Follow by Email

21 gennaio 2012

Avanti con le liberalizzazioni, ma le microsrl non servono

La lettura della bozza di decreto del governo Monti, studiato per liberalizzare molti settori e promuovere la crescita, richiede un po' di tempo ed un'attenta valutazione dell'efficacia delle singole misure.
Ne condivido l'impianto generale e di alcuni punti ho scritto qui. Ciò che è più importante è favorire una diffusa coscienza della necessità di rendere più libera tutta l'attività d'impresa, non solo quella degli altri. La difficoltà maggiore per un governo italiano - di qualunque colore - è sempre stata quella di varare misure eque, resistendo (poco di solito) alle pressioni di innumerevoli categorie. In troppi hanno privilegi grandi e piccoli da difendere. Mestieri e categorie non dovrebbero far dipendere la loro prosperità da decisioni del Governo, ma dalla capacità dei loro membri di essere efficaci in un mercato libero.
Non mi illudo che questo decreto sia sufficiente a risolvere ogni problema, ma è importante iniziare e tracciare una direzione. Alcune misure si riveleranno inutili, altre saranno da rafforzare o da modificare. Data la complessità e la vastità dei settori toccati va studiato in modo approfondito.

C'è però un articolo (il nr.3) che ha suscito il plauso di molti e che a me appare invece inutile. E' quello che prevede, per soggetti che abbiano meno di 35 anni, la possibilità di costituire "microsrl" prive di capitale (1 Euro), senza necessità di atto notarile. 
La misura dovrebbe servire a ridurre alcune barriere economiche alla costituzione di società da parte dei giovani. Tralasciando il fatto che di micro-società in Italia se ne costituiscono moltissime (il problema è che poche sopravvivono, se mai), una società a responsabilità limitata priva di capitale richiede di fatto la garanzia diretta dei suoi soci per qualunque attività verso terzi. Si dirà che anche 10.000,00 Euro non sono tanti: è vero, ma almeno possono garantire piccole forniture, il rilascio di una carta di credito e simili. In molti casi la "microsrl" richiederà comunque il rilascio di garanzie da parte dei soci, rendendola di fatto simile ad una società di persone.
Nella maggior parte dei casi, poi, una nuova società deve sostenere dei costi prima d'incassare la prima fattura. Quei 10.000 Euro (che alla costituzione possono anche essere solo 2.500) e in tanti casi molti di più, serviranno comunque: saranno considerati prestiti dai soci invece di capitale sociale, ma poco cambierà.

Quanto ai tempi ora si fa tutto in una giornata (versamento decimi + costituzione dal Notaio), mentre occorrerà attendere 15 giorni per la registrazione in Camera di Commercio. Sicuramente ci saranno tanti neo-imprenditori in grado di redigere da soli l'atto costitutivo, o al massimo con l'ausilio di un formulario che rapidamente sarà pubblicato. Ma un certo numero preferirà farsi assistere da un consulente o farà errori che provocheranno il rigetto della registrazione.
In caso di cessione delle quote il risparmio ottenuto dal mancato versamento del capitale si tramuterà in parte in imposte sulla maggiore plusvalenza.
Si dirà che si risparmiano i costi del Notaio, ed è vero. Ma sarebbe meglio affrontare direttamente il problema: i Notai in molti casi effettuano attività in duplicazione con Enti pubblici. Nel caso delle società basterebbe affidare ai Notai il sistema di pubblicità (Registro delle imprese) ed evitare i costi connessi alla gestione da parte delle Camere di Commercio). Se i Notai fossero in maggior numero e si facessero più concorrenza, inventerebbero tariffe "promozionali" per i giovani imprenditori, che sono i loro potenziali clienti del futuro.
In caso di successo della società il risparmio è tuttavia una spesa differita: al compimento del 35mo anno da parte di uno dei soci si renderà poi necessario trasformarla, e a quel punto servirà il Notaio. E se uno dei soci si rifiuta di trasformarla? La società automaticamente si scioglie.
Per non parlare poi del caso, molto probabile per una nuova società, di chiusura dell'esercizio in perdita. Se il capitale è di un 1 Euro una perdita anche minima lo fa scendere sotto il minimo legale e va ricostituito? Con o senza Notaio? E' comunque un ulteriore adempimento, più facilmente evitabile nella normale S.r.l.

In Italia costituire una società a responsabilità limitata è semplice, rapido e non particolarmente costoso. Il problema è che per molte attività costituire la società non è certo sufficiente ad operare; il problema sono le decine di adempimenti, licenze, registri, autorizzazioni, senza i quali la società non può neppure muovere un dito.
E' quindi molto più importante l'articolo 1 della bozza di decreto, augurandosi che si possa davvero tradurre (serviranno numerosi interventi su norme e regolamenti) in uno strumento di semplificazione.
Se avrà un reale seguito nell'organizzazione degli uffici giudiziari è importantissimo l'articolo 2, che prevede finalmente una specializzazione per materia nei tribunali. Un principio ovvio in qualunque organizzazione, che può produrre enormi benefici in termini di certezza del diritto e rapidità delle decisioni.

Ma per l'imprenditoria giovanile non si poteva fare proprio nulla, mi chiederete?
Il vero problema è l'accesso al credito: servono strumenti agili e affidabili di valutazione di una nuova impresa, che in caso positivo possano consentire il rilascio di garanzie. Servono agevolazioni fiscali molto rilevanti per i "business angels", equiparando ad essi anche le famiglie.
Per ridurre gli oneri amministrativi (e i tempi, spesso più importanti per una nuova microimpresa), favorire la costituzione di società "incubatore" che possano effettuare tutte le operazioni commerciali e amministrative relative alla nuova iniziativa, operando con i suoi promotori sulla base di semplici scritture private e gestendo invece tutti i rapporti con i terzi. Prima di costituire una società in molti casi può essere utile provare a vedere se il business funziona.
La sotto-capitalizzazione delle nostre  imprese è invece un grave limite. Occorre favorire fiscalmente la conversione degli utili in capitale sociale (per giovani e meno giovani), con benefici effetti sull'accesso al credito e sull'affidabilità di mercato.
Serve inoltre maggiore cultura per affrontare l'attività d'impresa, in Italia, complici anche le norme complesse, troppo numerose ed in perenne cambiamento), il livello d'ignoranza giuridica ed economica da parte di chi fa impresa è elevatissimo. In un paese d'imprenditori e partite iva, una buona base di diritto e di economia dovrebbe essere obbligatoria in tutte le scuole superiori.

Per concludere, credo che questo provvedimento riguardante le "microsrl" sia un po' demagogico e piuttosto inutile. Dal punto di vista del "messaggio" veicola l'idea che per fare impresa non servano né denaro, né rigore. Da questo Governo mi attendo invece solo sostanza.


