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30 aprile 2009

Le due economie

Leggo sul Corriere dello scorso martedì 28 “Fed pronta simulare tassi sotto zero” che un economista ripropone l’idea di tassare la liquidità, rendendo perciò conveniente effettuare prestiti a tassi negativi.
L’idea non è nuova, l’aveva già teorizzata Silvio Gesell negli anni ’20 del secolo scorso: aveva immaginato una banconota sul cui retro, alle date indicatevi, devono esser incollate marche da bollo di un certo valore, onde conservare la validità di quello facciale.
Il tema della liquidità è centrale nella gigantesca situazione di squilibrio creatasi: la depressione e l’incertezza dei mercati generano infatti un accumulo di liquidità non impiegata, che non riesce ad affluire ai consumatori, a causa della recessione e delle restrizioni del credito.
Che il ruolo del denaro nell’economia abbia assunto connotati problematici cominciano a pensarlo anche alcuni economisti, come ad esempio Gerardo Coco, nell’articolo pubblicato dall’Istituto Bruno Leoni “La parola d’ordine delle autorità monetarie è stata: sia fatto il denaro. Ed il denaro fu. Ma insieme, fu distruzione delle economiewww.brunoleoni.it/denaro .

Già nel precedente articolo la “Crisi del denaro” pubblicato su questo blog parlavo del modello di crescita materiale, adatto “alle economie che escono da uno stato di precarietà, con diffusa povertà, come erano le nostre nel secolo scorso e lo sono quelle dei paesi emergenti ora”.
Il modello economico capitalista ha dimostrato infatti la sua innegabile efficacia in questo tipo di scenario, dove invece le economie di tipo socialista hanno dovuto ricorrere alla limitazione delle libertà economiche individuali e si sono rivelate inefficaci sul terreno del progresso materiale. La prosperità è poi divenuta una stabile caratteristica della società ovunque si sia riusciti a bilanciare gli interessi di tutte le parti in causa, ed in questa direzione i movimenti che hanno difeso e difendono i lavoratori hanno un ruolo importante. Ma non c’è stato reale e stabile sviluppo al di fuori del modello economico capitalista.
Oggi però il mondo sviluppato è di fronte ad un’altra sfida: l’ulteriore crescita dei beni materiali e di quelli immateriali appare estremamente aleatoria, soggetta a rischi elevati, sempre più circoscritta a segmenti limitati della società (i proprietari immobiliari, i banchieri, i tecnologi etc) e facilmente soggetta a cicli (le “bolle”).
Sono sempre più convinto che il modello generale dell’economia, creato sui presupposti della crescita materiale, sia da ripensare, perché nel medio periodo sono altamente probabili due evoluzioni:
  • A. crescita di tutti paesi, fino a raggiungere un livello di benessere paragonabile a quello attuale nei paesi occidentali, con una società stratificata a livello globale e minime possibilità di uscire dalla propria “casta”;
  • B. blocco forzato dello sviluppo dei paesi emergenti e mantenimento del potere mondiale nelle mani dei paesi leader, con una società stratificata tra paesi ricchi e paesi poveri.
Trovo più realistico lo scenario B, ma anche il primo non è affatto idilliaco: in ogni caso innescherebbe in futuro alcune delle riflessioni che propongo in questo articolo.

Economia quotidiana ed economia capitalista

Nei paesi sviluppati possiamo già riconoscere l’esistenza di due economie:
  1. l’economia quotidiana, che necessità di stabilità per mantenere elevati i consumi e la produzione; 
  2. l’economia capitalista, che opera secondo le leggi economiche classiche e necessariamente vive di accumuli, trasferimenti e distruzioni di ricchezza.
L’economia quotidiana opera con meccanismi molto simili – pur trasposti in un contesto completamente diverso – a quelli dell’epoca pre-capitalista: usa il denaro solo per regolare gli scambi, raramente soffre di scarsità dei beni offerti, richiede di regolare i meccanismi di accesso ai consumi in base al lavoro, all’impegno nella società e alla condivisione dei suoi valori fondanti. E’ un’economia di scambio, praticata in un contesto di forte specializzazione del lavoro, dove nessuno è autosufficiente.
Potrebbe teoricamente fare a meno del denaro, se non fosse per il fatto che la misura e la rilevazione dei consumi può consentire di monitorare inefficienze e distorsioni.
Immaginiamo un sistema in cui ciascuno dispone di una carta di credito con plafond elevato, da utilizzare per gli acquisti di tutti i beni correnti. Il superamento del plafond implica una verifica, che normalmente porta all’autorizzazione della spesa ulteriore ed in alcuni casi a controlli analitici. Il plafond rappresenta il corrispettivo del lavoro svolto, ma sostituisce anche gli altri strumenti di welfare, come le pensioni. Prezzi e plafond possono anche variare, ma tutti i valori rimangono all’interno del sistema degli scambi, nell’economia quotidiana che non consente accumuli.
Non è un sistema privo di problemi: dobbiamo immaginare forti discussioni sul riconoscimento della cittadinanza agli stranieri, controlli sugli abusi, situazioni di spreco delle risorse, nascita di circuiti privati, miranti ad escludere la massa dal godimenti di beni specifici (es.”club del tartufo”), in assenza di freni economici. Immagino anche che emergerebbe una richiesta di segmentare più o meno fortemente il plafond delle spese, secondo il ruolo sociale.

