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10 dicembre 2011

Sostenibilità e crescita - intervento al Congresso Nazionale Manageritalia



12 novembre 2011


Introduzione al tema congressuale SOSTENIBILITA' e CRESCITA


Cari colleghi,
trattare temi macro-economici, sociali ed ampi come “Sostenibilità e Crescita” non fa parte del DNA della nostra Organizzazione.
Non mancano certamente le opinioni e le sensibilità individuali, ma è molto difficile tradurle in una visione e in piani d’azione concreti.
In una delle mie prime Assemblee Federali qualcuno mi disse: - Vedi, noi rappresentiamo persone molto concrete, molto esigenti nella richiesta di servizi, attente al proprio interesse. Non ci sono molti filosofi, economisti e sociologi in questa sala.
Oggi tuttavia abbiamo di fronte sfide alle quali non possiamo sottrarci. Il nostro lavoro, il nostro ruolo nella società, i modelli culturali ai quali ci ispiriamo, rischiano di scomparire o di trasformarsi al punto tale da non essere più riconoscibili.
Non esistono manager senza la crescita economica, ci sono solo i liquidatori.
E la crescita materiale, quella che ha trainato la nostra civiltà negli ultimi due secoli ed è tuttora il motore dello sviluppo nei paesi emergenti, ha quasi raggiunto il tetto nei paesi di meno recente sviluppo.
Questa è una sfida mai affrontata prima d’ora: i cicli economici si alternavano, mai si era verificato un periodo di sviluppo materiale così lungo da mettere in crisi le aspettative di ulteriore crescita e generare dubbi sulla sostenibilità dei consumi di materie prime.
Non possiamo fare finta che sfida di tale non ci riguardi, né che sia troppo grande e complessa per le nostre forze.
Non possiamo neppure rassegnarci alla decrescita (che è l’unica ricetta al momento resa disponibile da economisti e sociologi per far ripartire la crescita materiale), né illuderci che un generico benessere o il rifugio in illusioni immateriali impalpabili ci consentano di galleggiare all’infinito.  Il volto truce che si nasconde dietro queste illusioni ci scruta ormai con intensità: ha la forma dell’indebitamento delle famiglie, nei paesi anglosassoni, e di quello statale in quelli latini. E’ il “two minutes warning”: la partita, con le regole che abbiamo conosciuto, sta per finire.

Se nel mondo della crescita materiale la crescita della ricchezza avviene tramite lo scambio (la vendita) dei beni e dei servizi ed il sistema sociale su questo schema si è modellato,  nel mondo del benessere materiale diffuso la ricchezza si moltiplica con la condivisione. Non posso realmente “cedere” una notizia, un’esperienza, un’opera d’arte, una tecnologia. Devo condividerla, goderla ed utilizzarla insieme ad altre persone perché assuma valore. Solo condividendo la crescita globale, che è impetuosa ed ha ancora enormi spazi negli altri continenti, potremo rendere sostenibile la nostra società.
Solo condividendo responsabilmente le risorse scarse e pianificandone globalmente la sostituzione potremo evitare conflitti sempre più sanguinosi e distruttivi, nei quali la sopravvivenza avviene a spese degli altri.

Il tempo che abbiamo dedicato nei precongressi e qui in congresso a riflettere su questi grandi temi, non è sprecato. Se altri attori sociali possono permettersi di vivere alla giornata, a noi, chiamati ad essere guida delle nostre aziende, delle nostre famiglie e (auspicabilmente) del nostro paese, occorre una visione, una direzione a cui tendere.
E qui, in assenza di nuovi grandi modelli economici e sociali il nostro pragmatismo e la nostra concretezza ritornano ad essere preziosi.
In una società che oscilla tra sogno e depressione noi dobbiamo portare speranza e concretezza.
Come facciamo ogni giorno nelle nostre aziende, anche in questo ambito dobbiamo assumerci delle responsabilità. Ne individuerò tre, in particolare:

La prima responsabilità è quella di indicare le aree, i settori, gli ambiti in cui ancora è possibile la crescita. Anche nel nostro paese, apparentemente condannato a galleggiare, abbiamo ancora importanti “riserve” di crescita: nei nostri precongressi abbiamo individuato il turismo, l’alimentare di qualità, le tecnologie di rete, le energie rinnovabili ed i servizi connessi. Abbiamo il dovere di orientare la crescita in queste direzioni, chiedendo ad alta voce che vengano concentrate le risorse ed eliminati i vincoli, alleandoci con chi condivide queste priorità.

La seconda responsabilità è condividere la crescita, sia a livello globale attraverso modelli che favoriscano l’emersione dalla povertà, sia nel nostro paese ripensando il modello di welfare secondo principi di equità intergenerazionale. Tutto il mondo ha bisogno di maggiore cultura manageriale, di programmazione rigorosa e di gestione dei cambiamenti. Non possiamo arroccarci nei privilegi, anche quando derivano da comportamenti virtuosi e scelte lungimiranti.

