicatore macroeconomico la produttività si presta a numerose critiche ed è certamente frutto di convenzioni e approssimazioni; tuttavia si può prendere la “Produttività Totale dei Fattori (lavoro e capitale)” come fattore di riferimento, almeno in termini di crescita relativa rispetto ad altri paesi.
A partire dalla metà degli anni ’90 l’Italia sembra avere smarrito la via della crescita di produttività, a partire dal 2003 ha addirittura iniziato un declino non riscontrabile negli altri paesi.
Addentrandovi nelle spiegazioni potrete trovare numerose motivazioni, in generale legate a diverse variabili macro-economiche. Scartando le ipotesi (per la verità poco diffuse e per nulla rigorose) che imputano la causa al costo del lavoro e scartando la possibilità che tutto dipenda dalla scarsità di capitali, gli indizi più rilevanti si concentrano in tre aree:

1.  Investimenti in settori che generano strutturalmente minore valore aggiunto
Non si tratta tanto di confrontare i macro-settori “industria” e “terziario”, quanto di individuare al loro interno i segmenti più dinamici e redditizi. E’ certamente vero che in Italia il peso relativo di segmenti manifatturieri “tradizionali” (il tessile, le calzature) è più elevato che in altri paesi, ma è in parte controbilanciato dalla presenza di numerose aziende leader di nicchia, che producono ed esportano beni di lusso o di elevata sofisticazione tecnologica. Anche nel terziario si imputano i ritardi ai segmenti tradizionali (il commercio al dettaglio, la pubblica amministrazione, le utilities), ma è anche vero che proprio nel terziario si trovano molte aziende innovative.
La vera domanda tuttavia è: perché? Perché mai i capitali si indirizzerebbero in Italia verso settori poco redditizi, mentre in altri paesi si concentrano maggiormente in quelli che lo sono maggiormente? Non esistono significativi vincoli normativi, né barriere fisico – tecniche di qualche rilevanza.
In generale si imputa la colpa alla “carenza di politiche industriali”. Questa è l’eterna illusione statalista, che ritiene possibile ed auspicabile l’intervento pubblico diretto o indiretto nell’economia. Ma non è paradossale che tale “soluzione” sia invocata proprio in Italia, stante la lentezza notoria del nostro apparato pubblico, che interverrebbe in forte ritardo rispetto all’evoluzione dei mercati? In verità occorre chiedersi quali siano i settori che generano maggiore valore aggiunto: in linea generale sono quelli che incorporano più rapidamente i risultati di ricerche tecnologiche e quelli che si trasformano per l’emergere di nuovi modelli di business.
Nel primo caso è facile trovare i dati relativi agli scarsi investimenti in ricerca (sia pubblica che privata), ma siamo sicuri che si tratti della vera causa? Quando si approfondisce il punto emergono sempre la carenza principale nel trasferimento di know-how dalla ricerca all’azienda e il numero esiguo di aziende che fanno ricerca. Come mai? Colpa dell’Università? Eppure i nostri ricercatori vanno sempre più spesso all’estero, non trovando opportunità in Italia. E molti di loro ottengono ottimi risultati. E in ogni caso esiste molto know-how disponibile, anche in altri paesi, che potrebbe essere incorporato nelle nostre produzioni.
Nel caso dei modelli di business il cambiamento parte quasi sempre da una grande azienda o da una nuova azienda in forte crescita. In Italia queste aziende sono poche.
In entrambi i casi la piccola dimensione delle aziende italiane, e soprattutto la loro scarsa propensione alla crescita dimensionale, è più che un indizio.

2. Scarsi investimenti in ICT
Molti studiosi propendono per questa spiegazione: i principali incrementi di produttività si sono ottenuti grazie alla massiccia introduzione di tecnologie informatiche, che hanno consentito risparmi di personale, concentrazione di servizi, rapidità di decisione e azione. Il grafico che segue (percentuale di investimenti in ICT sul totale del capitale fisso non residenziale) sembra dar loro ragione:
Anche in questo caso la caduta italiana inizia nel 2001, senza peraltro aver beneficiato del picco di investimenti sperimentato da altri paesi nel quinquennio precedente. Se quindi pare essere stata identificata l’arma del delitto, manca tuttavia il movente. Non esistono limiti legislativi alla circolazione di hardware e software, né significative carenze di know-how. Chiunque operi nel settore ha sempre però riscontrato la peculiarità del nostro tessuto di aziende, molto sbilanciato verso quelle di piccola dimensione, in cui la rapida penetrazione di nuove tecnologie è più lenta e di portata inferiore.

