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21 febbraio 2010

A jump into China - Tecno Cina


Shi è il VicePresidente di quello che ormai è il più grande produttore mondiale di mezzi e attrezzature off-road: gru semoventi, mezzi speciali, macchine movimento terra. 21 stabilimenti tutti in Cina, 12.000 gru ogni anno. Crescita nel 2009 del 20% rispetto al 2008, quasi tutta realizzata negli ultimi tre trimestri, perché nel primo anche la Cina temeva la crisi. A differenza del Presidente – politico e uomo di relazioni – Shi è un business man, intelligente, analitico, preciso e rapido.
Parliamo di tecnologie meccaniche, elettroniche, idrauliche molto avanzate, di procedure e leggi italiane, di piani finanziari. Nessuno di loro parla inglese. Per fortuna c’è Jimmy, manager e business man bilingue.
Shi e il suo team ascoltano con attenzione, fanno domande circostanziate e manifestano interesse ad approfondire le ipotesi di collaborazione.
Solo – chiede Shi – non comprendo perché vogliate continuare a produrre in Italia. In Italia vorremmo aprire un Centro per le tecnologie ed in seguito creare un polo di servizio per l’Europa -
Provo a spiegargli però che il modo in cui facciamo ricerca e sviluppo in Italia è particolare, molto legato alla produzione, alla filiera produttiva, che l’Emilia Romagna è il miglior luogo al mondo per realizzare ed ingegnerizzare nuovi prodotti meccanici, prototipi, serie speciali. Sempre che il nostro sistema sopravviva a questa crisi, penso e non dico.
- Verremo in Italia tra un paio di mesi, per la verità pensavamo alla Germania, ma potreste avere alcuni punti di vantaggio - conclude Shi. Spero che trovi ancora la nostra azienda, in profonda crisi finanziaria.

Andiamo a visitare 5 stabilimenti, tutti collocati nella zona di Xuzhou. Fabbriche modernissime, dotate di tecnologie “stato dell’arte”, layout razionali, manodopera ordinata e ben organizzata, puliti come ospedali.
Alcuni cartelli recitano “Qui si lavora, non si pensa” e nessuno alza la testa dalla linea.
Tutto modernissimo, ma si lavora al freddo: le porte sono aperte, perché non ci sono aspiratori. Il reparto verniciatura è immerso in una nuvola di solvente.
I macchinari che realizzano sono altrettanto avanzati.
- Due anni fa – dice un collega – erano indietro di 10 anni, ora ci hanno raggiunti, salvo forse nell’elettronica. Ma è questione di mesi, se vogliono –
Ma le cabine delle gru e degli escavatori sono estremamente spartane, nessun operatore in Europa ci salirebbe.

Rientro in hotel, non mi sento bene. Forse ho la febbre, mi sento molto debole, devo riprendermi prima di rientrare ad Hong Hong: in aeroporto c’è un controllo sanitario dotato di apparecchiatura in grado di rilevare a distanza un’anomalia della temperatura corporea. Non voglio finire in quarantena. Ho pure una piccola infezione ad un dito. Anche tutte le volte precedenti in cui sono stato in Oriente ho avuto qualche disturbo, evidentemente le mie difese immunitarie sono troppo occidentali.

Tutta la mattina successiva, mentre cerco di riposare, sono accompagnato da un concerto di clacson e da continui scoppi di mortaretti: si avvicina il Capodanno lunare.
All’aeroporto di Xuzhou e sono quasi tentato di acquistare una scatola, tipo quelle del nostro zampone, contenente un manicaretto rappresentato in fotografia. E’ cane. Mi pare però un souvenir troppo macabro.
I miei colleghi parlano di Shanghai come di una vera capitale globale. Sì, credo che la Cina sia oggi il centro del mondo. Un impero ancora molto impegnato a crescere economicamente, con sfide interne gigantesche. A differenza del Giappone di 30 anni fa, non sembra troppo interessata ad uscire dai confini ed “invadere” il mondo.
- Per ora non c’è fretta, verrete voi occidentali a cercarci, sempre di più – sembrano pensare i cinesi.
Un amico mi dice che la storia cinese è sempre stata caratterizzata da cicli ricorrenti, concentrati alternativamente sull’interno e sull’esterno.
Temo che ora abbiano trovato l’equilibrio tra ying e yang.
Sarà dura.