La terza responsabilità è quella di gestire la nostra Organizzazione con le medesime logiche di sostenibilità e crescita, domandandoci se il modello attuale può durare all’infinito, se il rapporto tra dirigenti attivi e pensionati è destinato a rimanere costante per esempio. E già conoscete alcune risposte.

Manageritalia ha già raccolto queste sfide e non si rassegna a giocare soltanto in difesa.
Se nell’arco degli oltre sessant’anni siamo cresciuti raccogliendo un numero sempre maggiore di iscritti, aprendo nuove sedi, erogando nuovi servizi, modificando considerevolmente il modo di interpretare la rappresentanza, significa che abbiamo la capacità di guardare al futuro.
Se siamo considerati dai nostri associati piuttosto bravi nel realizzare ed erogare servizi è perché  abbiamo sempre creduto nel rapporto tra crescita economica e welfare. La spesa per il welfare, correttamente gestita, è per noi un investimento sociale ed il welfare è fattore di sviluppo economico.
Ma le nuove sfide non ci consentono di ragionare soltanto in termini di servizi da erogare: il nuovo valore da estrarre sta appunto nella condivisione.
Per continuare ad esistere e per essere riconosciuti come una componente sociale di crescente rilevanza occorre rendere evidenti la qualità, il merito e la professionalità dei nostri associati. E non si tratta solo di aiutarli a sviluppare queste caratteristiche, come già facciamo con CFMT e Cibiesse, devono esserne consapevoli, motivati a migliorarle e capaci di promuoverle.
Dobbiamo quindi investire di più nella valutazione, nella certificazione e nella riconoscibilità di qualità e competenze, perché questo è il nostro “marchio di fabbrica”. Con YouManager abbiamo iniziato un percorso, che dovrà proseguire ed intensificarsi, fino a rendere il “check-up” delle competenze qualcosa di regolare come quello fisico.
Ma sono investimenti che portano frutti solo se condivisi da un largo numero dei nostri associati, ognuno è allo stesso tempo fruitore e produttore.

Negli interventi che seguiranno saranno probabilmente numerosi i richiami ad un’azione maggiormente efficace nei confronti della società, dei media, dei poteri politici ed economici. E qualcuno sottolineerà come occorra imparare a “narrarci” in modo diverso. Mai in ogni caso la cifra della nostra comunicazione non potrà prescindere da una conoscenza del mondo del lavoro manageriale oggettiva, fattuale, basata sui dati. Per sistematizzare la raccolta di dati, nel  2008 abbiamo dato vita a un Osservatorio Manageriale, per fornire in modo strutturato e regolare dati e trend in atto sull’universo dei manager. 
Avete visto in questi anni quanto queste ricerche hanno acquistato sempre maggiore visibilità sulla stampa. Anche i legislatori ci hanno chiesto più volte direttamente informazioni e dati sulla categoria. Possiamo dire di aver conquistato nel tempo quell’autorevolezza che ci ha fatto diventare interlocutori rilevanti. Il nostro modo di fare lobbying è questo, non è quello dei faccendieri.

Abbiamo già parlato di rappresentanza della dirigenza pubblica e privata nella neo-nata Costituente Manageriale, un salto di qualità importante nel rafforzamento dell’azione futura a tutela delle categorie rappresentate.
Questo deve anche essere lo strumento principale per rappresentare tutto il mondo delle alte professionalità,  inclusi i quadri e i professional.
E’ del tutto evidente infatti che il concetto di sostenibilità per la nostra Organizzazione passa attraverso il riconoscimento di un cambiamento ormai ampiamente avvenuto: la carriera non si sviluppa più in modo lineare, ma secondo percorsi fluidi, che prevedono il passaggio attraverso ruoli diversi in età e periodi diversi. Al centro del nostro sistema non potrà quindi più esserci il solo dirigente “per ruolo”, ma il manager come persona, allevato, aiutato a crescere e seguito per il periodo più lungo possibile.
Questa è la vera sfida della bilateralità: uscire dalle gabbie della contrapposizione sul rinnovo contrattuale ed agire insieme per far crescere e valorizzare i “talenti”. Quelle professionalità senza le quali nessuna azienda può pensare di crescere e prosperare in modo sostenibile e continuativo.
Anche su questo punto i colleghi che seguiranno propongono idee interessanti: dal “personal caring”, a campagne di comunicazione e reclutamento mirate ai “talenti”, al raccordo istituzionale con il mondo della ricerca universitaria.
Il punto di partenza è come sempre il contratto: il successo dell’innovativo istituto dei dirigenti di prima nomina (DPN), nato per tentare di contrastare l’allarmante regresso della crescita di nuova managerialità nel Paese, l’instabilità lavorativa e la difficoltà di rientro nel lavoro dei fuoriusciti sopra una certa età, ci ha suggerito di rendere le agevolazioni permanenti e di potenziarle ulteriormente. Anche se siamo convinti che il welfare non sia un costo, ma un investimento in tranquillità e fiducia condiviso tra manager ed azienda, non vogliamo prestare il fianco a chi accusa il nostro contratto di essere troppo “oneroso”.
Nell’ultimo rinnovo contrattuale è stata quindi introdotta la possibilità di applicare la normativa relativa ai DPN alla figura professionale del temporary manager, includendo le professionalità operanti all’interno di reti di imprese.  L’agevolazione contributiva può essere concordata anche nel caso in cui il dirigente non abbia i requisiti previsti per i DPN, ma per un periodo corrispondente al 50% della durata del contratto, fino ad un massimo di un anno.