3. Le piccole dimensioni
La terza area d’indagine affronta direttamente il tema delle dimensioni d’impresa. D’altra parte la distribuzione dell’occupazione in Italia presenta una ripartizione fortemente sbilanciata verso le piccole imprese, come mostra questo grafico, (distribuzione percentuale delle aziende, raggruppate per numero di dipendenti):

Occorre tuttavia dimostrare che le piccole imprese siano la fonte della crisi di produttività. Il grafico che segue parrebbe confermarlo. 

Sia nei comparti manifatturieri che in quelli dei servizi la produttività delle piccole aziende italiane è molto inferiore, mentre è addirittura superiore in quella delle grandi imprese. Ma anche in questo caso ciò che conta è la spiegazione. E’ vero in effetti che in Italia riescono a sopravvivere moltissime piccole imprese improduttive, tanto da compromettere il dato medio della categoria. In altri paesi la dimensione ha un peso fondamentale nella dinamica competitiva: il più grande vince e i piccoli per sopravvivere devono essere molto efficienti. La dimensione sembra contare di più che in Italia, accade così che possano sopravvivere anche grandi imprese relativamente inefficienti.
Ma il primo grafico si riferiva alla crescita della produttività, non al suo valore assoluto.

Tutti e tre i filoni d’indagine, e anche i numerosi altri non citati, sono efficaci nella rappresentazione, ma poco significativi nella ricerca delle cause reali. Sembrano tutti suggerire che in qualche modo la piccola dimensione sia la causa principale, ma questa è sempre stata una caratteristica del sistema italiano. Perché e da quando piccolo non è più bello? E perché, se così è, il mercato non riesce ad imporre un netto cambiamento di direzione? L’analisi che segue abbandona le variabili macro-economiche e utilizza invece alcuni esempi.

Mi pare infatti che questi possano spiegare in modo più diretto e intuitivo ciò che è accaduto e continua ad accadere. Con qualche possibilità in più di individuare le soluzioni.

La piccola impresa degli anni ’60-‘70

Prendiamo come primo esempio una piccola impresa di produzione, nata per iniziativa di un ex dipendente di un’azienda manifatturiera, che ha affittato un piccolo capannone, acquistato alcuni macchinari e assunto alcuni operai. Migliaia e migliaia di imprese sono nate così, sfruttando le conoscenze di settore e l’iniziativa di ex operai, divenuti imprenditori. Le ragioni del successo di queste imprese sono la loro flessibilità e la crescente domanda di beni, tipica dei paesi che escono dalla povertà e dalla guerra. La flessibilità è la ragione della loro nascita: rispetto ad un’organizzazione del lavoro connotata da crescente rigidità, con manodopera  a costo fisso, una piccola unità esterna riduce i rischi e gli investimenti del suo principale cliente, la grande azienda. La crescita della domanda di beni è la ragione della loro sopravvivenza, consentendo alle piccole aziende di diversificare i clienti e di mantenere quindi una saturazione elevata di impianti e manodopera. I costi di gestione di queste aziende sono molto limitati (un ragioniere per l’amministrazione o poco più), i costi infrastrutturali e gli investimenti per unità prodotta paragonabili a quelli della grande azienda. Il lavoro del novello imprenditore, e spesso della sua famiglia, dei suoi parenti e amici, il loro entusiasmo, l’impegno, le ore effettive di lavoro (spesso di giorno e di notte) fanno però la differenza. Nello schema ne vediamo gli effetti sulla produttività (in modo molto semplificato):


A parità di ore teoriche di lavoro remunerate, aumenta il valore aggiunto, ovvero la quantità di beni prodotti, e di conseguenza il profitto dell’imprenditore. Anche la grande impresa ottiene probabilmente benefici, esternalizzando quelle fasi produttive più difficilmente saturabili o che richiedono personale specializzato e flessibile.

