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10 dicembre 2012

Una proposta ai giornalisti, in campagna elettorale

Una proposta ai giornalisti, in vista della prossima campagna elettorale. 
Scrivete solo di proposte concrete dei partiti e riportate solo le dichiarazioni utili a vederli sotto una nuova luce, inedita, diversa da ciò che hanno detto in passato. Riunite invece le dichiarazioni di routine e le battute ad effetto in una pagina verso la fine, con caratteri piccoli, tipo quelle degli annunci di massaggi e appuntamenti. 
In fondo non spetta a voi giudicare le perversioni, ma ci sarà pure una gerarchia delle notizie.

30 agosto 2012

Fermare il Declino: 10 proposte e un test

Fermare il declino è un'iniziativa politica che presenta vari spunti innovativi, almeno per il nostro Paese, nella comunicazione dei suoi obiettivi.
Come altri soggetti, propone un certo numero di temi prioritari - le 10 proposte - che costituiscono una sorta di programma politico in nuce.
Come da qualche tempo mi diverto a fare, ho sottoposto le 10 proposte al test "del contrario".
Si tratta di prendere le affermazioni contenute in una proposta e riscriverle con significato opposto: le affermazioni che hanno un "contrario" accettabile hanno un valore, le altre sono pura retorica.
Inoltre, quando il "contrario" è accettabile, la sua esposizione è utile a valutare le reali alternative. 
E' pure vero che nei programmi conta almeno altrettanto ciò che non è scritto, temi non ritenuti prioritari o sui quali si ritiene che non servano cambiamenti o spesso troppo problematici per esprimere un'opinione in poche righe. Ed è altrettanto vero che non esiste solo il contrario di un'affermazione, ma anche innumerevoli varianti e sfumature che la rendono differente da un'altra.
Come pure è discrezionale decidere cosa è contrario di cosa o quale "contrario" sia "accettabile": alcune affermazioni sono palesemente assurde, altre sono soltanto insostenibili, almeno nella cultura corrente.
Ma il mio è una sorta di acid test, rapido e indicativo della propensione di chi scrive all'utilizzo di frasi ad effetto, tanto risolute quanto prive di vero contenuto. Un piccolo contributo al miglioramento del linguaggio politico, causa non irrilevante del degrado del settore. E ciascuno può facilmente fare il suo test del contrario.

Come escono dal test le 10 proposte di Fermare il Declino ?
Non male, specie se comparate ad altri programmi che da molte pagine si sarebbero ridotti a poche righe, ove depurati dalle affermazioni non accettabili.
Ma anche qui, in qualche punto, magari per enfasi comunicativa, compare la frase inutile. Di seguito trovate le 10 proposte riscritte al contrario, con l'evidenza in rosso delle frasi "non accettabili".
Buon test.