12 gennaio 2012

Taxi liberi (ed altre battaglie di logica e giustizia)

Pare che questa volta si faccia sul serio. 
Pare che per una volta il Governo si faccia carico di introdurre misure elementari, logiche, di buon senso, che hanno il difetto però di scontentare categorie rilevanti di elettori.
Io credo però che a questo serva un Governo, ché non sarebbe necessario per applicare la legge del più forte. Anche se i taxi non sono un settore strategico, né la loro liberalizzazione avrà effetti immediati e rilevanti sull'economia, si tratta di un caso esemplare, che è giusto risolvere una volta per tutte. Non è ammissibile tollerare l'ipocrisia che governa un settore in cui una licenza costa tra i 150.000 e i 300.000 € ed il reddito dichiarato è di 13.500 € pro capite. 
Avete mai conosciuto un operaio non specializzato o una commessa che pagano simili cifre per un posto di lavoro, oltre ad acquistare l'auto? E vi pare logico che una banca conceda un prestito per acquistare una licenza così costosa ad una persona che guadagna 13.500 € l'anno? Questo è uno dei tanti patti taciti che rendono insaziabile e profondamente ingiusta la tassazione nel nostro paese. 
La soluzione è molto semplice. Da domani chi vuole fare il taxista, oltre a possedere i requisiti soggettivi attuali, dovrebbe acquistare un'auto con navigatore satellitare, un POS ed effettuare un deposito cauzionale (diciamo 10.000 €) da utilizzare per un fondo di gestione delle situazioni di emergenza. In cambio avrebbe una licenza. Dovrebbe poi rilasciare scontrini progressivi numerati, emessi da un tassametro con i requisiti del registratore di cassa. Chi può dimostrare di avere acquistato una licenza ne divide il costo per gli anni in cui l'ha utilizzata e quelli che gli mancano alla pensione e deduce questo costo dalle tasse. Chi da domani fa il taxista senza dover acquistare la licenza non deduce nulla. Controllare i redditi dei taxisti non sarebbe difficile. Basta salire a campione su un po' di taxi ogni giorno e ritirare la licenza a chi non rilascia lo scontrino corretto. Se proprio non si riuscisse a far crescere il reddito dichiarato, non sarebbe poi difficile calcolare le tratte percorse grazie al navigatore satellitare e moltiplicare i km per le tariffe. 
La licenza libera avrebbe il non trascurabile vantaggio di farci trovare un taxi in ogni ora e luogo in cui serve. Sono un notevole utilizzatore di taxi e auto a noleggio con conducente (che a Roma salvo i servizi da e per l'aeroporto inspiegabilmente non esistono o non sono competitive) e ho molti casi a disposizione: stazione Termini dalle 9:30 in poi, certe zone periferiche di Roma in cui occorre aspettare oltre mezz'ora per un taxi libero e accettare una corsa con tassametro che corre da 20 minuti. Paesi della provincia lombarda sprovvisti o quasi di taxi. Il taxi libero e abbondante consentirebbe anche di scegliere l'auto sulla quale salire, scartando utilitarie decennali con ammortizzatori da tempo esauriti. I taxisti ed alcuni superficiali commentatori dovrebbero capire che la "battaglia dei taxi" non si fa nella speranza di risparmiare qualche euro sulla corsa, ma per cessare di essere presi in giro e ristabilire un corretto rapporto tra cliente e fornitore di un servizio. E consentendo ai più bravi, volenterosi e capaci di organizzarsi di guadagnare molto di più di chi ha esaurito tutto il suo impegno procurandosi a carissimo prezzo la licenza. È assurdo dover possedere un capitale o accendere un mutuo per fare il taxista. 

Il caso delle farmacie è ancora più semplice. Si tratta di negozi, che per vendere alcuni prodotti - quelli che richiedono una ricetta - devono avere personale adeguato, un farmacista appunto. Che siano negozi singoli, catene, gruppi, non ha alcuna importanza per il servizio che devono rendere. Anche qui non si capisce perché debba prevalere il capitale (quello necessario ad acquistare la farmacia o quello ereditato con la proprietà della stessa) sulla professionalità e la capacità di dare un servizio. 

Anche il dibattito sugli Ordini professionali andrebbe ricondotto alla vera radice del problema, che è la possibilità o meno di costituire società di capitali nei settori protetti. Il problema delle tariffe minime è ormai largamente superato. Consentiva ampie riserve di guadagno protetto per pochi avvocati, spesso vicini alla politica, operanti prevalentemente in settori come quello fallimentare e amministrativo. I più strenui difensori appartengono a questa categoria. Per gli altri le tariffe di mercato esistono già di fatto da anni, e così è per la grandissima maggioranza degli architetti e dei commercialisti. Sugli esami di accesso c'è forse ancora qualche resistenza da superare, ma non è il tema fondamentale. 
Il vero problema è la difesa ad oltranza di un modello organizzativo che protegge esclusivamente il lavoro autonomo, consentendo al massimo ai professionisti di associarsi. Mentre nei settori non regolamentati sono presenti grandi società internazionali, nazionali, strutture di media dimensione e anche singoli professionisti, nei settori protetti dagli Ordini ciò non accade. A vantaggio di chi? Non dei migliori professionisti, che da soli o in grandi studi avrebbero comunque ruoli e guadagni preminenti. Non dei giovani, che se entrano "a bottega" in un piccolo studio devono attendere che il titolare ceda il passo (a tarda età) o di racimolare qualche cliente per mettersi in proprio. In una grande struttura possono specializzarsi e sviluppare una carriera maggiormente in linea con le loro capacità. Chi ci guadagna con l'attuale sistema è una pletora di professionisti di medio livello, che in una grande organizzazione sarebbero impiegati o specialisti a tariffa e invece così possono prosperare anche sull'inefficienza del sistema, sulla scarsa conoscenza da parte del cliente etc. Sembra quasi che la cifra distintiva del professionista italiano sia quello di essere lavoratore autonomo. L'autonomia si conquista sul campo e non è più importante rispetto alle capacità organizzative e alla specializzazione. Nelle società professionali, come peraltro in tutte le società, specialmente di servizi, non è importante chi detiene la proprietà ma chi la gestisce e vi opera. 
Per gli Ordini è giunto il momento di avere coraggio: aprano alle società professionali, a patto che chi vi ricopre cariche e vi opera abbia seri titoli professionali, magari verificati nel tempo e non solo con un esame post laurea. Non si deve temere che si inneschi un processo di gigantismo organizzativo e di spersonalizzazione senza ritorno. Quando le organizzazioni crescono troppo, non sono più in grado di fare efficienza, perdono contatto con il cliente ed inevitabilmente vanno in crisi e (fatto salvo il vizio italico di volerle mantenere troppo a lungo in vita). A questo punto si smembrano e lasciano uscire le migliori professionalità, rimettendo così in moto il circolo. 
I piccoli - in ogni settore - dovrebbero essere poi messi in grado di competere con l'arma dell'agilità e della flessibilità. Ciò significa minori formalità nel rapporto con i dipendenti, che essendo pochi in una piccola organizzazione son legati all'imprenditore da un rapporto essenzialmente fiduciario. In un piccolo esercizio la credibilità, la moralità e la professionalità del proprietario / gestore potrebbero in molti casi sostituire numerosi adempimenti formali e autorizzativi. 
Se una tale rivoluzione sarà compiuta sarà poi necessario operare seriamente per contrastare monopoli e cartelli. Che è l'altra battaglia da compiere nei settori del credito e delle utilities.