Come secondo esempio prendiamo un negozio di alimentari, aperto da un neo-imprenditore in un quartiere di nuova costruzione. La comoda posizione, più vicina alle abitazioni rispetto a quella dei negozi presenti nei quartieri limitrofi, sorti in precedenza, consente al commerciante di attirare immediatamente la clientela e di mantenere prezzi simili o anche un po’ più elevati rispetto alla concorrenza. I suoi clienti in effetti risparmiano tempo e non sono costretti ad utilizzare l’auto per fare la spesa, sono quindi disposti a spendere qualcosa di più a fronte della comodità. La produttività di ciascun negozio è simile, a parità di dimensioni, di assortimento e di orari; peraltro le due ultime variabili sono regolate da norme e non sono quindi variabili concorrenziali. Ciascun negozio serve un bacino limitrofo e offre prodotti richiesti da una clientela abbastanza omogenea, più ricca in alcune zone e meno ricca in altri. Mano a mano che le città crescono, i nuovi negozi coprono i nuovi quartieri, con parametri di produttività simili a quelli dei negozi già esistenti. L’intuito commerciale e l’affidabilità consentono di scegliere le zone con una clientela con più alto potenziale di spesa, che è il vero motore di crescita della produttività per questi esercizi.

L’evoluzione degli anni ’80-‘90

Nel corso degli anni ’80 l’economia dei paesi sviluppati avvia una profonda trasformazione, favorita da una crescente circolazione di merci, persone e capitali. La grande impresa manifatturiera riorganizza la produzione, controlla e riduce i costi, adotta processi più efficienti, sviluppa i sistemi informativi, crea nuovi prodotti, articola l’organizzazione commerciale e il marketing. La piccola impresa del nostro esempio rinnova i macchinari, produce nuovi prodotti, per tenere il passo con una domanda sempre più esigente. Aumentano le regole e gli adempimenti, di natura amministrativa, fiscale, legale, ambientale; il fondatore comincia ad inserire in azienda la seconda generazione, ma deve comunque ricorrere ad esperti in diversi campi. Il vecchio ragioniere non basta più. Aumentano i dipendenti non direttamente impegnati nella produzione, ma soprattutto i collaboratori e i consulenti autonomi. Ritarda gli investimenti in sistemi informativi, i cui costi non sono del tutto proporzionali alla dimensione: esiste infatti una soglia d’ingresso, nell’acquisto di hardware e software, ma soprattutto nella gestione del progetto, non comprimibile. Poco alla volta la maggiore produttività della piccola impresa si erode e spesso inizia a diminuire:









Il nostro commerciante subisce invece la sfida dei supermercati, il cui modello è intrinsecamente più efficiente: grazie ai volumi acquistano a prezzi più bassi, le consegne maggiormente concentrate riducono i costi di trasporto, la maggior parte dei prodotti è a libero servizio, il personale operativo si dedica quasi esclusivamente al movimento delle merci e alle casse. Gli ampi parcheggi rendono accessibili le grandi strutture anche a chi non abita nelle vicinanze, l’ampiezza dell’assortimento e i prezzi inferiori attirano clientela da un bacino molto più vasto. Gli investimenti sono notevoli, è vero, ma i grandi volumi consentono di ammortizzarne il peso. Il nostro commerciante compete grazie al servizio e alla specializzazione, che gli consentono di vendere a prezzi un po’ più alti. Ma poco alla volta la sua clientela si riduce e soprattutto riduce gli acquisti presso di lui, aumentando contemporaneamente quelli al supermercato. La produttività del piccolo negozio inevitabilmente diminuisce.