·                                 1) Aumentare o non ridurre l'ammontare del debito pubblico. Evitare in ogni caso alienazioni del patrimonio pubblico, compresi gli immobili non vincolati, le imprese o quote di esse.
·                                 2) Aumentare, mantenere o non ridurre la spesa pubblica più di qualche punto. La spending review non deve costituire il primo passo di un ripensamento complessivo della spesa, a partire dai costi della casta politico-burocratica e dai sussidi alle imprese (inclusi gli organi di informazione). Non occorre ripensare in modo organico le grandi voci di spesa, quali sanità e istruzione, né introdurre meccanismi competitivi all’interno di quei settori. Non serve riformare il sistema pensionistico, che già garantisce vera equità inter—e intra—generazionale.
·                                 3) Mantenere o ridurre minimamente la pressione fiscale complessiva, dando eventualmente la priorità alla riduzione delle imposte diverse da quelle sul reddito da lavoro e d'impresa. Complicare il sistema tributario e favorire l'evasione fiscale destinando il gettito alla riduzione del debito.
·                                 4) Mantenere sostanzialmente il controllo statale dei settori ancora non gestibili con logica di mercato quali, a titolo di esempio: trasporti, energia, poste, telecomunicazioni, servizi professionali e banche (inclusi gli assetti proprietari). Evitare di privatizzare le imprese pubbliche con modalità e obiettivi pro-concorrenziali nei rispettivi settori. Non occorre inserire nella Costituzione il principio della concorrenza come metodo di funzionamento del sistema economico, né combattere privilegi e monopoli d'ogni sorta. Mantenere pubblica la RAI, mantenere canone e tetto pubblicitario e il duopolio imperfetto su cui il settore si regge, non essendo necessaria maggiore concorrenza. Mantenere i servizi pubblici, incluso quello radiotelevisivo, nell’ambito di aziende statali.
·                                 5) Tutelare il posto di lavoro esistente o le imprese inefficienti anziché sostenere i livelli di reddito di chi momentaneamente perde il lavoro. I lavoratori, a seconda della dimensione dell'impresa in cui lavoravano, possono godere di un sussidio di disoccupazione e di strumenti di formazione, come risarcimento per la perdita del posto di lavoro, favorendo la cultura di protezione dei cittadini da parte dello Stato. Il pubblico impiego deve essere governato da norme specifiche, differenti da quelle che sovrintendono al lavoro privato, privilegiando la stabilità del rapporto di lavoro.
·                                 6) Non introdurre una legislazione organica sui conflitti d'interesse, da valutare caso per caso. Mantenere la privacy riguardo i redditi, i patrimoni e gli interessi economici di tutti i funzionari pubblici e di tutte le cariche elettive. Non introdurre specifici meccanismi premianti per chi denuncia reati di corruzione. Non allontanare automaticamente dalla gestione di enti pubblici e di imprese quotate gli amministratori che hanno subito condanne penali per reati economici o corruttivi.
·                                 7) Mantenere una giustizia che non funziona (Oppure: l'attuale sistema giudiziario funziona bene). Mantenere l’attuale codice di procedura, evitare una netta distinzione dei percorsi di carriera dei magistrati; no agli avanzamenti di carriera dovuti alla sola valutazione delle performance, mantenere il valore dell’esperienza legato all’anzianità. Evitare d’introdurre forme di specializzazione, inutili per far crescere l'efficienza e la prevedibilità delle decisioni. Porre vincoli all'indipendenza della magistratura, almeno di quella inquirente. Evitare l’intervento di organi estranei alla magistratura nei procedimenti disciplinari a carico dei magistrati. Gestione discrezionale dei tribunali, mantenendo l’autonomia di ciascuno di essi. Mantenere un certo grado di discrezionalità nell’assegnare la pena, da scontare in un sistema carcerario duro.
·                                 8) Pianificare le potenzialità di crescita, lavoro e creatività dei giovani e delle donne, oggi in gran parte esclusi dal mercato del lavoro e dagli ambiti più rilevanti del potere economico e politico. Esistono specifiche misure in grado di farci raggiungere questo obiettivo, ma intanto occorre mantenere il dualismo occupazionale, incoraggiare la discriminazione di età e sesso nel mondo del lavoro, sviluppare strumenti di sussidio contro la disoccupazione, sottoporre a controlli la creazione di nuove imprese, evitare effettiva mobilità meritocratica in ogni settore dell’economia e della società e, finalmente, salvaguardare l’attuale sistema educativo.
·                                 9) Il ruolo di volani dell'emancipazione socio-economica delle nuove generazioni non può essere affidato alla scuola e all'università, che lo hanno perso da tempo. Occorre spendere di meno, sia in educazione che in ricerca. Non serve aggiungere benzina nel motore di una macchina che non funziona, né può funzionare bene. Non è possibile spendere meglio e più efficacemente le risorse già disponibili. Non servono cambiamenti sistemici, né tanto meno introdurre la concorrenza fra istituzioni scolastiche e la selezione meritocratica di docenti e studenti. Va mantenuto il valore legale del titolo di studio.
·                                 10) Rafforzare il ruolo delle istituzioni dello stato centrale con l'attribuzione di ruoli chiari e coerenti ai diversi livelli di governo. Un decentramento amministrativo che assicuri limitata autonomia sia di spesa che di entrata agli enti locali rilevanti e che pertanto non lasci agli amministratori locali la discrezionalità di raggiungere il pareggio di bilancio rendendoli, di fronte ai propri elettori, responsabili della corretta esecuzione delle scelte compiute centralmente. Riservatezza dei bilanci delle pubbliche amministrazioni e delle società partecipate da enti pubblici, controllo degli accessi a questi documenti, evitandone la pubblicazione sui siti Internet. La stessa "questione meridionale" va affrontata in questo contesto, incrementando i sussidi, sempre insufficienti nell'ultimo mezzo secolo.