E qui apro una parentesi sui distributori di benzina. Mi pare assurdo pensare che tutto il problema stia nella distribuzione ed ipotizzare soluzioni che possono forse ridurre i prezzi, ma a scapito del servizio. Questo significa infatti ridurre il numero di pompe ed aumentare i self service. Intanto per agevolare la concorrenza i prezzi alla pompa dovrebbero essere variati una sola volta al mese, tutti nello stesso giorno. E dovrebbero essere facilmente reperibili su internet. In modo cioè da poterli memorizzare ed effettivamente scegliere dove rifornirsi. È poi positivo consentire la vendita di benzina nei centri commerciali e reciprocamente consentire la vendita di articoli di vario tipo nei distributori. Più che pensare a distributori che acquistano da più compagnie petrolifere si potrebbe agire sulla durata dei contratti, sulla possibilità di recesso non oneroso da parte dell'esercente e sulla possibilità del medesimo di limitare la presenza del brand petrolifero nel punto vendita, potendo così mettere periodicamente in concorrenza le compagnie senza eccessivi vincoli contrattuali o d'investimento. 
Si dirà che in questo modo si toccano diritti, consuetudini, redditi, modelli di vita consolidati nel tempo. Ciò in fondo è avvenuto già per le pensioni e per il lavoro nelle aziende. La realtà è che non esistono diritti acquisiti. L'unica certezza della vita è ... che un giorno moriremo. Cerchiamo di vivere facendo ciò che è logico e giusto.

10 dicembre 2011

Sostenibilità e crescita - intervento al Congresso Nazionale Manageritalia



12 novembre 2011


Introduzione al tema congressuale SOSTENIBILITA' e CRESCITA


Cari colleghi,
trattare temi macro-economici, sociali ed ampi come “Sostenibilità e Crescita” non fa parte del DNA della nostra Organizzazione.
Non mancano certamente le opinioni e le sensibilità individuali, ma è molto difficile tradurle in una visione e in piani d’azione concreti.
In una delle mie prime Assemblee Federali qualcuno mi disse: - Vedi, noi rappresentiamo persone molto concrete, molto esigenti nella richiesta di servizi, attente al proprio interesse. Non ci sono molti filosofi, economisti e sociologi in questa sala.
Oggi tuttavia abbiamo di fronte sfide alle quali non possiamo sottrarci. Il nostro lavoro, il nostro ruolo nella società, i modelli culturali ai quali ci ispiriamo, rischiano di scomparire o di trasformarsi al punto tale da non essere più riconoscibili.
Non esistono manager senza la crescita economica, ci sono solo i liquidatori.
E la crescita materiale, quella che ha trainato la nostra civiltà negli ultimi due secoli ed è tuttora il motore dello sviluppo nei paesi emergenti, ha quasi raggiunto il tetto nei paesi di meno recente sviluppo.
Questa è una sfida mai affrontata prima d’ora: i cicli economici si alternavano, mai si era verificato un periodo di sviluppo materiale così lungo da mettere in crisi le aspettative di ulteriore crescita e generare dubbi sulla sostenibilità dei consumi di materie prime.
Non possiamo fare finta che sfida di tale non ci riguardi, né che sia troppo grande e complessa per le nostre forze.
Non possiamo neppure rassegnarci alla decrescita (che è l’unica ricetta al momento resa disponibile da economisti e sociologi per far ripartire la crescita materiale), né illuderci che un generico benessere o il rifugio in illusioni immateriali impalpabili ci consentano di galleggiare all’infinito.  Il volto truce che si nasconde dietro queste illusioni ci scruta ormai con intensità: ha la forma dell’indebitamento delle famiglie, nei paesi anglosassoni, e di quello statale in quelli latini. E’ il “two minutes warning”: la partita, con le regole che abbiamo conosciuto, sta per finire.

Se nel mondo della crescita materiale la crescita della ricchezza avviene tramite lo scambio (la vendita) dei beni e dei servizi ed il sistema sociale su questo schema si è modellato,  nel mondo del benessere materiale diffuso la ricchezza si moltiplica con la condivisione. Non posso realmente “cedere” una notizia, un’esperienza, un’opera d’arte, una tecnologia. Devo condividerla, goderla ed utilizzarla insieme ad altre persone perché assuma valore. Solo condividendo la crescita globale, che è impetuosa ed ha ancora enormi spazi negli altri continenti, potremo rendere sostenibile la nostra società.
Solo condividendo responsabilmente le risorse scarse e pianificandone globalmente la sostituzione potremo evitare conflitti sempre più sanguinosi e distruttivi, nei quali la sopravvivenza avviene a spese degli altri.

Il tempo che abbiamo dedicato nei precongressi e qui in congresso a riflettere su questi grandi temi, non è sprecato. Se altri attori sociali possono permettersi di vivere alla giornata, a noi, chiamati ad essere guida delle nostre aziende, delle nostre famiglie e (auspicabilmente) del nostro paese, occorre una visione, una direzione a cui tendere.
E qui, in assenza di nuovi grandi modelli economici e sociali il nostro pragmatismo e la nostra concretezza ritornano ad essere preziosi.
In una società che oscilla tra sogno e depressione noi dobbiamo portare speranza e concretezza.
Come facciamo ogni giorno nelle nostre aziende, anche in questo ambito dobbiamo assumerci delle responsabilità. Ne individuerò tre, in particolare:

La prima responsabilità è quella di indicare le aree, i settori, gli ambiti in cui ancora è possibile la crescita. Anche nel nostro paese, apparentemente condannato a galleggiare, abbiamo ancora importanti “riserve” di crescita: nei nostri precongressi abbiamo individuato il turismo, l’alimentare di qualità, le tecnologie di rete, le energie rinnovabili ed i servizi connessi. Abbiamo il dovere di orientare la crescita in queste direzioni, chiedendo ad alta voce che vengano concentrate le risorse ed eliminati i vincoli, alleandoci con chi condivide queste priorità.

La seconda responsabilità è condividere la crescita, sia a livello globale attraverso modelli che favoriscano l’emersione dalla povertà, sia nel nostro paese ripensando il modello di welfare secondo principi di equità intergenerazionale. Tutto il mondo ha bisogno di maggiore cultura manageriale, di programmazione rigorosa e di gestione dei cambiamenti. Non possiamo arroccarci nei privilegi, anche quando derivano da comportamenti virtuosi e scelte lungimiranti.

La terza responsabilità è quella di gestire la nostra Organizzazione con le medesime logiche di sostenibilità e crescita, domandandoci se il modello attuale può durare all’infinito, se il rapporto tra dirigenti attivi e pensionati è destinato a rimanere costante per esempio. E già conoscete alcune risposte.

Manageritalia ha già raccolto queste sfide e non si rassegna a giocare soltanto in difesa.
Se nell’arco degli oltre sessant’anni siamo cresciuti raccogliendo un numero sempre maggiore di iscritti, aprendo nuove sedi, erogando nuovi servizi, modificando considerevolmente il modo di interpretare la rappresentanza, significa che abbiamo la capacità di guardare al futuro.
Se siamo considerati dai nostri associati piuttosto bravi nel realizzare ed erogare servizi è perché  abbiamo sempre creduto nel rapporto tra crescita economica e welfare. La spesa per il welfare, correttamente gestita, è per noi un investimento sociale ed il welfare è fattore di sviluppo economico.
Ma le nuove sfide non ci consentono di ragionare soltanto in termini di servizi da erogare: il nuovo valore da estrarre sta appunto nella condivisione.
Per continuare ad esistere e per essere riconosciuti come una componente sociale di crescente rilevanza occorre rendere evidenti la qualità, il merito e la professionalità dei nostri associati. E non si tratta solo di aiutarli a sviluppare queste caratteristiche, come già facciamo con CFMT e Cibiesse, devono esserne consapevoli, motivati a migliorarle e capaci di promuoverle.
Dobbiamo quindi investire di più nella valutazione, nella certificazione e nella riconoscibilità di qualità e competenze, perché questo è il nostro “marchio di fabbrica”. Con YouManager abbiamo iniziato un percorso, che dovrà proseguire ed intensificarsi, fino a rendere il “check-up” delle competenze qualcosa di regolare come quello fisico.
Ma sono investimenti che portano frutti solo se condivisi da un largo numero dei nostri associati, ognuno è allo stesso tempo fruitore e produttore.