Nel suo complesso, il contratto collettivo recentemente rinnovato è un esempio di realismo e sostenibilità.
Ad ogni rinnovo contrattuale le difficoltà nella negoziazione sembrano aumentare, questa volta il contesto economico-sociale è stato particolarmente sfavorevole. Dobbiamo inoltre rincorrere riforme legislative che, mettendo “ordine” sui vari sistemi integrativi di previdenza, assistenza o assicurativi, ci costringono a riorganizzazioni là dove siamo stati precursori indiscussi.
Quindi abbiamo affrontato con coraggio la riforma del Fasdac, nodo centrale di questo rinnovo contrattuale. Non abbiamo ceduto alla tentazione di rinviare i problemi alle generazioni future, le parti hanno concordato un piano di riordino del Fasdac allo scopo di garantire la tenuta finanziaria del Fondo nel medio – lungo termine, avendo cura di non penalizzare il livello delle prestazioni. 
La misura stabilita, certo impopolare, ma risolutiva, è stata quella di rivedere la contribuzione a carico dei dirigenti pensionati e superstiti, per garantire definitivamente l’equilibrio della gestione, attualmente in sofferenza. Non abbiamo tuttavia rinunciato ai principi di solidarietà, non solo di tipo economico (i costi dei prodotti assicurativi che il mercato propone agli ultra 50enni sono ben diversi), ma soprattutto di garanzia di assistenza senza vincoli di età e di condizioni di salute.
Adesso ascoltiamo le relazioni di sintesi delle cinque aree territoriali sul tema. Nel dibattito poi ciascuno di voi potrà intervenire per modificare, migliorare, implementare quanto sarà emerso.
Buon lavoro a tutti noi!


Diario di questi mesi di crisi

Raccolgo in questo post una serie di miei commenti pubblicati da agosto a dicembre 2011.
Rileggendoli mi rendo conto di quanto sia stato grave aver convissuto negli anni passati con problemi economici e politici di tale portata, senza trovare il coraggio di affrontarli.
E' la cronaca di una rincorsa affannosa e a tratti disperata, che non è ancora finita.
Con l'auspicio che i prossimi lascino più spazio alla ricostruzione e alla speranza.

18 agosto 2011 - UN’EUROPA con POCHE IDEE

Le attese per il vertice Merkel - Sarkozy erano elevate, si poteva immaginare un passo importante verso il rafforzamento dell'area Euro, in grado di bloccare definitivamente la crisi dei debiti sovrani europei.
E invece ancora nulla, se non un altro comitato, che si riunirà ben due volte l'anno! Ancora rinviata sine die una decisione sugli Eurobond, probabilmente l'unica soluzione per stabilizzare i debiti degli Stati: si continua ad evitare di approfondire le soluzioni che, limitando ad esempio la quota di debito coperta da Eurobond al 60 %, per esempio, eviterebbero di accollare ai paesi meno indebitati gli oneri dei meno virtuosi. 
Se quanto dichiarato è tutto ciò che i due leader hanno deciso c'è poco da illudersi anche sulla capacità dei paesi più forti di trainare la crescita europea: chi s'era illuso che la Germania potesse essere la locomotiva e la Francia il baluardo della tripla A ha dovuto in una settimana ricredersi. Ciascuno per sè quindi, bacchettate e qualche aiuto a Spagna e Italia e un'aria generale di disimpegno.
Se qualcuno pensava ad una guida europea illuminante e a un podestà straniero per l'Italia, dovrà scartare questa soluzione: dalle secche dovremo uscire da soli, con le nostre forze. Se sbaglieremo o saremo lenti forse non avremo un'altra chance, ad oggi è più probabile che l'Eurocouncil lavori per regolare l'uscita di un paese dell'Euro che per rafforzare la coesione delle politiche monetarie e fiscali.
Mettiamo rapidamente le toppe più urgenti ad una manovra iniqua e incompleta, ma nei prossimi tre mesi dovremo dare alla luce le riforme troppo a lungo rinviate: fiscale, previdenziale e istituzionale. Per fare ripartire la crescita in Italia serve soprattutto ricreare uno spirito di fiducia tra i cittadini, che solo l'equità dei provvedimenti ed una larga condivisione tra le forze politiche e sociali può consentire. 
Non illudiamoci che le due manovre estive siano sufficienti, siamo e rimaniamo sul filo del rasoio e potremmo precipitare nel baratro in qualunque momento, da qui a due anni.