28 luglio 2012

Non come ma chi eleggiamo

L'attuale legge elettorale del Parlamento (il "Porcellum") ha dimostrato sul campo un solo grande pregio tecnico: garantire la teorica governabilità in condizioni di risultati elettorali molto diversi tra loro, uno dei quali talmente vicino al pareggio che forse in nessun paese al mondo si sarebbe riusciti a formare un governo.
Il prezzo da pagare nel 2006 è stato però un governo debolissimo, sostenuto da una coalizione eterogenea ed infine costretto a dimettersi prima del termine. Se allora Prodi avesse percepito la gravità della nostra situazione (tutti i fondamentali dell'attuale crisi c'erano già, mancava solo il detonatore della finanza) avrebbe potuto costituire un governo di unità nazionale come quello attuale e fare le riforme necessarie in un clima completamente diverso. Come hanno fatto i tedeschi.
Questo rimarrà il suo più grande demerito storico, insieme a quello dell'entrata nell'Euro dalla porta di servizio, con un tasso di cambio che era di fatto un'ultima svalutazione competitiva ed accettando parametri di convergenza che distolgono l'attenzione dei governi dai veri problemi.
Alla seconda prova, il "Porcellum" ha lavorato talmente bene da produrre la più ampia maggioranza mai vista in Italia, teoricamente in grado di compiere ogni riforma necessaria.
Anche in questo caso è mancata la capacità politica di tradurre il consenso in azioni, e sappiamo com'è andata.
Ora si parla di proporzionale più o meno corretto e di premi di maggioranza a singoli partiti o coalizioni, ma il vero problema è sempre immaginare chi saranno le persone e come si comporteranno gli eletti. Poiché quelli scelti dalle segreterie dei partiti hanno dato risultati così pessimi, s'invoca il ritorno a strumenti di scelta popolare: le preferenze o i collegi uninominali. 
Il problema però rimane e rimarrà fino a quando sarà possibile scegliere tra candidati la cui onestà, competenza, trasparenza ed impegno siano certificati e verificabili. Oggi nessuno è in grado di conoscere realmente chi sono i candidati e non c'è mezzo per scoraggiare chi non ha qualità. Nessun candidato è obbligato ad assumere impegni di correttezza, lealtà e coerenza verso i suoi elettori.
Lavoriamo quindi prima sui criteri di accesso alle candidature, sugli obblighi di sottoporsi prima e dopo l'elezione a verifiche e controlli indipendenti, sulla trasparenza e visibilità di queste informazioni.
Poi scegliamo uno schema di legge elettorale e per 50 anni non parliamone più.