Negli interventi che seguiranno saranno probabilmente numerosi i richiami ad un’azione maggiormente efficace nei confronti della società, dei media, dei poteri politici ed economici. E qualcuno sottolineerà come occorra imparare a “narrarci” in modo diverso. Mai in ogni caso la cifra della nostra comunicazione non potrà prescindere da una conoscenza del mondo del lavoro manageriale oggettiva, fattuale, basata sui dati. Per sistematizzare la raccolta di dati, nel  2008 abbiamo dato vita a un Osservatorio Manageriale, per fornire in modo strutturato e regolare dati e trend in atto sull’universo dei manager. 
Avete visto in questi anni quanto queste ricerche hanno acquistato sempre maggiore visibilità sulla stampa. Anche i legislatori ci hanno chiesto più volte direttamente informazioni e dati sulla categoria. Possiamo dire di aver conquistato nel tempo quell’autorevolezza che ci ha fatto diventare interlocutori rilevanti. Il nostro modo di fare lobbying è questo, non è quello dei faccendieri.

Abbiamo già parlato di rappresentanza della dirigenza pubblica e privata nella neo-nata Costituente Manageriale, un salto di qualità importante nel rafforzamento dell’azione futura a tutela delle categorie rappresentate.
Questo deve anche essere lo strumento principale per rappresentare tutto il mondo delle alte professionalità,  inclusi i quadri e i professional.
E’ del tutto evidente infatti che il concetto di sostenibilità per la nostra Organizzazione passa attraverso il riconoscimento di un cambiamento ormai ampiamente avvenuto: la carriera non si sviluppa più in modo lineare, ma secondo percorsi fluidi, che prevedono il passaggio attraverso ruoli diversi in età e periodi diversi. Al centro del nostro sistema non potrà quindi più esserci il solo dirigente “per ruolo”, ma il manager come persona, allevato, aiutato a crescere e seguito per il periodo più lungo possibile.
Questa è la vera sfida della bilateralità: uscire dalle gabbie della contrapposizione sul rinnovo contrattuale ed agire insieme per far crescere e valorizzare i “talenti”. Quelle professionalità senza le quali nessuna azienda può pensare di crescere e prosperare in modo sostenibile e continuativo.
Anche su questo punto i colleghi che seguiranno propongono idee interessanti: dal “personal caring”, a campagne di comunicazione e reclutamento mirate ai “talenti”, al raccordo istituzionale con il mondo della ricerca universitaria.
Il punto di partenza è come sempre il contratto: il successo dell’innovativo istituto dei dirigenti di prima nomina (DPN), nato per tentare di contrastare l’allarmante regresso della crescita di nuova managerialità nel Paese, l’instabilità lavorativa e la difficoltà di rientro nel lavoro dei fuoriusciti sopra una certa età, ci ha suggerito di rendere le agevolazioni permanenti e di potenziarle ulteriormente. Anche se siamo convinti che il welfare non sia un costo, ma un investimento in tranquillità e fiducia condiviso tra manager ed azienda, non vogliamo prestare il fianco a chi accusa il nostro contratto di essere troppo “oneroso”.
Nell’ultimo rinnovo contrattuale è stata quindi introdotta la possibilità di applicare la normativa relativa ai DPN alla figura professionale del temporary manager, includendo le professionalità operanti all’interno di reti di imprese.  L’agevolazione contributiva può essere concordata anche nel caso in cui il dirigente non abbia i requisiti previsti per i DPN, ma per un periodo corrispondente al 50% della durata del contratto, fino ad un massimo di un anno.

Nel suo complesso, il contratto collettivo recentemente rinnovato è un esempio di realismo e sostenibilità.
Ad ogni rinnovo contrattuale le difficoltà nella negoziazione sembrano aumentare, questa volta il contesto economico-sociale è stato particolarmente sfavorevole. Dobbiamo inoltre rincorrere riforme legislative che, mettendo “ordine” sui vari sistemi integrativi di previdenza, assistenza o assicurativi, ci costringono a riorganizzazioni là dove siamo stati precursori indiscussi.
Quindi abbiamo affrontato con coraggio la riforma del Fasdac, nodo centrale di questo rinnovo contrattuale. Non abbiamo ceduto alla tentazione di rinviare i problemi alle generazioni future, le parti hanno concordato un piano di riordino del Fasdac allo scopo di garantire la tenuta finanziaria del Fondo nel medio – lungo termine, avendo cura di non penalizzare il livello delle prestazioni. 
La misura stabilita, certo impopolare, ma risolutiva, è stata quella di rivedere la contribuzione a carico dei dirigenti pensionati e superstiti, per garantire definitivamente l’equilibrio della gestione, attualmente in sofferenza. Non abbiamo tuttavia rinunciato ai principi di solidarietà, non solo di tipo economico (i costi dei prodotti assicurativi che il mercato propone agli ultra 50enni sono ben diversi), ma soprattutto di garanzia di assistenza senza vincoli di età e di condizioni di salute.
Adesso ascoltiamo le relazioni di sintesi delle cinque aree territoriali sul tema. Nel dibattito poi ciascuno di voi potrà intervenire per modificare, migliorare, implementare quanto sarà emerso.
Buon lavoro a tutti noi!


Diario di questi mesi di crisi

Raccolgo in questo post i miei commenti che Gianluca Galletti ha pubblicato da agosto sul suo blog.
Rileggendoli mi rendo conto di quanto sia stato grave aver convissuto negli anni passati con problemi economici e politici di tale portata, senza trovare il coraggio di affrontarli.
E' la cronaca di una rincorsa affannosa e a tratti disperata, che non è ancora finita.
Con l'auspicio che i prossimi lascino più spazio alla ricostruzione e alla speranza.


18 agosto 2011: Un'Europa con poche idee


25 agosto 2011: Quali Eurobond? E per quale politica?


31 agosto 2011: Una manovra, ingiusta e depressiva


23 settembre 2011: Dopo la notte riprenderemo la crescita?


28 settembre 2011: 120 milioni da risparmiare in due anni non sono pochi


25 ottobre 2011: Dodici condoni dodici


4 novembre 2011: Perché salvare un progetto è vitale


9 novembre 2011: Quando non si capisce la crisi


10 novembre 2011: La bomba al mercato


1 dicembre 2011: Tra Scilla e Cariddi



14 ottobre 2011

Psicodramma in ideogrammi


Sono seduto al tavolino di un bar in via Paolo Sarpi, a Milano.
Questa mattina ho portato il mio vecchio BBerry a riparare in un negozio cinese. Cambiata la pallina del mouse, 20 euro e via. Mi sentivo furbo, io. Altro che andare all'assistenza, perdere tempo e denaro per sentirsi dire che il telefono è da cambiare. Lo so benissimo che è da cambiare.