Questi esempi molto semplificati non rendono tuttavia l’idea del progressivo blocco della produttività italiana. Pensate ora in scala nazionale e prendete ad esempio le transazioni commerciali che un tale sistema genera: contratti, trattative sui prezzi, sconti, fatturazioni, pagamenti, ritardi nei pagamenti. Immaginate quanto di tutto ciò scompaia, a parità di volumi, all’interno di poche grandi organizzazioni, con funzioni specializzate, i cui sistemi informativi riescono a gestire ampiezza e complessità dei movimenti. Allo stesso modo confrontate i flussi fisici ed immaginate la difficoltà di organizzare una logistica così frammentata tra innumerevoli punti di ritiro e di consegna. Ciascuna impresa deve poi redigere il bilancio, effettuare la dichiarazione dei redditi, ottenere autorizzazioni amministrative, effettuare controlli sanitari e ambientali. Mentre gli strumenti di gestione della dimensione e della complessità organizzativa diventano sempre più sofisticati, aumentano contemporaneamente gli adempimenti, difficilmente comprimibili in base alla dimensione d’impresa.
E’ il mercato che guida questa evoluzione, in modo peraltro simile in tutto l’occidente. Ma in Italia si aggiunge il rapporto di crescente complessità con la Pubblica Amministrazione, che non è un fattore marginale nella crescente difficoltà delle piccole imprese di tenere il passo con la produttività: l'incidenza dei costi per adempimenti amministrativi rispetto al totale dei costi aziendali diminuisce infatti fortemente all'aumentare della dimensione dell'impresa. In particolare, l'incidenza è massima (stimata nel 2000[1] in 1,7%) nelle imprese che si collocano nella classe 6-9 addetti ed è minima (0,2%) nelle imprese con più di 200 addetti.

Il nuovo millennio e l’evidenza della crisi di sistema

In linea teorica l’effetto di queste dinamiche avrebbe dovuto avere un esito scontato: il consolidamento delle aziende più grandi, la crescita e l’aggregazione di quelle medie, la forte riduzione di quelle piccole. Non è avvenuto.
Non è avvenuto perché gli imprenditori non prendono decisioni (solo) in base alla produttività. Nel caso italiano prevalgono altre variabili, di natura prevalentemente sociale, molto più comprensibili e più direttamente correlate alle decisioni.
Prima di giungere all’ondata di fallimenti e chiusure iniziata nel 2008, il tessuto produttivo e terziario italiano ha bruciato energie e risorse nella resistenza al cambiamento.
La piccola impresa manifatturiera del nostro esempio si è gradualmente spostata verso attività molto specifiche, in sub-fornitura, allontanandosi sempre di più dal mercato finale. In alternativa avrebbe dovuto investire non tanto in macchinari, quanto in competenze (commerciali, di marketing, di sviluppo e ingegneria di prodotto, di ricerca e sperimentazione di nuove tecniche e materiali). La scelta di concentrarsi è invece più congeniale all’imprenditore che pone il controllo, non soltanto societario, come priorità: come si è “fatto da solo”, così continua sostanzialmente da solo, non esce dalla “zona di controllo” in cui può decidere rapidamente, basandosi sulla sua esperienza.
Il negozio di alimentari vede ridursi i volumi, i ricavi e i margini; raggiunge con difficoltà il pareggio, anche riducendo al massimo il reddito dell’imprenditore. Pagare poche tasse è  sempre più difficile e rischioso e il valore dell’attività, in caso di cessione, tende a zero. Ma quali alternative può avere chi ha fatto questo lavoro per tutta la vita? E inoltre il commercio, quasi paradossalmente, continua a vedere nuove aperture: da parte di immigrati, ma anche di italiani che possiedono una cifra sufficiente ad aprire un negozio e sperare di indovinare il posizionamento, di offerta e di localizzazione. Spesso l’alternativa è la disoccupazione.
Avviene lo stesso anche per molte professionalità del terziario, che le grandi imprese, alla ricerca di efficienza e internazionalizzazione, non cercano in quantità sufficiente ad assorbire l’offerta. In assenza di servizi efficaci di orientamento e collocamento, la via del lavoro autonomo rimane più facilmente praticabile, specialmente se chi la sceglie ha spirito pratico e una rete di contatti.
In più, le imprese più grandi sono presenti nelle città più grandi. Chiudere la propria attività locale significa quindi, con molta probabilità, scegliere se trasferire la residenza o affrontare maggiori tempi di spostamento. In un paese in cui la proprietà dell’abitazione è molto diffusa può anche significare sobbarcarsi i costi aggiuntivi di un affitto o la difficoltà di una compravendita immobiliare. Per non dire della scarsa propensione ad abbandonare ambienti e stili tradizionale di vita: un imprenditore, anche piccolo, è spesso stimato e rispettato in un piccolo paese, il passaggio a lavoratore “salariato” può essere percepito come riduzione di status.
Si tratta di scelte sono guidate dalla ricerca di un reddito e da altre considerazioni sociali, non dalla produttività; rimangono quindi in gioco decine di migliaia di piccole aziende e di lavoratori autonomi, che formano mercati iper-segmentati e rendono particolarmente difficile e onerosa la crescita delle imprese più grandi, in molti settori. L’impresa grande, che vi dedica investimenti e organizzazione, deve infatti pianificare l’espansione e realizzarla in tempi rapidi e con costi prevedibili.