01 maggio 2012

La prima volta su Italo

Primo viaggio su Italo e seconda prenotazione via web: mentre la prima si è completata senza problemi, in questo caso non ho ricevuto la mail con il codice. Mi collego al sito (dove mi sono subito registrato) e recupero facilmente il biglietto; chiedo di rimandare la mail ma non arriva neppure in questo caso. Ma sono in anticipo, passo al punto Italo dove vengo accolto con molta cortesia e guidato ad un totem dove recupero e stampo il biglietto con facilità. Italo arriva puntuale a Rogoredo; molto personale dedicato all'accoglienza, pochi passeggeri. Parte rapidamente: è più silenzioso, questa è la prima impressione. Prima classe (che è costata come la seconda) praticamente vuota: nella mia carrozza siamo in due. Cappelliere più basse, che vibrano un po' in accelerazione. Seduta molto diversa, più alta, schienale più "automobilistico", da capire se è meglio o peggio in un viaggio più lungo del Milano - Bologna. Ma già la disposizione dei sedili presenta grandi vantaggi: in ogni carrozza sono metà in una direzione, metà nell'altra. Aumentano così i posti singoli e lo spazio per le gambe. 
Provo a collegarmi al wifi, ma l'accesso con i miei codici non funziona. Uso il sistema alternativo (nr.cell + pwd inviata via sms, come Trenitalia) ed entro senza problemi. Connessione non rapidissima, pare avere problemi dove non c'è campo telefonico (come quella di Trenitalia). E' comunque in fase di messa a punto: ci sono i tecnici a bordo, che aiutano una passeggera nella configurazione del suo notebook e nel collegamento. 
Pochi e brevi annunci, e anche questo è un sollievo rispetto alle mielose iperboli di Trenitalia.
Il personale serve snack e drink al posto (un po' migliori rispetto alla concorrenza), sarà da vedere come se la cavano quando la carrozza è piena, così non fa testo. Sono in tanti e molto gentili, sanno bene che la prima impressione è fondamentale. Visito tutte le carrozze, anche le Smart sono piacevoli, molto curate. Certo, il treno è nuovissimo, non può che fare un'ottima impressione. Bagni e spazi comuni ok, comodi i lucchetti per borse e valigie. Al posto della carrozza ristorante una vending machine ed una macchina del caffè: meglio così per me, ma con il treno pieno si potrà facilmente creare fila e intasamento nella piccola area che le accoglie. Per chi desidera invece pranzare / cenare i menù non sembrano male, il formaggio abbonda (penso a mia moglie che non apprezzerà).
Italo arriva a Bologna con 5 minuti di anticipo.
L'impressione complessiva è di maggiore professionalità, più cura del cliente e minore enfasi trionfalistica rispetto a Trenitalia. L'offerta però non è paragonabile, occorrerà valutarla quando sarà a regime, anche rispetto alla capacità di mantenere gli standard di qualità.
Qualche dubbio sul pricing: la tariffa base (rimborso e cambi illimitati) è molto più cara dell'economy (no rimborso e cambi a pagamento), ma per chi viaggia spesso su di una tratta il rimborso è quasi irrilevante e il punto di pareggio è a 5 cambi (uno è sufficiente nel 90% dei casi). Ho però notato che i posti con tariffa economy in classe Smart erano esaurite, il che pare indicare che a parità di posto le tariffe variano secondo l'anticipo con il quale si fa la prenotazione. E' una logica derivata dalle linee aeree e non l'apprezzo. Inoltre, stante la disponibilità di posti in Prima, la Smart finisce per costare la stessa cifra, il che ha poco senso. Prevedo comunque che anche questo faccia parte della messa a punto del servizio.
In conclusione: la ferrovia conferma di essere l'unica infrastruttura di trasporto che ha fatto e continua a fare notevoli progressi in Italia, mentre le strade e le linee aeree tendono addirittura a peggiorare. Chi come me apprezza il treno non può che essere felice della concorrenza, anche se non ho attese miracolistiche di riduzione dei costi. Migliorerà e si diversificherà il servizio, e questo è già molto importante.
E' anche un buon auspicio per l'evoluzione delle linee regionali e locali, per le quali il processo evolutivo è molto più arretrato. Ma oggi sono più ottimista, mi pare più possibile.

23 marzo 2012

Riforma vera o gattopardesca?


Secondo Tito Boeri e Pietro Garibaldi la riforma del lavoro – nella versione fino ad ora proposta dal governo – ha pochi pregi e molti difetti. Secondo loro lascia tutto come sta e addirittura aggrava i problemi, tanto da definirla "La riforma del Principe di Salina".
E’ sempre difficile valutare a priori l’efficacia di una riforma, in particolar modo in Italia, paese nel quale le migliori intenzioni si infrangono spesso contro mille furbizie, circolari ministeriali confuse e contraddittorie, tribunali lenti e con orientamenti contrastanti.
Io vedo però nell'impostazione più pregi che difetti, o almeno credo che i difetti segnalati nell’articolo in buona parte non siano tali.