Dopo la riparazione celebro il mio successo su foursquare, consulto Twitter, telefono. Poi provo a leggere una mail. Niente, non si apre. Sms: niente. Vabbè, con tutti i casini del BIS in questi giorni...Provo ad aprire i task e il BB si blocca. 
Dopo qualche tentativo appare lo schermo bianco con il famigerato messaggio d'errore app cinquecentoqualcosa. So bene per esperienza cosa significhi: sistema operativo da reinstallare, backup da ripristinare, mail da riconfigurare, app da scaricare. 2 ore abbondanti di lavoro se tutto funziona perfettamente.
Ritorno dal cinese e gli espongo il problema. Nega che ci sia una relazione tra l'intervento e il guasto. 
Gli faccio presente che in materia di hardware e software il caso non c'entra quasi mai. Si parla di caso quando non si sa come spiegare. 
Non ho speranze, lo so bene. Provo a metterlo sotto pressione con la richiesta di una somma pari al mio costo orario per il ripristino del software. Ma capisco che comunque non mi risolverà il problema, farebbe le stesse operazioni che dovrei fare io. Preferisco fare casino da solo. 
Privo di dignità, non mi restituisce neppure i 20 euro, se non smontando il pezzo e rimontando quello guasto. La metto sull'etica: "Avrò per sempre un credito nei tuoi confronti. Ricordatelo" non fa una piega ovviamente.
Mentre mi accingo ad avvertire via iPad i congiunti e colleghi più stretti, dicendo loro di scrivermi solo mail per oggi, tento un ultimo reboot del reprobo.
Che riprende a funzionare. Soltanto l'ora è indietro di 35 minuti. Un tempo sospeso in un mondo cinese parallelo.
Arriva un sms di Vodafone: mi avverte che RIM " ha risolto i problemi".
Ma ormai è tardi, da oggi sono un po' più razzista. Non sopporto i canadesi.

13 ottobre 2011

Chi paga il conto?

Al Ristorante Italia, l'allegra tavolata guarda con stizza il cameriere. Ha in mano il piattino con il conto e chiede a chi deve lasciarlo.
Il più lesto (nessuno sa come si chiami) si alza e dice: "Ho la macchina in doppia fila, scusatemi". E se ne va.
Un professionista estrae una banconota da 10 euro e la appoggia sul tavolo. "Ecco la mia parte" E anch'egli fa per andarsene, ma il vicino lo trattiene per un braccio..
Un impiegato guarda tutti gli altri e dice: "Non contate su di me. Non ho soldi".
Il manager interviene: "Ehi ragazzi, non scherzate. Questi hanno tutti i dati della mia carta di credito e va a finire che fanno pagare tutto a me. Organizziamoci per dividere"
Ma nessuno mette mano al portafoglio. Un giovane si alza e comincia a gridare:
"Cosa? Io pagare? Ma se mi sono appena seduto, non ho nemmeno finito di assaggiare l'antipasto e dovrei pagare?"
Gli dà man forte un operaio:
"Ma da dove esce questa storia del pagare il conto? A me hanno solo detto che si andava a cena,  non ho mai contrattato il pagamento del conto. Lo paghino i padroni il conto!"
L'imprenditore si sente chiamato in causa:
"Su un punto ci troviamo d'accordo: da dove esce questa novità che si paga il conto? Io ho lavorato una vita, creato decine di posti di lavoro e ora devo anche pagarvi la cena? Ma io mi compro questa baracca e ci vengo solo con i miei amici, altro che pagare il conto!"
Il cameriere si spazientisce, gira i tacchi e va a chiamare il proprietario del ristorante.
"Che succede? Perché non pagate il conto?"
Una pensionata ed un disoccupato in coro:
"Perché ci hanno detto di venire a cena, non che c'era da pagare il conto!"
"Quindi qualcuno vi ha detto che eravate invitati?"
"Beh, in effetti..." 
L'insegnante con sicurezza:
"Io l'ho sentito dire alla TV!"
Ma il ristoratore non demorde: 
"Lei ha sentito dire che nel mio ristorante non si paga il conto ?!"
"Non proprio, c'era uno che diceva però che la cena è un importante momento di aggregazione, che favorisce l'interscambio democratico delle idee, che è importante per il territorio e poi, sì insomma, che cenare è un diritto costituzionale!"
"Non scherziamo. Siete tutti adulti e vaccinati. Quando andate al supermercato la roba ve la  regalano? Se stavate a casa digiunavate?"
Qualcuno comincia ad alzarsi, con fare minaccioso. Il cameriere va a chiamare la polizia:
"Pronto buonasera, parla il Ristorante Italia. C'è una comitiva di persone che non vuol pagare il conto, potete intervenire?"
Il brigadiere, scocciato e supponente:
"Caro signore, lei crede che qui ci si possa preoccupare di una comitiva che non paga un conto? Qui da noi si pagano più conti che in tutto il resto d'Europa! E poi tra poco ci sarà la conto tax, il suo conto sarà trasformato in un ticket della lotteria, lei potrà giocarlo in ogni ricevitoria e vincere fino a 100 volte l'importo. E ora mi lasci studiare il cablogramma che mi spiega come fare i controlli dei ticket nelle ricevitorie, che è scritto che non si capisce niente. Buonasera".
Il cameriere perplesso ritorna in sala e vede il proprietario circondato da una dozzina di commensali che lo insultano, gli gridano che il suo cibo fa schifo e che il conto deve metterselo....
Approfittando della confusione qualcuno s'infila in dispensa e fa piazza pulita.
Un gruppetto si è seduto ad un tavolo, ha tirato fuori un computer ed inventa complesse formule di ripartizione. Ma la maggioranza dei commensali urla, e qualcuno comincia  a tirare le sedie. Gli avventori degli altri tavoli si sono alzati e sono usciti.
Passa una volante e si ferma, un maresciallo entra per controllare che succede:
"Ma che avete tutti oggi? Veniamo dal Ristorante Greco, dalla Birreria Tedesca e dal Pub Irlandese e abbiamo una chiamata dal Tapas bar, pare che oggi nessuno voglia pagare! Ora anche voi?!"
Il maresciallo dice al ristoratore di attendere: è un problema fiscale e quindi tornerà a breve con la guardia di finanza. Rientra alla centrale e trova il brigadiere immerso nella lettura:
"Ma cosa fai, non ti hanno chiamato dal Ristorante Italiano? Non hai sentito che casino c'è?"
"Ah sì, mi ha chiamato un rompicoglioni di cameriere, ma che vuoi che sia..."
"Come che vuoi che sia?! In città tutti i ristoranti hanno questo problema e tu nella tua zona non intervieni? Devo fare tutto con la mia pattuglia di pronto intervento?"
"Ma la conto tax ..." farfuglia il brigadiere.
"Basta! Corri al Ristorante Italiano e falli pagare, non importa come e chi, ma non devono uscire senza pagare!" urla il maresciallo.
Il brigadiere guarda l'appuntato e gli dice. "Vai tu che io devo finire di leggere".
L'appuntato si alza e di mala voglia si avvia. Lungo la strada pensa:
"Farò tirare fuori a tutti il portafoglio e dove vedo che ci sono soldi ne prendo di più. Li consegno al ristoratore, saluto tutti e stacco. Stasera vado allo spettacolo di lap dance, alla faccia di 'sti rompicoglioni".
Ma quando arriva, il Ristorante Italiano è ormai un ricordo. Il ristoratore ha fatto fagotto, il cameriere urla anche lui perché non è stato pagato, cucina, dispensa e sala sono vuote. Solo quattro anziani, imperterriti, sono seduti per terra e discutono animatamente su come dividere il conto.
Una coppia ferma l'auto di fronte al Ristorante Italiano. Lei scende, vede la devastazione e risale di corsa:
"Dai andiamo via, non so cosa sia successo ma qui non si cena di sicuro. Più avanti però c'è un ristorante cinese".