A jump into China - La "vera Cina"


Atterriamo a Xuzhou, a metà strada circa tra Shanghai e Pechino, qualche centinaio di chilometri all’interno. Capitale di un antico regno, dice il sito ufficiale, ma non immaginatevi Parma o Weimar.

L’aerostazione è un capannone molto sobrio, quasi spoglio. Partiranno una decina di voli al giorno, non si direbbe che ci troviamo nella “capitale cinese della meccanica pesante”.

Due anni fa aveva 800.000 abitanti, ora ne conta 2 milioni, che saranno 4 tra un paio d’anni. Il nuovo centro, uffici amministrativi, edifici pubblici, è già pronto, a 25 km dall’abitato attuale. L’interstizio sarà riempito rapidamente.

I nuovi cittadini giungeranno al momento necessario dalle campagne. Vige tuttora un sistema tradizionale, rafforzatosi seguendo il modello sovietico, che prevede la registrazione della residenza, un passaporto per gli spostamenti interni e vari tipi di permesso. Coloro che sono registrati presso prefetture rurali, non possono godere gratuitamente dei servizi sociali, una volta trasferiti in città. Con i loro stipendi devono pagare ospedali, scuole per i figli ed ogni altro servizio, in alternativa dovrebbero utilizzare quelli del loro territorio d’origine, che molto spesso, trattandosi di zone arretratissime, non dispone. Una rivista economica locale parla espressamente di “apartheid”: il problema è che le amministrazioni cittadine non dispongono di risorse sufficienti a garantire servizi a milioni di nuovi abitanti ogni anno.

E’ il nuovo “comunismo” cinese.

- Questa è la vera Cina – dice un collega quando imbocchiamo la superstrada a 6 corsie che porta in città.

Dalle vie laterali, immerse in una nebbia padana, emergono mezzi a motore e a pedali di ogni tipo immaginabile, carichi di persone, sacchi, cartoni e merci varie. Circolano a destra, sinistra, centro, anche contromano. Il nostro autista suona continuamente il clacson in, ma senza alcuna preoccupazione.

- Però non circolano più con le motozappe – dice un collega. Fino a pochi anni fa era il mezzo di trasporto “all terrain” più diffuso, anche in strada, con 3, 4 persone a bordo.

Al semaforo ci affianca una Toyota molto datata, con 6 persone a bordo, tre davanti e tre dietro. Il guidatore abbassa il finestrino e sputa con decisione. Sì, i cinesi sputano, almeno quelli low class. Però anche in hotel, nei posacenere presso gli ascensori, sono sempre evidenti grumi di saliva.

La città alterna quartieri fatiscenti, cantieri, palazzi moderni e poi ancora cantieri. Nelle estreme periferie si vedono baracche, stile favelas. Andiamo subito al ristorante, dove ci attende un fornitore del grande gruppo meccanico i cui vertici incontreremo domani. Locale moderno, arredato con un certo gusto, ci accolgono due belle ragazze con un giubbino di pelo rosa fucsia e la ragazza che lo gestisce, carina, sobria e sorridente. Qui al nord si vedono uomini e donne di una certa bellezza, a differenza di Hong Kong e Guangzhou. Ci conduce in una grande sala privata, che pare essere la regola per pranzi e cene di lavoro. Grande sala con tavolo rotondo al centro, piccola cucina per la rifinitura dei piatti, bagno, due o tre camerieri dedicati.

E’ il primo di una serie di pasti davvero regali: sul grande centro tavola rotante sono già pronti una dozzina di piatti e continuamente ne vengono aggiunti altri. Si conclude con il riso e con la pasta. Non serve ordinare, tutto il menù arriva in tavola: zuppe, pesce, verdure, crostacei molluschi, qualche tipo di pane, una specie di piadina, carni di ogni tipo. Guardiamo con un po’ di diffidenza alcuni piatti: la specialità del luogo è il cane…

Moltissime portate, piccole quantità per ognuna: non deve essere facile affrontare una pizza, un piatto di pasta, una costata, per chi è abituato a mangiare così. Credo che risulti noioso affrontare tali quantità di cibo e così poca varietà nel corso di un pasto.