LA “ROULETTE RUSSA” DEL LICENZIAMENTO
Oggi la roulette russa (per l’azienda e per il lavoratore) è dovuta al problema del reintegro o meno. Forte deterrente al licenziamento, ma anche grande limite al raggiungimento di un accordo economico. Che tuttavia chiude la partita nella grandissima maggioranza dei casi, poiché i lunghi tempi del giudizio non consentono di fatto il reintegro. Con la riforma la discussione si sposta sull’entità dell’indennizzo, salvo i rari casi di licenziamento discriminatorio. Che – per inciso – dovrebbero diminuire notevolmente, almeno per le aziende che vogliono tutelare la propria immagine, posto che un provvedimento di reintegro equivarrebbe a riconoscere proprio l’esistenza di un comportamento discriminatorio, mentre oggi può avvenire per molte ragioni.
Non è neppure vero che il licenziamento economico e disciplinare sono assimilabili: il primo scatta in presenza di reiterati comportamenti contrari a quanto stabilito dai contratti e non semplicemente se “uno lavora male”. Gli avvertimenti (i “richiami”) mettono in guardia il lavoratore di una situazione che può facilmente degenerare e gli consentono di prepararsi la difesa nel caso in cui riconosca in ciò un comportamento discriminatorio. Il confine tra “disciplinare” e “discriminatorio” può infatti essere più labile, nella comune esperienza aziendale.
La maggior parte delle imprese, potendo licenziare con motivazioni economiche, lo farà senza sotterfugi, contrattando l’indennizzo con sindacati che si dovranno attrezzare a difendere al meglio le ragioni dei lavoratori.
L’esempio dei dirigenti – pur con le dovute differenze – dovrebbe aiutare a comprendere che raramente c’è forte interesse delle parti ad avviare e proseguire una controversia in tribunale, è molto più semplice e meno oneroso contrattare un buon indennizzo, grazie a contratti collettivi chiari e solidi.
Dopo una fase iniziale, nella quale è anche possibile che aumenti il ricorso ai tribunali, i parametri di riferimento si consolideranno e costituiranno un riferimento di fatto per gli accordi transattivi.

IL “MANCATO RIORDINO” DEGLI AMMORTIZZATORI
Mi pare che anche qui si sottovaluti la portata del cambiamento. Rimangono ammortizzatori specifici, tra i quali anche la CIGS, necessaria per la gestione di situazioni particolari come le amministrazioni straordinarie ed in generale le ristrutturazioni previste dalla legge fallimentare. L’importante è che non si estenda oltre questi confini e non si applichi nei casi in cui l'azienda è irreversibilmente avviata alla chiusura.
L’integrazione dei salari di alcune categorie di lavoratori stagionali meriterebbe certamente interventi, ma non mi pare che possa essere del tutto eliminata.
Paragonare poi la CIG in deroga con i fondi bilaterali di settore (fondo solidarietà e fondo esodi) mi pare fuorviante: la via scelta dà invece nuova linfa alla sussidiarietà operata attraverso il contributo bilaterale, restituendo alle parti sociali libertà, flessibilità e controllo delle risorse.
Le quali sono certamente scarse in tempo di crisi, ma l’alternativa sarebbe attendere il ritorno delle vacche grasse ? Potrebbe avvenire tra molti anni, è bene affrontare subito la realtà, aiuta a fare sacrifici da entrambe le parti.

IL DUALISMO “PRECARI / NON PRECARI”
Sul punto la riforma appare in effetti un po’ timida. Siamo sinceri: nelle aziende si fanno continuamente progetti, ai quali partecipano lavoratori dipendenti e consulenti. Chi lavora con logiche progettuali o per commesse specifiche, finito un progetto ne inizia un altro. Il “collaboratore a progetto” non ha molto senso di esistere: se è un giovane con poca esperienza può essere assunto come dipendente a termine, magari per lavorare su di un progetto, e poi riconfermato o meno, per lavorare sugli sviluppi del progetto o altrove. Se è un consulente i casi sono due: o è un professionista iscritto ad un ordine / con competenze certificate (es. un manager trasformato in professionista) oppure lavora per una società di consulenza. La riforma limita ancora troppo poco il ricorso ai contratti di collaborazione ed in effetti l’aumento contributivo rischia di penalizzare soltanto il netto del lavoratore. Ma la soluzione non è dare gli ammortizzatori anche a queste figure, è ridurre quasi a zero l’area di applicazione di questi contratti, che presentano evidenti ambiguità.