08 ottobre 2011

Stay hungry. Full stop


Ok, stay hungry. Love and curiosity move the World, so be hungry of both.
Stay foolish? If the meaning is "don't take yourself too seriously" I subscribe it.
And also a few drops of foolishness, a non-conventional look at the world are ok. But don't forget that being a genius is a privilege granted to the very few. Those very few who can break the rules and nonethelss foster the progress of humanity. Don't forget that the probability of being one of them is negligible, Those waiting for the confirmation of being a genius and just breaking rules in the meantime, are nothing but nasty fools.
So I'd rather say:

"When you wake up in the morning, don't ask yourself what you desire, if you'd rather be somewhere else or be someone else. Think about doing better the same things you did yesterday.  Convince yourself that you're exactly where you should be, that you're unique and whatever you're doing, it matters.  Reduce everything that is unnecessary , words in particular. Be convinced that geniuses need you, because they would be useless if nobody would follow them. Always be honest with yourself and if one day you'll have an ingenious idea or a new life opportunity, you'll recognize it. And with a clear mind, you'll choose".

Stay hungry, stay hungry


OK, stay hungry. Perché l'amore e la curiosità sono i motori del mondo.
Stay foolish? Nel senso "non prendetevi troppo sul serio", condivido.
Ed anche mantenere un pizzico di follia, uno sguardo originale ed irriverente sul mondo va pure bene. Ma senza dimenticare che essere un genio è un privilegio riservato a pochi. Che pochi possono infrangere le regole e far progredire il mondo. Che la probabilità di essere uno di quelli è minima. Che chi, nell'attesa di capire se è un genio, passa il tempo ad infrangere le regole, è solo uno sciocco fastidioso.
E quindi preferisco dire:
"Ogni mattina quando vi alzate non chiedetevi cosa desiderate, se preferireste essere in un altro luogo o essere una persona diversa. Pensate di fare ancora meglio ciò che avete fatto ieri. Pensate che quello è il vostro posto, che siete unici, che ciò che fate è importante. Eliminate tutto ciò che è superfluo, specialmente nelle parole. Pensate che i geni hanno bisogno di voi, perché se nessuno li seguisse il loro genio sarebbe inutile. Se sarete sempre onesti con voi stessi ed un giorno avrete un'idea geniale o una prospettiva di vita diversa, la riconoscerete. E lucidamente sceglierete."

25 settembre 2011

Dopo la notte riprenderemo la crescita?

Siamo in piena notte, a fari spenti.
Alla guida un uomo che, come altri imprenditori, si rifiuta di accostare e alzare le mani dal volante, convinto di essere l’unico in grado di guidare quell’auto. Ne ho visti tanti nelle aziende in crisi: così  muoiono o si degradano irreparabilmente molte aziende; così accadrà al suo partito. E purtroppo anche l’Italia faticherà a rialzarsi.Ma in questa notte insonne non si può non pensare al dopo. Perché, con o senza un guidatore folle, l’Italia deve capire se può e vuole riprendere la via della crescita.Le riserve di valore inespresso esistono e se adeguatamente sfruttate possono riavviare in poco tempo un ciclo virtuoso.
1) Tecnologie e applicazioni di rete. E’ un contesto iper-competitivo e non abbiamo grandi imprese nazionali. Ma nella Silicon Valley si parla anche italiano e chi la frequenta sa che là “ognuno ha una start-up”. Può accadere anche da noi, i cervelli non mancano, la creatività neppure, le grandi aziende internazionali sono presenti in modo qualificato. Serve coraggio, fiducia e capitali di rischio per iniziare. Finanziando le persone, i giovani, prima delle aziende.
2) Turismo. Pare un’ovvietà, ma è ancora l’enorme riserva di valore di mezza Italia, specialmente meridionale. Ed è incredibile che non si riesca a sviluppare e promuovere un’offerta competitiva rispetto ad altri paesi, mediterranei e non.
3) Alimentazione italiana. In tutto il mondo la cucina italiana ha una diffusione spettacolare, ma i nostri prodotti e la nostra ristorazione di qualità non altrettanto.Uno sviluppo accelerato in questi tre settori potrebbe garantire una crescita di 2-3 punti di PIL all’anno, per diversi anni. Sono settori ad alta intensità di occupazione (almeno i primi due), in particolare giovanile.Tutti gli altri settori, dal made in Italy nella moda e nell’arredamento, alla meccanica e ai servizi in generale, possono in larga parte resistere senza perdere volumi ed aumentando la produttività.
Con idee chiare, serietà e rapidità d’intervento potremmo ripartire in fretta.

30 agosto 2011

Switch over da Twitter a Google+ - Fase 1

Cari Amici, Follower, Followings e Compagnia, da oggi inizio inizio una fase sperimentale di migrazione da Twitter a Google+
Testi più ampi, discussioni più facili da seguire, foto molto valorizzate, e soprattutto possibilità di segmentare i contatti sono i plus che mi hanno convinto. Twitter ha browser più evoluti, soprattutto su device mobili, ma arriveranno anche su G+.
Per ora riguarda solo il mio profilo in italiano @Mario_Mantovani , creato alcuni mesi fa per gestire meglio contenuti e contatti molto diversi da quelli con i quali parlo in inglese.
Ho verificato che gran parte dei 71 che mi seguono e dei 153 che seguo sono presenti anche su Google+ e li ho inseriti nei miei Circles: sono 144, alcuni dei quali seguo solo su G+
Mancano sostanzialmente i siti di news e quindi continuerò a leggere Twitter per quello scopo, ma per il resto scriverò quasi solo su Google+, condividendo i contenuti su Tw.
Il passo successivo sarà affrontare il profilo in inglese @mmant27 (molto trascurato ultimamente), sarà anche l'occasione per una bella scrematura di tanti contatti dei quali non leggo mai un post.
Twitter è ancora un ottimo strumento per leggere news provenienti da ogni parte del mondo, specialmente quelle meno codificate (per le altre basterebbe un feeder RSS), ma per dialogare mi pare superato.
E poi da qualche parte dovevo iniziare a semplificare. Fatemi sapere cosa ne pensate e se state meditando passi simili. E mi raccomando: siate attivi su G+ !


26 giugno 2011

Ma il destino è una mela?