25 agosto 2011 - QUALI EUROBOND? E PER QUALE POLITICA?

Pare che stia cadendo il veto franco-tedesco sugli Eurobond, ed è un bene. Oltre che per ragioni contingenti di difesa dei debiti sovrani, rappresentano la naturale evoluzione dell'Euro ed un passo importante verso l'integrazione dell'Europa monetaria. E in questa fase di crisi di fiducia nei confronti del debito USA, sarebbero una novità probabilmente gradita dai mercati.
Ma quando parliamo di Eurobond, cosa intendiamo esattamente? E come intendiamo utilizzarli?
La lettera di Prodi e Quadrio Curzio al Sole 24 Ore pubblicata lo scorso 23 agosto (link) ha il pregio di fare il punto sulle proposte in campo e di aggiungerne una quarta, sicuramente degna di considerazione. Inoltre, mentre altre proposte hanno per lo più un intento difensivo, questa tenta di coniugare propositi di stabilizzazione e di sviluppo. Rimette quindi al centro la politica, troppo assente da questo dibattito, apparentemente destinato alle stanze dei tecnici.
La proposta dei nostri economisti si colloca a tutti gli effetti nell'alveo degli interventi di stampo keynesiano, che dovrebbero garantire lo sviluppo attraverso investimenti pubblici (in infrastrutture nel caso specifico). Cedendo le riserve auree delle banche centrali nazionali a fronte dell'impegno ad acquistare debito, gli Stati completerebbero un percorso di cessione della sovranità monetaria all'Europa, in cambio di un aiuto più efficace in caso di difficoltà a collocare il proprio debito. Ma è l'altro tipo di garanzia che mostra la vera natura della proposta: le quote delle grandi società di rilevanza nazionale (operanti per lo più nell'energia e nelle infrastrutture) diverrebbero così difficilmente cedibili, con la scusa di difenderle dalla speculazione. Pare quasi il preludio di una grande IRI europea, che potrebbe non dispiacere a molti governanti.
L'utilizzo dell'effetto leva sul Fondo così costituito (da riserve auree più partecipazioni) aumenterebbe inoltre il debito complessivo dell'Eurozona, pur riducendo quello dei singoli Stati. L'effetto è quindi un aumento dell'intermediazione pubblica nell'economia europea, a prezzo di un indebitamento ulteriormente crescente, che toglierebbe ogni speranza di una politica fiscale meno penalizzante di quelle attuali.
Il pregio della proposta è di essere ancorata ad una proposta politica, ma è questa la politica più adatta per rafforzare l'Eurozona?
E davvero basterebbe a stabilizzare il debito degli Stati? Per questo secondo obiettivo non sarebbe più efficace emettere Eurobond ed impiegarli per acquistare corrispondenti emissioni di debito degli Stati, riservate all'agenzia europea emittente, a tasso identico a quello degli Eurobond, fino a concorrenza del 60% del PIL di ciascun Paese, indipendentemente da situazioni di difficoltà o meno? Gli Eurobond sarebbero garantiti solidalmente da tutti i Paesi dell'Eurozona, potendo anche contare su risorse specifiche del bilancio UE e da una sorta di privilegio sulle entrate fiscali degli Stati.
In questo modo i Paesi virtuosi avrebbero zero o poco debito proprio da emettere, se escludiamo le emissioni "tecniche" riservate all'emittente europea. Gli altri avrebbero quote più o meno alte di debito da sopportare e tendenzialmente da azzerare, dovendo sopportare oneri finanziari che impediscono la riduzione delle imposte, ma in quantità molto più limitate rispetto al PIL e senza indebolire le garanzie. Potrebbero anche cedere quote di società partecipate, a questo scopo.
Quanto agli investimenti in infrastrutture, i vincoli non sono tanto di natura finanziaria quanto politica: project financing e/o project bond servirebbero molto meglio allo scopo. Il problema è riuscire a superare il localismo e gli interessi particolari (vedi i corridoi ferroviari e stradali, ma anche gli oleodotti).
Ciò che davvero preoccupa (e preoccupa molto i mercati finanziari) è il nanismo politico dei governanti europei, spaventati di perdere consenso e condizionati da troppi interessi particolari. Dicano con chiarezza come vorrebbero che fossero la UE e l'Eurozona, i tecnici per realizzare il disegno non mancheranno.