L’imprenditore che ci ospita ha una fabbrica di piccola carpenteria, ha iniziato due anni fa ed occupa già 300 persone. Era un importante responsabile locale del Partito, una volta in pensione ha avviato questa attività.

Il significato dell’invito a pranzo, un po’ incomprensibile inizialmente, appare ora più chiaro: credo si tratti di una sorta di check-in politico. Le tre persone al tavolo con noi saranno i nostri “angeli custodi”, nel caso in cui decidessimo di uscire dai binari del programma ufficiale di visita.

A jump into China - verso Guangzhou


Carichiamo le valigie sulla Volvo di Jimmy, che ha la targa di Hong Kong ed una seconda targa speciale riservata a chi è autorizzato a compiere operazioni cross-border tra Hong Kong e la regione di Guangdong. Per ottenerla non è sufficiente pagare una fee, occorre dimostrare di avere effettuato consistenti investimenti in Guangdong oppure di essere membro di una delle organizzazioni politiche che favoriscono l’integrazione tra le due regioni.

Uscendo dal centro aumentano le costruzioni fatiscenti, con evidenti necessità di ristrutturazione. Il giornale locale dedicava un articolo in prima pagina alle conseguenze di un grave crollo avvenuto qualche giorno fa: molte ditte di costruzioni cominciano a rifiutarsi d’intervenire su immobili a rischio. I prezzi degli immobili sono elevati ad Hong Kong, mediamente € 10.000 al mq e la domanda si mantiene alta. Non paiono esserci molti incentivi ad intervenire per ristrutturare.

Forse la progettata linea ferroviaria veloce Hong Kong – Guangzhou potrebbe cambiare le cose, consentendo a più persone di abitare ed avere sede nella vicina regione; non a caso alcuni gruppi si oppongono. Immobiliaristi forse?. - Anche loro – dice Jimmy – ma soprattutto abitanti di alcune frazioni attraversate dalla nuova linea, che aumentano il prezzo delle compensazioni richieste – Non succede solo in Italia evidentemente.

Ecco, arriviamo alla baia di Shenzen, un tratto di mare largo circa come lo stretto di Messina, attraversato da un ponte lunghissimo, 4,7 km con un solo pilone centrale. Iniziato nel 2003, inaugurato il 1 luglio 2007. Il ritardo (!) di 8 mesi è stato dovuto a questioni burocratiche. Le similitudini con l’Italia sono già finite.

Il traffico sul ponte è scarsissimo. La ragione è il numero molto basso di permessi per l’attraversamento: oltre alle due citate categorie hanno il permesso di attraversare il ponte solo i grandi van che effettuano trasporto persone. Se lo scoprono i proprietari delle compagnie di traghetti tra Reggio e Messina, colgono l’idea al lavoro e si riconvertono, diventando tra i maggiori sponsor del ponte sullo Stretto.

Ma il ponte di Shenzen è “un simbolo della nuova potenza cinese e dell’integrazione di Hong Kong”. In effetti ho sempre sospettato che le grandi opere, anche in passato, siano state eseguite ragionando a risorse infinite, senza porsi questioni di utilità.

Guanzhou, che noi chiamiamo Canton, è una città di 10 milioni di abitanti, alla quale si arriva attraversando una serie ininterrotta di cantieri. La stessa Shenzen fino a 30 anni fa era un villaggio di pescatori di 30.000 abitanti, oggi ne conta 14 milioni, è sede di una Borsa Valori ed è il secondo porto della Cina per volume di traffico.

Questa corsa all’inurbamento è forse la caratteristica più evidente dello sviluppo cinese. Leggo che per il capodanno gli spostamenti previsti sono di oltre 1 miliardo: quasi tutti ritornano nei luoghi d’origine in questo unico periodo annuale di vacanza. Ma qualcuno, scrivono i giornali, comincia a non avere abbastanza denaro per ritornare: giovani abbastanza istruiti per esempio, che si devono accontentare di lavori umili nelle città. Un fenomeno nuovo per i cinesi.