L’economia del capitale funziona invece come insegnano i manuali. Il capitale si accumula attraverso il lavoro – immaginiamo ad esempio una quota corrispondente al 10% dell’attuale stipendio pagata effettivamente in denaro – oppure con l’attività d’impresa – una quota di valore aggiunto, derivante da un calcolo che assegna valori convenzionali al costo del lavoro ed ai ricavi di vendita dei beni di consumo – o proviene dalla vendita di beni durevoli – un’immobile o un brevetto ad esempio.

E’ evidente che si tratta di un ragionamento puramente esemplificativo, in cui non ignoro la complessità dei punti di contatto tra economia quotidiana e capitalista.
Complessità data dalla novità dell’approccio, ma forse inferiore a quella attuale, in cui i meccanismi compensativi – la fiscalità e la previdenza in primis, la capillarità ed articolazione dei rapporti di credito / debito ed il ruolo dei regolatori – stanno raggiungendo il limite dell’entropia.
In realtà milioni di persone vivono esclusivamente nell’economia quotidiana, svolgono il lavoro che la società consente loro di fare e consumano di conseguenza. Per mantenere stabile questo sistema occorre generare e muovere un’enorme massa di liquidità, con meccanismi estremamente complessi e poco trasparenti; quando si manifestano situazioni di crisi e di caduta dei valori economico–finanziari – aspetto fisiologico dell’economia capitalista – si deve ricorrere ad interventi statali straordinari, che a loro volta introducono distorsioni.
Se la caduta delle Borse avesse riguardato soltanto la ricchezza di coloro che possedevano azioni, senza effetti sui consumi, parleremmo oggi di una crisi mondiale?

Le obiezioni

L’obiezione principale rivoltami da alcuni amici è quella della caduta di motivazioni imprenditoriali:
  • Se i ricavi sono figurativi, dipendono quindi da un decreto che valida prezzi storici o comunque convenzionali; se il costo del lavoro è altrettanto figurativo, come potrebbero emergere le innovazioni? Perché poi si dovrebbe rischiare invece di cercare un qualunque lavoro dipendente ?
Io sono convinto che la motivazione rimarrebbe: da parte di chi preferisce essere indipendente e realizzare i propri progetti, da parte di chi vuole comunque acquisire ricchezza, il cui accumulo risulterebbe più difficile, come oggi, con il solo lavoro.
I critici ipotizzano anche un appiattimento verso il basso delle motivazioni al lavoro:
  • Se un impiegato con pochi studi e nessuna specializzazione può vivere come un medico, che ha grandi responsabilità e viene chiamato con urgenza anche di notte, chi mai farebbe il medico? Il medico avrebbe un po’ più di denaro, ma con un sistema del genere a che gli servirebbe? Per lasciarlo ai figli ?
Anche questa è un’obiezione pertinente, ma io credo che le motivazioni a svolgere un lavoro – e le aspettative di ruolo sociale che ne conseguono – vadano molto al di là del denaro; credo inoltre che in una società incapace di crescere ai ritmi degli scorsi 50 anni il fenomeno dell’appiattimento e della demotivazione avverrebbe (e già oggi avviene) ugualmente. Non è forse vero che molti giovani raggiungono la laurea e poi devono accontentarsi di lavori poco qualificati ?

Mi attendo e mi auguro che questa crisi possa risolversi in tempi rapidi e l’economia mondiale possa ritrovare qualche forma d’equilibrio.
Mi piacerebbe tuttavia che gli economisti iniziassero a ragionare sulla prospettiva delle due economie, preparando il modello di riferimento necessario a gestire – per la prima volta nella storia – una società pacifica con benessere diffuso.
Oggi mi paiono chirurghi che utilizzano strumenti di monitoraggio sofisticati, ma operano con ferri rudimentali e arrugginiti.

1 commento:

Pierino ha detto...

Si potrebbe pensare che il problema sta nella creazione della moneta operata dalle banche.
La creazione di questa moneta non è necessaria per il funzionamento di un sistema economico produttivo stabile.
La creazione di moneta, verosimilmente attorno al 10% per l'aggregato M3 per anno in Europa), entra nel circolo dell'economia "immateriale" generando le storture che assistiamo ovvero, bolle, conflitti speculazioni.
La ragione per cui viene creata questa massa monetaria è per garantirsi il consenso, ovvero viene distribuita secondo cerchi concentrici in misura decrescente man mano che si ci allontana dal potere.
Si potrebbe dedurre che l'unico modo di coniugare le due economie è bloccare la generazione di moneta ma negli ultimi decenni si è andati in direzione opposta (abolizione del gold standard, riduzione riserva frazionata, etc) e si sta accelerando in quella direzione.
Inoltre la generazione della moneta è "appaltata" e chi tocca quei fili...muore (vedi JFK ordine esecutivo 11110).