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21 febbraio 2010

A jump into China - La "vera Cina"


Atterriamo a Xuzhou, a metà strada circa tra Shanghai e Pechino, qualche centinaio di chilometri all’interno. Capitale di un antico regno, dice il sito ufficiale, ma non immaginatevi Parma o Weimar.

L’aerostazione è un capannone molto sobrio, quasi spoglio. Partiranno una decina di voli al giorno, non si direbbe che ci troviamo nella “capitale cinese della meccanica pesante”.

Due anni fa aveva 800.000 abitanti, ora ne conta 2 milioni, che saranno 4 tra un paio d’anni. Il nuovo centro, uffici amministrativi, edifici pubblici, è già pronto, a 25 km dall’abitato attuale. L’interstizio sarà riempito rapidamente.

I nuovi cittadini giungeranno al momento necessario dalle campagne. Vige tuttora un sistema tradizionale, rafforzatosi seguendo il modello sovietico, che prevede la registrazione della residenza, un passaporto per gli spostamenti interni e vari tipi di permesso. Coloro che sono registrati presso prefetture rurali, non possono godere gratuitamente dei servizi sociali, una volta trasferiti in città. Con i loro stipendi devono pagare ospedali, scuole per i figli ed ogni altro servizio, in alternativa dovrebbero utilizzare quelli del loro territorio d’origine, che molto spesso, trattandosi di zone arretratissime, non dispone. Una rivista economica locale parla espressamente di “apartheid”: il problema è che le amministrazioni cittadine non dispongono di risorse sufficienti a garantire servizi a milioni di nuovi abitanti ogni anno.

E’ il nuovo “comunismo” cinese.

- Questa è la vera Cina – dice un collega quando imbocchiamo la superstrada a 6 corsie che porta in città.

Dalle vie laterali, immerse in una nebbia padana, emergono mezzi a motore e a pedali di ogni tipo immaginabile, carichi di persone, sacchi, cartoni e merci varie. Circolano a destra, sinistra, centro, anche contromano. Il nostro autista suona continuamente il clacson in, ma senza alcuna preoccupazione.

- Però non circolano più con le motozappe – dice un collega. Fino a pochi anni fa era il mezzo di trasporto “all terrain” più diffuso, anche in strada, con 3, 4 persone a bordo.

Al semaforo ci affianca una Toyota molto datata, con 6 persone a bordo, tre davanti e tre dietro. Il guidatore abbassa il finestrino e sputa con decisione. Sì, i cinesi sputano, almeno quelli low class. Però anche in hotel, nei posacenere presso gli ascensori, sono sempre evidenti grumi di saliva.

La città alterna quartieri fatiscenti, cantieri, palazzi moderni e poi ancora cantieri. Nelle estreme periferie si vedono baracche, stile favelas. Andiamo subito al ristorante, dove ci attende un fornitore del grande gruppo meccanico i cui vertici incontreremo domani. Locale moderno, arredato con un certo gusto, ci accolgono due belle ragazze con un giubbino di pelo rosa fucsia e la ragazza che lo gestisce, carina, sobria e sorridente. Qui al nord si vedono uomini e donne di una certa bellezza, a differenza di Hong Kong e Guangzhou. Ci conduce in una grande sala privata, che pare essere la regola per pranzi e cene di lavoro. Grande sala con tavolo rotondo al centro, piccola cucina per la rifinitura dei piatti, bagno, due o tre camerieri dedicati.

E’ il primo di una serie di pasti davvero regali: sul grande centro tavola rotante sono già pronti una dozzina di piatti e continuamente ne vengono aggiunti altri. Si conclude con il riso e con la pasta. Non serve ordinare, tutto il menù arriva in tavola: zuppe, pesce, verdure, crostacei molluschi, qualche tipo di pane, una specie di piadina, carni di ogni tipo. Guardiamo con un po’ di diffidenza alcuni piatti: la specialità del luogo è il cane…

Moltissime portate, piccole quantità per ognuna: non deve essere facile affrontare una pizza, un piatto di pasta, una costata, per chi è abituato a mangiare così. Credo che risulti noioso affrontare tali quantità di cibo e così poca varietà nel corso di un pasto.

L’imprenditore che ci ospita ha una fabbrica di piccola carpenteria, ha iniziato due anni fa ed occupa già 300 persone. Era un importante responsabile locale del Partito, una volta in pensione ha avviato questa attività.

Il significato dell’invito a pranzo, un po’ incomprensibile inizialmente, appare ora più chiaro: credo si tratti di una sorta di check-in politico. Le tre persone al tavolo con noi saranno i nostri “angeli custodi”, nel caso in cui decidessimo di uscire dai binari del programma ufficiale di visita.

1 commento:

Anonimo ha detto...

I Cinesi sputano perché nella loro cultura é maleducazione soffiarsi il naso in pubblico.