Intanto, mentre scrivo queste note, mi accorgo che Facebook non funziona dal mio collegamento alla rete fissa, e neppure FriendFeed. LinkedIn funziona. Facebook mobile dal mio cellulare funziona. Provo a pubblicare queste note sul mio blog, appare la mia pagina ma non quella che mi consente di pubblicare nuovi pezzi.

Chiedo informazioni a Jimmy: mi dice che LinkedIn funziona e anche per Facebook non dovrebbero esserci problemi. Google e dintorni, dipende, possono verificarsi disservizi.

In generale gli hotel sembra non vogliano correre rischi, nel dubbio alzano i firewall.

05 febbraio 2010

A jump into China - Hong Kong


Ero stato ad Hong Kong 29 anni fa, stop over sulla via Tokyo, ed ancora ricordo l’atterraggio nel vecchio aeroporto, scendendo tra i grattacieli come in un film di Superman. Qualche volta me lo sogno ancora.

Ora si atterra nel nuovo aeroporto costruito su di un’isola artificiale, collegato al resto della città con una linea di metropolitana veloce e pulitissima. Change over in una notte, una prova di eccellenza organizzativa della quale si parla ancora. Arrivando dall’alto non si vedono più i tetti azzurri delle vecchie case, ma d’altra parte i colleghi che viaggiano con me e che erano stati qui nel 2008 notano ad ogni angolo grandi cambiamenti. All’imbarco dei ferry per Kowloon c’è un cantiere enorme, che fino a due anni fa era ancora un’insenatura, l’approdo dei traghetti.

Era il 1981 quando andai in Giappone, Tokyo era la capitale mondiale della tecnologia e delle crescita economica. Ai miei occhi europei appariva un paese ancora arretrato socialmente, con forti disparità e standard medi di vita lontani dai nostri. E’ qualcosa di simile a ciò che mi aspetto di trovare nella Cina che visiterò da domani. I giapponesi del 1981 avevano grande orgoglio ed un’umiltà un po’ falsa. Erano completamente proiettati ad un’espansione globale trainata dalla tecnologia e dai prezzi competitivi, che non pareva avere limiti. Non parevano avere tempo per costruirsi belle case e le fogne annesse.

Era il 1985 quando atterrai per la prima volta a New York, provenendo da Chicago. Ero nella Capitale del mondo, nel simbolo della civiltà in cui sono nato e stavo crescendo. Semplicemente la Capitale, senza aggettivi. Mi emozionavo anche soltanto guardando una fila di Stars&Stripes al vento. Credo che chi giungeva nell’antica Roma imperiale proveniente da un provincia si sentisse esattamente come me.

Penso a tutto ciò mentre sto per visitare la Cina, per la prima volta nella mia vita. Non so ancora se mi sentirò al centro del mondo. Non andrò né a Shangai né a Pechino e questo è certamente un limite per la mia analisi. Quando ho incontrato in Italia il Presidente di questa società, che incontrerà lunedì mattina nella sua sede, ho avuto la netta sensazione di una leadership ormai priva di particolari timidezze. Ha voluto cenare a Piacenza in un ristorante cinese, ha orgogliosamente parlato soltanto mandarino, ha parlato del suo paese senza toni trionfalistici, citando però cifre e fatti inequivocabili. Lunedì vedrò come gioca in casa.

Qui ad Hong Kong sono sulla porta della Cina, in una città in cui circolano tutte le razze e molte vie ricordano Blade Runner. Una città in corsa verso il futuro, almeno per noi italiani che vediamo tante gru al lavoro e ci sentiamo come gli anziani quando guardano i giovani, priva però delle passioni e delle tragedie del mondo di Blade Runner

Forse è questo che troverò in Cina: una leadership basata sui fatti e sulle gru, la cui anima o non esiste o non ha troppo desiderio di farsi capire. Cercherò di guardarla con gli stessi occhi con cui guardavo Giappone ed USA 30 e 25 anni fa, perché non siano le rughe che li circondano ad impedirmi di vedere.

Non so se troverò il nuovo centro del mondo, ma la porta che sto per aprire è alta, lavorata e imponente. Guardo la tigre colorata che simboleggia l’anno nuovo cinese che sta per iniziare. Cercherò di passeggiarle accanto, resistendo alla pericolosa tentazione di provare a metterle il guinzaglio.