31 agosto 2011 - INCERTA. IMMOBILISTA. INGIUSTA = DEPRESSIVA

E pensare che doveva servire a rassicurare i mercati. Questa manovra, che si avvia alla terza stesura, e chi sa se sarà l'ultima, si è nutrita di tutto e del suo contrario, comunicando l'assoluta incertezza del Governo nel dettare le priorità e nel creare il consenso intorno ai provvedimenti, pur riconosciuti necessari da una larghissima parte degli italiani.
Il risultato è che tutti si sentono minacciati e privi di fiducia nel futuro prossimo.
Pur toccando tutti gli argomenti dello scibile economico finanziario (e lasciando anche spazio alla fantasia di nuove improbabili imposte), i provvedimenti hanno una linea di fondo: evitare accuratamente di affrontare in modo strutturale i gravi problemi del Paese. Sembra che l'unico obiettivo del Governo sia arrivare al 2013, costi quel che costi. E costa tanto, perché mantenere il consenso tra le diverse anime del PdL e la Lega ha come conseguenza l'immobilismo. Manovra "da conta-fagioli"? Almeno quelli farebbero quadrare i saldi.
In compenso si dissemina il cammino di bombe che poi qualcuno dovrà disinnescare. Come 20 anni fa, quando si compì l'opera del mostruoso debito pubblico che oggi ci affligge.
Senza vere riforme è inevitabile che i provvedimenti siano ingiusti, in particolare quando toccano il mondo del lavoro e delle imprese. Si doveva fare una manovra tutta di tagli alle spese pubbliche improduttive,  a partire dagli acquisti della PA per proseguire con le Province.
E invece, tirando graffi a casaccio sul fisco, la previdenza e le imprese cooperative, si genererà sfiducia e depressione.
Perché il cuore del nostro problema è il lavoro. Già oggi abbiamo circa mezzo milione di disoccupati tra i 15 ed i 24 anni. Circa altrettanti giovani si affacceranno al mondo del lavoro nei prossimi 5 anni. Nel medesimo periodo dovevano andare in pensione circa un milione di lavoratori e dovremo snellire l'apparato pubblico. È evidente che senza crescita, rinviando soltanto il pensionamento, si crea una situazione esplosiva, che sta già innescando una spirale di decrescita dei consumi. Servirebbe massima flessibilità, invece, nell'uscita dal lavoro come già c'è in entrata, salvaguardando i contributi realmente versati. E servirebbero incentivi a reinvestire gli utili e capitalizzare le aziende: invece di penalizzare le cooperative occorrerebbe estendere alle altre imprese il principio che conviene reinvestire invece che distribuire i profitti. Ma sto parlando di riforme articolate, per le quali servirebbero coraggio, idee chiare e senso di giustizia. Un altro film, quindi.

23 settembre 2011 - DOPO LA NOTTE RIPRENDEREMO LA CRESCITA?

Siamo in piena notte, a fari spenti.
Alla guida un uomo che, come altri imprenditori, si rifiuta di alzare le mani dal volante, convinto di essere l'unico in grado di guidare quell'auto. Così muoiono o si degradano irreparabilmente molte aziende; così accadrà al suo partito. E purtroppo anche l'Italia faticherà a rialzarsi.
Ma in questa notte insonne non si può non pensare al dopo. Perché, con o senza un guidatore folle, l'Italia deve capire se può e vuole riprendere la via della crescita.
Le riserve di valore inespresso esistono e se adeguatamente sfruttate possono riavviare in poco tempo un ciclo virtuoso.
1)      Tecnologie e applicazioni di rete. E' un contesto iper-competitivo e non abbiamo grandi imprese nazionali. Ma nella Silicon Valley si parla anche italiano e chi la frequenta sa che là "ognuno ha una start-up". Può accadere anche da noi, i cervelli non mancano, la creatività neppure, le grandi aziende internazionali sono presenti in modo qualificato. Serve coraggio, fiducia e capitali di rischio per iniziare. Finanziando le persone, i giovani, prima delle aziende.
2)     Turismo. Pare un'ovvietà, ma è ancora l'enorme riserva di valore di mezza Italia, specialmente meridionale. Ed è incredibile che non si riesca a sviluppare e promuovere un'offerta competitiva rispetto ad altri paesi, mediterranei e non.
3)     Alimentazione italiana. In tutto il mondo la cucina italiana ha una diffusione spettacolare, ma i nostri prodotti e la nostra ristorazione di qualità non altrettanto.
Uno sviluppo accelerato in questi tre settori potrebbe garantire una crescita di 2-3 punti di PIL all'anno, per diversi anni. Sono settori ad alta intensità di occupazione (almeno i primi due), in particolare giovanile.
Tutti gli altri settori, dal made in Italy nella moda e nell'arredamento, alla meccanica e ai servizi in generale, possono in larga parte resistere senza perdere volumi ed aumentando la produttività.
Con idee chiare, serietà e rapidità d'intervento potremmo ripartire in fretta.