Nelle piccole imprese che sopravvivono è nel frattempo aumentato il peso economico della famiglia allargata nell’azienda, talvolta anche le spese improprie. Rendendosi conto che il business non genera più i profitti di un tempo l’imprenditore utilizza i capitali accumulati investendoli in altri settori: l’immobiliare, la finanza. Il risultato finale, in termine di reddito familiare, è spesso soddisfacente. Ma anche quando non lo è, risulta molto difficile trovare alternative migliori: il lavoro richiede profili con cultura internazionale, competenze specialistiche, propensione all’innovazione. Caratteristiche difficilmente presenti in chi “si è fatto da sé”, ma anche raramente identificate come prioritarie nell’educazione dei suoi figli, nell’illusione che quel modello di azienda familiare durasse per sempre.

E la Pubblica Amministrazione? Anche qui è la ricerca di un reddito che guida le scelte: sposandosi alla speculare ricerca di consenso politico evita di riformare gli uffici e genera, ovunque riesce, nuovi “posti” di lavoro. L’aumento risulta particolarmente accentuato proprio quando è ormai urgentissima l’inversione di tendenza, come mostra questo grafico[2] :












Produttività e redditi

Quando si parla di vincoli alla crescita di produttività del lavoro ci si concentra normalmente sulla legislazione del lavoro, in particolare su quelle regole che rendono più difficili le ristrutturazioni delle imprese. Si tratta di trovare un equilibrio, nel breve termine, tra la riduzione del personale (che consente un aumento di produttività) e la difesa del reddito di chi viene licenziato.
Il medesimo conflitto strutturale avviene tuttavia in modo meno evidente attraverso la resistenza di molte piccole imprese e monopersonali, ma è ben più difficile intervenire per via legislativa.  In teoria dovrebbe guidare il mercato e si tratterebbe quindi di eliminare qualunque ostacolo si oppone alla piena concorrenza, che finirebbe così per far prevalere le imprese più grandi.
In pratica però il sistema regolatorio esistente in Italia ha creato numerosissime situazioni di protezione e di difesa “di fatto” delle piccole imprese e il crollo di queste difese rischierebbe di generare effetti pesantissimi sui redditi di intere categorie.
Occorre quindi procedere facendo chiarezza, innanzi tutto, ed evitando di alimentare aspettative irrealistiche. Occorre soprattutto parlare di lavoro, di tutto il lavoro, non solo di quello dipendente.
D’altro canto si deve uscire dalla retorica della piccola impresa senza distruggere le forze imprenditoriali innovative e creative, gestendo invece la transizione, il consolidamento e la crescita dimensionale nei tanti settori tradizionalmente riservati al lavoro autonomo e alle imprese monopersonali.

Gli spunti proposti non hanno certamente la pretesa di riassumere in poche pagine le analisi approfondite esistenti e ancora da scrivere sul tema della produttività italiana. Cercano però di dare una chiave di lettura razionale e complessiva di un fenomeno, evidente quanto peculiare del nostro paese, favorendone l’approfondimento e la comprensione delle cause.
Per quanto sia necessario analizzarne e comprenderne le ragioni è tuttavia urgente intraprendere un percorso che consenta all’economia italiana di recuperare rapidamente competitività. L’unica alternativa è la decrescita. Infelice, ahimè.

Lungo queste linee si svilupperanno i prossimi due articoli, che di questo rappresentano il seguito ideale:
-   la scomparsa di lavoro autonomo e dipendente
-   dopo le PMI




[1] A.Panzeri - Impresa e Stato nr.53 – Camera di Commercio di Milano
[2] Imprese e burocrazia. Ottavo Rapporto Nazionale 2013 – Franco Angeli