So bene che Carlo è un fenomeno quando scrive di tecnologia (e non solo. E non solo quando scrive).
Ma qui si è superato: il suo racconto autobiografico assume valore universale per un'intera generazione, che è anche la mia.
Per tutti noi che abbiamo visto il primo pc, con soli floppy (che sembravano così piccoli rispetto a quelli del S34 IBM), noi che lanciavamo i comandi da DOS, Windows non è stato il pugno di ferro del monopolista ma lo standard che ci ha salvati dalla babele informatica. Ho iniziato a lavorare in una società che si era costruita un ambiente proprietario di gestione documentale, tanto per intenderci. Non molto flessibile, privo di uno spreadsheet e inadatto a scrivere lettere e report: ma ogni gruppo di lavoro (nella stessa azienda) aveva i suoi standard di text editor e spreadsheet, per non parlare dei clienti.
Grazie a Microsoft abbiamo tutti conosciuto incrementi di produttività immensi. Fino al 2000. Poi ogni release è stata meno rilevante della precedente e spesso ha introdotto cambiamenti inutili e fastidiosi. Rileggo il racconto di Carlo, ed è anche il mio.
Ma Carlo è più "puro" di me ed è rimasto fedele alla ditta MS fino al momento del passaggio. Finale e definitivo. 
Io ho reagito in modo più subdolo. Grazie anche a figli nati prima (quasi tutti) dei suoi ho capito anni fa che non potevo continuare ad installare e lasciare installare ogni cosa sui pc di casa. E ad ogni cambiamento (perché il pc di marca commerciale si cambia o si degrada senza troppo rimpianto, non è un oggetto di culto) ho fatto come si fa con i giocattoli: un backup, una bella formattazione e si riparte con browser, Office Acrobat (versione 2.0)  e stampante. E via, passa la paura. Mi sarà capitato tre o quattro volte di dover ricaricare un vecchio file e reinstallare il programma per leggerlo. I device quasi mai, anche perché ad ogni release di Windows era sempre più difficile trovare i driver ed aggiornarli. Poi un giorno ho avuto l'idea geniale: il Toshibone.
Il Toshibone è un vecchio portatile che funziona a carbonella, già mia figlia di 7 anni si lamentava per la lentezza. E così l'ho congelato al 2002, senza più aggiornamenti, né collegamenti in rete è rimasto l'ambiente perfetto per far girare i vecchi applicativi, i device più obsoleti (il mio vecchio scanner Canon 4100C è stato pensionato solo due anni fa, Vista lo aveva cancellato per sempre dal consesso civile). E poi leggeva benissimo i floppy.
L'altra scelta che negli ultimi anni mi ha fatto risparmiare decine di ore di lavoro e giaculatorie è stata la dismissione di Outlook. Chi ha inventato il .pst deve essere un malato, in effetti. Ad ogni migrazione io e il mio malcapitato compare ci guardavamo con preoccupazione quando veniva il suo turno: - Hai fatto due backup? Sei sicuro che quello sia il pst giusto? - L'abbiamo impastato più di una volta. E poi perché replicare in locale se per usare la posta da più pc devi lasciare tutto sul server?
E allora via: passaggio a Gmail per gli indirizzi e al cellulare per i numeri di telefono. Outlook è rimasto vivo per un po' a servizio di una manciata di indirizzi fisici utilizzati per stampare etichette ed inviare comunicazioni a persone senza email. Ma sono sempre meno ed ora basta il file delle etichette, cancellandone un po' ogni volta.
Anche perché, lo confesso, io la testa nel cloud ce l'ho da un pezzo, diciamo da quando ho capito che browser, java ed ftp potevano seppellire per sempre il client server. Perché il cloud, e questa confessione è più ardita, mi ricorda la purezza del modello mainframe, quel nobile cervellone con tutta la sua corte di terminali stupidi (ebbene sì, qualche calcio giovanile al CICS per farlo ripartire l'ho dato anch'io).
Per la musica invece sono stato meno lungimirante. Da bravo mela-scettico il primo lettore mp3 che ho regalato a mia figlia non era Nomad MuVo. Ma poi Virginia, che è più fashion victim, ha voluto un iPod, del quale ho anche scritto in questo blog. Così mi ritrovo tuttora file wma codificati quasi inutilizzabili: qualche anno fa sono riuscito a convertirli per farli leggere all'iPod, ma impiegavo un tempo infinito ed ogni volta dimenticavo la sequenza di operazioni. Alla fine quelli che davvero m'interessavano li ho ricomprati su iTunes, con netto guadagno in termini di costo orario.
Dopo Gmail sono arrivate le altre applicazioni Google, dal Calendario a Google Docs, Maps, URL shortener. E il Blackberry.
E nel frattempo anche il mio uso di Office si è sempre più limitato a Word ed Excel, raramente Powerpoint (e quasi solo in lettura); l'ultimo MS Project tre anni fa (ma nel team facevo circolare il pdf), Access e Visio sempre poco usati. Utilizzo (più che altro per pigrizia) FrontPage per le minime manutenzioni del sito di famiglia "I Mantovani" e PhotoDraw (che una volta su due devo reinstallare, vittima delle patch) per ritagliare le foto.
In compenso sono uno zingaro che infila la flash memory sul primo pc che gli capita a tiro ed anche il portatile non si sposta più da un'ufficio dall'estate scorsa.
Così ho deciso di fare un ulteriore passo verso le nuvole acquistando un tablet. Nonostante il mela-scetticismo non ho trovato argomenti per non acquistare un iPad. E sono in mezzo al guado: con vari pc + iPad + BlackBerry sono prossimo a quella babele che speravo di avere dimenticato. L'attivazione di DropBox (fondamentale con iPad) mi ha fatto capire come il cloud sia ancora un po' pionieristico. 
La prossima mossa sarà un nuovo telefono: Android o iPhone. Ho detto telefono quindi, salvo evidenti upgrade, sarà Android. E così la sincronizzazione di calendario, agenda e rubrica telefonica sarà semplice, spero. Ma anche se acquistassi  un iPhone il passaggio al Mac mi pare improbabile: intanto perché quello di casa è solo uno dei pc che uso, non posso sostituire tutti gli altri che utilizzo nelle varie sedi di lavoro. E poi perché vorrei che assomigliassero sempre di più a quei cari terminali stupidi di un tempo, magari con bei colori e audio di qualità, invece che muti e a caratteri verdi su sfondo nero.
Ma nella casa di campagna, vicino al vecchio banco di scuola, vorrei installare un bel mainframe. Chissà se riesco a collegargli una webcam. 