28 settembre 2011 – 120 MILIONI da RISPARMIARE in DUE ANNI NON SONO POCHI

120 milioni da risparmiare in due anni non sono pochi, nemmeno per un Comune grande come Bologna.
La manovra colpisce duramente gli Enti locali, anche quelli definiti virtuosi, e suscita proteste comprensibili, specialmente se si confronta tanto rigore con la timidezza dei tagli operati al livello centrale di governo.
Ma il "modello Bologna" è davvero virtuoso? Un modello di gestione centralizzata dei servizi, che ha creato una macchina ipertrofica e poco flessibile, è sostenibile?
Da cittadino bolognese dico: ben vengano i tagli, se serviranno a trasformare questo modello di servizi in una collaborazione basata sulla sussidiarietà.
Il caso più eclatante è quello delle scuole dell'infanzia, nelle quali il privato assicura uguale qualità a costi inferiori di un terzo.
Ma anche nell'housing sociale esistono realtà (come la cooperazione a proprietà indivisa) in grado di coprire le esigenze con grande efficienza.
Per non parlare di tante istituzioni e associazioni operanti nel settore culturale e in quello assistenziale, anche benemerite ma fino ad ora poco orientate a finanziarsi con contributi privati, iniziative e servizi a pagamento.
Non è più sostenibile un modello in cui il Comune gestisce direttamente troppi servizi o paga le attività a piè di lista. Occorre intelligenza e professionalità per finanziare iniziative autenticamente utili. In questo senso credo che vada letta anche la disponibilità di alcune Associazioni imprenditoriali: non hanno "tesoretti" da consegnare al Comune perché continui a sostenere un modello anacronistico, ma risorse con destinazione specifica, frutto di un lungimirante sistema bilaterale, che possono finanziare collettivamente l'accesso ai servizi, erogati a prezzi di mercato.
Sono conscio del fatto che una tale trasformazione richiederà qualche tempo. E allora chiedo al Sindaco Merola e alla sua Giunta di utilizzare la tassazione addizionale che la manovra concede per finanziare questa transizione. Due anni di addizionale Irpef straordinaria, senza proroghe.
Sarebbe un bel risultato ed una lezione di serietà per tanti amministratori, centrali e locali.


25 ottobre 2011 - DODICI CONDONI DODICI

Dodici come gli apostoli, come le porte della città celeste. Si sente la mano evocatrice e visionaria che anima le saghe tremontiane nell'ipotesi dei "dodici condoni", ma a leggerne i titoli la realtà è banalmente burocratica.
È lo spaccato della complessità e dell'inefficienza della macchina fiscale italiana, sommersa dalle mille norme, dagli errori di contribuenti e fisco e dall'irrilevanza dei controlli: un ottimo pagliaio nel quale occultare le evasioni vere.
Macchina che andrebbe profondamente riformata, senza attendere i diktat europei. Forse i "dodici condoni dodici" non appariranno al supermarket dell'ennesima manovra, ma con o senza di essi il fisco italiano rimarrà una delle palle al piede che frenano la crescita.
Non dico nella realtà, non chiedo tanto, ma almeno nelle bozze un barlume di credibilità e serietà potevano metterlo.

4 novembre 2011 – PROGETTI IN CRISI

Questa mattina sono dovuto intervenire nella gestione di un progetto aziendale che incontra molte difficoltà: ho sostituito il project manager, che non riusciva a produrre un piano credibile, con responsabilità e tempi certi. Le difficoltà, che pure sono solo in piccola parte dipendenti dalla nostra azienda, non facevano che aumentare e le carenze del piano davano a tutti un alibi perfetto per non assumersi responsabilità.
Ho chiamato i soci di maggioranza e minoranza, ho raccontato la situazione senza nascondere le difficoltà, abbiamo deciso insieme come sostituire il project manager.
Cose di tutti i giorni nelle aziende, ma quando in difficoltà c'è un Paese grande come l'Italia, le preoccupazioni e le complessità sono di dimensioni ben diverse. Però il parallelo aiuta a comprendere problemi e soluzioni.
Quando Tremonti (il nostro project manager nel difficile mare dell'economia) ha mostrato di essere in difficoltà nel produrre un piano credibile per uscire dalla morsa dell'alto debito e della bassa crescita, Berlusconi (l'Amministratore Delegato, che mi perdonerà l'irriverenza del paragone con lo scrivente) ha deciso in sostanza di prendere il suo posto, senza peraltro rimuoverlo dall'incarico. Ha parlato solo con la Lega ed una parte del PdL (i soci di maggioranza), senza considerare tutti gli altri (l'altra parte del Pdl e la minoranza), senza la necessaria trasparenza verso gli italiani e le autorità europee.
Nemmeno lui riesce a fare un piano credibile, nonostante l'architetto (la BCE) gli abbia inviato un progetto abbastanza dettagliato (che è altra cosa da un piano).
Quindi ora anche lui è parte del problema e non può più trovare la soluzione.
Per me salvare il progetto è vitale. Se sbaglio tutto ciò di buono che ho fatto prima non varrà nulla e il mio futuro in azienda sarà compromesso.
Pensi solo a questa crisi, Presidente, non al prima né al dopo. Chieda a tutti i soci di nominare un nuovo amministratore delegato ed un nuovo project manager, che godano di una fiducia largamente condivisa. Un amministratore delegato al quale possa trasmettere ciò che rimane della sua visione e dei suoi obiettivi, un project manager che sappia fare i piani, non guardi in faccia a nessuno e non perda tempo.
Uscire dall'emergenza è più semplice di quanto non sembri. Poi, tra un anno, un nuovo governo potrà affrontare - da pari a pari con gli altri grandi Paesi europei - i veri problemi che pongono nubi nere sul futuro del nostro continente. Quelli per i quali nessuno ancora riesce ad immaginare le soluzioni.

