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30 maggio 2011

Tra cinquantunenni non ci s'intende

Forse sono anch'io un "cinquantunenne scorbutico" come Jonathan Franzen, ma ho davvero faticato a leggere fino in fondo il suo articolo "L'oppio tecnologico e il dolore della vita" apparso sul Corriere il 29 maggio scorso.
Ho faticato perché fin dalle prime battute s'intuisce la confusione che sta alla base della chiacchierata, specchio - questo sì - della confusione che regna tra chi parla di strumenti tecnologici e di social media.
Eppure basterebbe rifarsi a due principi fondamentali:
1. le persone si rispettano, non si usano
2. gli oggetti non si amano, si usano.
Utilizzo gli stessi oggetti dei quali parla Franzen, ma lui mi sembra un marziano. Sensazioni erotiche dal Blackberry ?! Mi farei visitare da uno bravo. Pensare che se tocco il tasto "Like" di Facebook "amo" una persona? Ma come può venirgli in mente?
La tecnologia modifica le nostre attività, ma non intacca minimamente ciò che siamo; agisce sulla superficie e non in profondità.
Chi ha sempre difficoltà ad avere rapporti di varia intensità e profondità, non troverà la cura su Facebook.
Chi si rifugia nel "culto degli idoli", siano essi un bue dorato o un iPhone, non può trovare la verità.
Ho letto fino alla fine, sorbendomi una lunga divagazione sugli uccelli selvatici, pensando che quello di Franzen fosse solo l'esercizio di scrittura di un cinquantunenne scorbutico, per scoprire all'ultima frase che almeno al primo dei due principi crede anche lui. 
Siamo già in due, se avete argomenti per confutarli, sono pronto ad ascoltare


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