25 giugno 2011

Decalogo di utilizzo Facebook per figli

Qualche giorno fa Margherita Facca alias @margotta ha scritto un divertente decalogo per genitori su Tiragraffi
Il dilemma si è posto tempo fa anche a casa mia e alla richiesta di amicizia di noi genitori le due figlie hanno risposto in modo opposto.
Perciò il "Decalogo di utilizzo Facebook per figli" si divide in due pentaloghi, a seconda della risposta alla fatidica richiesta d'amicizia:


Se decidete di accettare la richiesta:
1. ricordate ai vostri amici di non taggarvi in foto sconvenienti
2. evitate che gli stessi amici / fidanzati si complimentino per le gesta alcooliche o sessuali della sera precedente, né  modificate lo status della relazione ad ogni cambiamento d'umore o flirt
3. non fate check-in sui colli in orario di lezione e magari evitate che lo facciano anche il fidanzato o l'amica del cuore. Per la proprietà transitiva finireste facilmente sotto inchiesta
4. accettate qualche commento salace ai vostri post da parte dei genitori e qualche "mi piace" quando un amico vi prende in giro
5. non scrivete bugie tipo "a cinque anni ero già un'artista": potrebbero emergere imbarazzanti disegni delle elementari 


Se invece decidete di non accettare:
1. ricordate di escludere gli amici degli amici: c'è sempre una vostra amica che è amica anche dei vostri genitori e pubblica un album di foto dal titolo "Fuga" nel quale salutate sorridenti proiettando un'ombra inequivocabilmente mattutina
2. se l'amicizia in comune è vostra sorella ricordate che lascia spesso il pc acceso con l'account collegato, spalancando la porta d'accesso dei fatti vostri ai curiosissimi genitori
3. il vostro rifiuto genera sospetti: i genitori hanno spesso un amico hacker o detective
4. se non vi prende in giro su Facebook il genitore lo farà maggiormente nella vita reale
5. nemmeno voi potrete vedere ciò che scrivono su Facebook i genitori sul vostro conto. E soprattutto non potrete replicare 


Ma in ogni caso ricordate sempre di scollegarvi dal vostro account, anche se vi alzate per un bicchier d'acqua: c'è sempre qualcuno in agguato che vi ruba l'identità per farvi dire cose terribili (tipo che vostro padre è un tipo eccezionale).

20 giugno 2011

Apocalisse

Iniziare dalla fine spesso aiuta a comprendere il presente.
"Apokalipsis" significa in effetti "rivelazione", ma oggi è comunemente intesa come "rivelazione della fine del mondo". Ragionare sulla fine del mondo può aiutare a ragionare sulle risorse della Terra, sulla crescita economica e su quella demografica. 
Ma ai giorni nostri è comunemente accettata l'idea della fine del mondo?
Certo, ogni tanto si leva una voce che la definisce prossima, basata su antiche rivelazioni sapienziali, numerologiche, magiche. In occasione di una catastrofe (nucleare ad esempio) o di un evento astronomico (come un asteroide vagante) l'escalation della paura conduce a parlare di fine del mondo. Esiste una generica coscienza della fine del mondo, ma non pare entrare nelle discussioni, razionali ed emotive, che tanto appassionano le nostre coscienze ecologiche.
E pure, il nostro mondo - la Terra con la razza umana - un giorno finirà.
Potrebbe accadere per effetto di un unico evento traumatico, come una gigantesca collisione con un altro corpo celeste o l'esplosione della nostra stella il Sole. Se per il primo caso possiamo pensare che si trovino nel tempo rimedi, per il secondo non ve ne saranno. Accadrà. Ma forse nessun Uomo abiterà più la Terra, allora.
E' meno probabile che sia un cataclisma terrestre naturale a condurci all'estinzione: eruzioni, terremoti, tsunami, esplosioni di centrali nucleari potrebbero sterminare milioni di persone, distruggere immani risorse e innescare gigantesche ondate migratorie. Ma già oggi non sembra probabile che possano portare alla sparizione dell'umanità dalla Terra. 
Ma lo scenario apocalittico per eccellenza della nostra generazione è la guerra nucleare, il cui rischio mai del tutto potremo scongiurare. Certo è improbabile che, per quanto vasta e globale, una guerra nucleare possa davvero sterminare e contaminare completamente la vita umana sulla Terra. Ma potrebbe accadere.
Come potrebbe accadere un attacco da parte di virus, batteri o altri microorganismi in grado di superare ogni nostra difesa. E già l'accoppiata guerra batteriologica + nucleare ha maggiori probabilità di raggiungere il risultato finale.
Riassumendo: per quelle citate e per altre ragioni 1) cause esterne e 2) aggressività umana potrebbero segnare la fine del genere umano. E se invece fossimo fortunati e saggi per generazioni ci estingueremmo ugualmente? Temo proprio di sì.
Le risorse naturali non rinnovabili (almeno in tempi compatibili con la durata della vita umana) si estingueranno: idrocarburi, rame, ferro etc. finiranno. Accadrà sia che si applichino seriamente programmi di risparmio energetico e controllo delle nascite, sia se ciò non accada.
Fenomeni acuti di scarsità potrebbero innescare meccanismi di amplificazione, quali guerre e malattie, ma anche se fossimo ordinatissimi ed estremamente coscienziosi queste risorse finiranno. Si può anche pensare che le fonti rinnovabili (sole, vento) possano sostituire gradualmente le altre fonti energetiche, ma i metalli e le altre materie prime minerali. Tutto sostituibile con composti sintetici?
L'unica possibilità è rappresentata dalla ricerca di nuove risorse o dall'emigrazione su altri pianeti. In questa prospettiva, oggi fantascientifica, il risparmio energetico e la crescita controllata avrebbero senso: servirebbero a conquistare più tempo per la scienza, per la ricerca e l'esplorazione spaziale. Potremmo anche estinguerci nel vano tentativo di colonizzare un altro pianeta, senza riuscirvi prima di avere esaurito le risorse della Terra. Ma è una possibilità, e potrebbe teoricamente essere ripetuta n volte. Ma prima o poi qualcuno o qualcosa nell'Universo che ci fa fuori definitivamente lo troveremo.

Senza questa prospettiva di colonizzazione dello spazio, e comunque molto probabilmente, ci estingueremo su questa Terra.
E allora dobbiamo ragionare sul fondamento etico delle politiche di risparmio energetico e di controllo delle nascite. Il principio guida è quello della responsabilità verso gli altri esseri umani, presenti e futuri. Risparmiare risorse è certamente segno di rispetto e di amore per gli altri. Ma non salva il mondo, prima o poi finiranno comunque. Interverranno scoperte scientifiche in grado di superare i problemi della loro scarsità, ma un giorno esauriremo TUTTE le risorse. Risparmiare risorse senza fare ricerca è abbastanza inutile, a meno che non diamo un valore al numero di anni che intercorrono da noi all'ultimo Uomo. Che siano mille o diecimila, cosa cambia?
Ancora più evidente è l'insostenibilità etica del controllo demografico. Possiamo anche pensare che se saremo di meno sulla Terra ci estingueremo più tardi. Ma dieci miliardi di persone per mille anni valgono di meno di un miliardo per diecimila anni?
La vita umana sulla Terra non è misurata in una gara di longevità: lo spirito di conservazione è umano, ma non è sufficiente a conservarci. 
Investire in ricerca sulle fonti energetiche e sull'esplorazione spaziale è segno di reale interesse per le generazioni future e un utilizzo cosciente delle risorse può garantirci un tempo più lungo per la ricerca ed alimentare la speranza delle future generazioni.
L'eccessiva enfasi sul controllo demografico e sul risparmio energetico, collegata ad una sorta di blocco dello sviluppo, è invece la posizione di un'umanità impaurita e passiva, che ha smarrito il senso della sua presenza sulla Terra ed ha rinunciato a sperare nel'oggi, nel domani e nel dopo. Un'umanità che sopravvive a se stessa perché non dovrebbe estinguersi?
La nostra è una corsa, che finirà. Corriamola insieme, con chi c'è, come meglio possiamo, aiutandoci l'un l'altro, senza troppi calcoli sulla data ultima. Non è mai esistito, né esisterà uno stato di equilibrio, è una pericolosa illusione dei pigri.