9 novembre 2011 - QUANDO NON SI CAPISCE LA CRISI

"La crisi non si sente in Italia, i ristoranti sono pieni".
Esattamente ciò di cui i tedeschi ci accusano: diamo l'idea di essere i pirati che ballano e bevono intorno alla cassa del morto.
Le città tedesche nel 2001 e ancor di più nel 2008 erano piene di negozi chiusi, alla sera sembrava ci fosse il coprifuoco. Risparmiando, investendo nelle aziende, accettando riduzioni temporanee dei salari, puntando sull'export i tedeschi si sono ripresi. E si domandano perché da noi non debba mai arrivare il giorno dei sacrifici.
La realtà è che l'Italia è un Paese con un terziario più forte di quello tedesco. Se Berlusconi avesse detto "i ristoranti di Roma, Venezia, Firenze, delle Langhe e del Chianti sono pieni di stranieri e stiamo lavorando perché accada altrettanto in altre 100 città e cittadine d'Italia" avrebbe messo in luce la più grande riserva di crescita del nostro Paese. Noi potremmo avere un export competitivo quanto quello tedesco ed un incoming molto più forte.
Non è  negativo evitare di deprimere troppo i consumi in una fase di crisi, ma occorre comprenderne le dinamiche sociali.
Oggi esistono certamente single o coppie senza figli benestanti, con un discreto lavoro, con qualche proprietà immobiliare ed un po' di liquidità lasciate dai genitori, che possono frequentare ristoranti e locali più volte la settimana. Ma il numero dei senzatetto di Bologna - tanto per fare un esempio - è raddoppiato nell'ultimo anno. Le famiglie della classe media con figli e reddito fisso hanno tagliato le vacanze invernali e riducono ad una settimana quelle estive; difficilmente li vedrete al ristorante. I nostri pensionati non sono quelli della Florida.
Stiamo rapidamente consumando risorse accumulate in decenni ed il risparmio delle famiglie - ancora significativo - fa il paio con un indebitamento delle medesime in rapida crescita. Senza contare gli effetti di un'inevitabile contrazione del welfare, che porterà ad utilizzare i risparmi (di chi li ha) a sostegno del reddito nei periodi di malattia, disoccupazione o pensionamento.
Se uniamo questo quadro al crescente esodo dei giovani più istruiti e brillanti, non compensato da altrettanti "acquisti" di cervelli, abbiamo la rappresentazione di un Paese nel quale le differenze sociali si accentuano, la classe media e le famiglie si assottigliano e la ricchezza accumulata si consuma rapidamente. Chi dispone di risorse liquide o di aziende sta rapidamente perdendo la fiducia e tenderà sempre di più ad investire all'estero. Abbiamo già visto questo scenario, specialmente in Sud America, ma anche nel Portogallo post-coloniale. Se non interveniamo immediatamente, ci attende un futuro fatto di pochi giovani disoccupati o sotto-occupati, diversi milioni di immigrati per i quali l'ascensore sociale non partirà mai, un grande numero di anziani con forti attese di welfare e bassi redditi, una classe media svuotata ed un nucleo sempre più ristretto di ricchi che, per quanto frequenti i ristoranti, non sarà in grado di sostenere l'attuale livello complessivo di consumi. Un cocktail tossico, questo è il concreto timore dei "mercati".
Non sentire questa crisi, non percepirne la minaccia epocale è prova del definitivo distacco del nostro Presidente del Consiglio dalla realtà italiana. Un premier che parla più forte degli altri perché non vuol sentire.