I MECCANISMI DI ENTRATA (E DI RIENTRO)
L’apprendistato può funzionare per i giovani: grazie agli sgravi contributivi ma anche attraverso una vera formazione (che rappresenta un investimento di tempo non trascurabile per l’azienda, se correttamente effettuato). 
Appare debole invece il capitolo dei meccanismi di re-ingresso e di mantenimento al lavoro in età avanzata, ovvero sui temi che più toccano i lavoratori over 50. Occorrerà lavorare con logiche simili (formazione + sgravi contributivi), prima che la scomparsa dell’istituto della mobilità penalizzi ulteriormente queste categorie.
Questa è l'area della riforma che appare meno approfondita, un po' allo stato grezzo: senza strumenti efficaci per la riqualificazione, senza creare concrete possibilità di ricollocazione e, diciamolo chiaramente, senza meccanismi di reale stimolo alla ricerca di un nuovo lavoro, quelli dell'Aspi (indennità di disoccupazione) saranno soldi spesi male e non saranno mai sufficienti.

In conclusione: la  coperta è corta, la prudenza e la gradualità della riforma sono forse eccessive. Ma sembra essere un passo avanti notevole verso la razionalizzazione di un sistema pieno di ingiustizie ed ormai incomprensibile ad investitori e lavoratori. Il mio auspicio è che si parli meno di articolo 18 e ci si concentri maggiormente augli altri punti ancora da migliorare.

Voi cosa ne pensate?

21 marzo 2012

I sillogismi del Gattopardo

Scrive Michele Boldrin su Facebook: 
Dicono, ed il popolo applaude, che il Principe di Napoli abbia salvato la patria cacciando BS dalla stanza dei bottoni. Ed ora perche' sta forzando un accordo, qualsiasi esso sia, sul mercato del lavoro dipendente.
Io invece son sempre piu' convinto che lui sia il novello Gattopardo. Per questo la casta, pur trovandolo ingombrante, gli chiede di gestire il governo Monti in suo (della casta) nome e conto.

La tesi sottintesa è: questo è il governo della casta, che spaccia per riforme provvedimenti che tali non sono; Napolitano ha solo interesse che prosegua questo governo, perché è anch'egli parte della casta, quindi si fa promotore di un apparente cambiamento (è il Gattopardo) affinché nulla cambi.

La tesi però appare composta da sillogismi molto più articolati, che provo a ricostruire:
1) in Italia i politici, i banchieri,  i professori universitari ed altri appartenenti a "poteri forti" sono un gruppo caratterizzato da interessi comuni e convergenti 2) questi interessi comuni sono sostanzialmente riassumibili nell'auto-conservazione e nell'esclusione di altri dal potere, in nome delle quali passano in secondo piano le differenze di convinzioni 3) questo gruppo è quindi una casta 4) la casta ha sostituito i politici, che non parevano più in grado di realizzarne gli interessi, con un governo composto da esponenti più adatti alle circostanze, ma con lo stesso obiettivo 5) i provvedimenti di questo governo sono presentati come innovativi, ma in realtà mirano solo a mantenere in vita la casta 6) esistono in Italia altri soggetti portatori di soluzioni che si rivelerebbero molto più efficaci sia nel breve che nel lungo termine, ma la casta li esclude dal potere 7) il Presidente della Repubblica potrebbe favorire l'accesso al potere dei soggetti di cui al punto precedente, ma non lo fa.
La combinazione dei punti 5 e 7 porta a definire Napolitano come Gattopardo.

Boldrin, letti i commenti al suo post, lamenta il fatto che siano usciti dal tema ed in effetti, se ci si attiene strettamente alla sua tesi è così in molti casi. Ma la sua tesi parrebbe ammettere solo  due posizioni: "Sì, hai ragione" e "No, lui è in buona fede, ma non può fare niente".


Proviamo ora a classificare i commenti:
- 26 (inclusi i "mi piace") sono d'accordo con il post
- 1 non è d'accordo con il punto 5
- 2 (inclusi i "mi piace") non sono d'accordo con i punti 2, 4 e 5
- 5 non sono d'accordo con il punto 7
1, il sottoscritto, non è del tutto d'accordo con alcuno dei punti, sia pure con molte sfumature la descrizione delle quali porterebbe però fuori tema.