10 novembre 2011 - LA BOMBA AL MERCATO

Che la sua stagione sia finita lo avevano capito tutti. Che ne abbia preso atto in Parlamento è un segno di rispetto per l'istituzione comunque da apprezzare.
Ma il modo in cui ha ufficialmente aperto la crisi ha l'effetto di una bomba al mercato, che colpisce tutti senza distinzioni.
La bomba esplode in un paese già in grave difficoltà sui mercati finanziari, crocevia di una guerra dell'Euro che vedrà combattere battaglie decisive nelle prossime settimane. Il semplice annuncio delle dimissioni, ben sapendo che non c'è chiarezza né consenso sul percorso successivo, comunica ai mercati che il nostro Paese affronterà la guerra in condizioni d'incertezza, che a molti ricorderanno il periodo successivo all'8 settembre 1943.
La bomba ha sì effetti nel campo politico avverso, perché costringerà il PD a scegliere quali misure appoggiare e toglierà a Di Pietro la ragione fondante della sua presenza politica, ma soprattutto esplode in campo amico.
Se si andrà subito alle elezioni, Berlusconi lascia infatti il centro destra, la Lega ed i moderati in generale alle loro divisioni, paure e ripicche, troncando sul nascere ogni possibilità di mettere a fattor comune ciò che in profondità li dovrebbe unire. Rischia di trasformare il PdL in una Repubblica di Salò.
Rischia di lasciare senza guida proprio le truppe moderate che servirebbero nella guerra dell'Euro: quelle in grado di accettare i sacrifici e riacquistare la fiducia.
Occorre dare modo agli schieramenti di riorganizzarsi secondo schemi politici finalmente leggibili anche fuori dall'Italia e nel frattempo guidare con sicurezza il Paese nella guerra dell'Euro. Berlusconi è ancora in tempo per disinnescare gli ultimi stadi della bomba.


1 dicembre 2011 – TRA SCILLA e CARIDDI

Dopo alcuni mesi di navigazione difficilissima, che hanno causato alla nave Italia danni chiaramente visibili, il nuovo Comandante Monti ha ora la responsabilità di oltrepassare lo stretto più pericoloso. L'Unione Europea e l'Euro seguono trepidanti la rotta, perché insieme all'Italia affonderebbero anche loro.
Da un lato c'è Scilla, il gorgo della politica monetaria espansiva e dell'inflazione, lo strumento in apparenza più semplice per allentare la tensione sul debito, quello utilizzato dagli USA. Prevede una BCE che acquista in modo illimitato il debito sovrano dei paesi Euro sotto pressione dei tassi, stampando di fatto moneta.
In breve tempo tutti i tassi nominali dell'Eurozona aumenterebbero, l'Euro si deprezzerebbe e con esso il debito pubblico. La Germania, costretta ad una politica inflattiva, potrebbe decidere di uscire dall'Euro e qualche Stato la seguirebbe, adottando il SuperMarco. Oppure potrebbe costringere ai paesi più deboli di uscire e ritornare alle valute nazionali. Non esistono i meccanismi per gestire la spaccatura dell'Euro ed i danni sono difficilmente calcolabili ma inevitabili, come sempre nelle situazioni d'incertezza. 
Dall'altro lato c'è Cariddi, il mostro recessivo alimentato dalla politica di austerità, che per ottenere risultati a breve taglia la spesa ed aumenta le tasse, deprimendo l'economia e rischiando una spirale nella quale i redditi diminuiscono ed il debito pubblico non scende. La Germania sostiene che loro sono riusciti ad evitare questa spirale, ora tocca a noi fare altrettanto. Ma se oltre a greci si ribellassero alla cura  teutonica i cittadini italiani e poi gli spagnoli e infine i francesi, chi avrebbe la forza di governare la situazione? Anche in questo caso si assisterebbe ad un'implosione dell'Eurozona e della UE.
Se l'Europa unita avesse scelto per tempo, diciamo un paio d'anni fa, una delle due vie, ora non avrebbero ora le sembianze dei due mostri mitologici. Oggi invece Monti è chiamato a navigare nel mezzo, con una nave che ha vele ancora potenti, ma uno scafo piuttosto malandato.
Le misure del suo governo non devono apparire soltanto i mezzi per quadrare i prossimi bilanci, ma rappresentare un modello di riforma che ogni paese europeo in difficoltà può e deve adottare. Un modello che alleggerisce lo Stato, chiede sacrifici a tutti indistintamente e consente all'economia privata di ripartire, facendo crescere i redditi reali da lavoro e l'occupazione.
Per poter navigare al centro del terribile stretto le misure di rigore devono essere accompagnate da una politica monetaria comunque espansiva, pur evitando i temuti eccessi in stile FED.
Il passaggio senza naufragare dipenderà anche dal fatto che la manovra del 5 dicembre sia percepita come dura ma giusta, che colpisca tutti gli italiani ed in particolare coloro che negli anni passati sono rimasti indenni dai sacrifici. Più le soluzioni tenderanno a rendere omogenee le regole nell'Eurozona, più sarà possibile guidare l'economia continentale fuori dalle secche e creare nei prossimi mesi istituzioni europee più solide.

Ma oltre a Scilla e Cariddi il Comandante Monti dovrà evitare il pericoloso canto delle infinite Sirene che gli chiedono di alleggerire, di spostare, di rinviare i provvedimenti. Quelli che dicono che tanto, come sempre, ce la caveremo. Lui e i suoi marinai si leghino all'albero e si tappino le orecchie - come fece Ulisse - e vadano avanti, senza ascoltare nessuno.