Ed ecco infine il mio commento al post: 
Come in ogni periodo di cambiamento, pullulano i gattopardi., non v'è da mearvigliarsi. Ma i peggiori si annidano nelle fila dei critici di questo governo. Quelli che scoprono oggi di vivere in un paese con tassazione insopportabile. Quelli che oggi vorrebbero tagliare la spesa ma fino a ieri parlavano di macelleria sociale se solo si ardiva mettere bocca su scuola, sanità e pensioni.
E ahimè anche tra i liberisti puri e duri, quelli che "il mercato ripara ogni guasto", dimenticando che il mercato lascia anche molto spazio alla legge del più forte e non è particolarmente efficace nel contrasto di quelle caste che tanto odiano.
Oggi la scelta non è tra un mitico mercato perfetto, esistente solo in letteratura, e lo statalismo socialista, ahimè esistito nella realtà e miseramente fallito.
La scelta è tra l'immobilismo particolarista, localista e corporativo, ed un'economia europea integrata, con un welfare dinamico e sostenibile.
E mai come ora il meglio è nemico del buono
 

Tratta soprattutto i punti 5 e 6, che vanno al cuore della tesi di Boldrin. Non mi pare perciò fuori tema.




11 febbraio 2012

Switch over da Twitter a Google+ - Fase 1.1

Sono ormai trascorsi diversi mesi da quando ho scritto questo post, ma non è cambiato tanto. Sono sempre alla Fase 1 e sono tutt'al più pronto a migrare alla 1.1. Ecco perché.
Google+ ha la migliore interfaccia tra tutti i social network che utilizzo con regolarità (Twitter, FB, 4square, LinkedIn). In particolare sul mio nuovo Motorola Razr l'app Android è ottima.
Il caricamento delle foto è straordinariamente migliore rispetto a quello degli altri SN ed il sistema delle cerchie davvero ben congegnato.
I contenuti sono più ampi e leggibili, i giochi si possono escludere completamente e molti utenti postano foto davvero belle (ho una cerchia dedicata ai migliori fotografi).
Però lo switch over non procede ed il tempo che trascorro su G+ è ancora molto inferiore a quello su FB e Tw. Come mai?
Su FB ci sono moltissimi amici e conoscenti, posso scrivere anche cose che solo loro comprendono e i commenti sono più personali. L'interazione è quindi molto più rapida ed elevata che in qualsiasi altro posto. Sui temi di attualità si sviluppano discussioni articolate e spesso interessanti, con molti partecipanti, anche autorevoli (giornalisti, politici, che scrivono senza intermediari).
Su Twitter ci sono le notizie e le battute più divertenti. Negli ultimi mesi sono sbarcati moltissimi giornalisti economici e non. Su Twitter si dialoga con persone nuove e la rapidità di diffusione dei messaggi è imbattibile. Seguire le rivolte di piazza Tahrir o le vicende di un treno bloccato dalla neve è possibile solo qui.
E il tempo disponibile finisce. Quando tocca a G+ ho un po' di scoramento nel vedere che gli amici "fisici" che scrivono con regolarità sono soltanto 3-4 (su 32). Gli italiani che seguo (l'equivalente di quelli che seguo su Twitter) sono 163 (appena una ventina in più rispetto ad agosto 2011). I giornalisti sono 6, due dei quali scrivono con regolarità. 
Poi ci sarebbero gli stranieri, ma non arrivo quasi mai a leggerli. Il fatto è che i contenuti sono più ricchi che sugli altri SN; G+ è un po' come il settimanale rispetto ai quotidiani. La Fase 1.1 prevede che abbandoni la lettura  su Twitter di tutti i contenuti legati alle tecnologie, riducendo quasi a zero l'utilizzo del profilo in inglese @mmant27 ed utilizzando maggiormente G+, almeno fino alla prossima rivolta araba. Ma non può durare troppo a lungo, non c'è tempo per frequentare attivamente tutti questi luoghi.



21 gennaio 2012

Avanti con le liberalizzazioni, ma le microsrl non servono

La lettura della bozza di decreto del governo Monti, studiato per liberalizzare molti settori e promuovere la crescita, richiede un po' di tempo ed un'attenta valutazione dell'efficacia delle singole misure.
Ne condivido l'impianto generale e di alcuni punti ho scritto qui. Ciò che è più importante è favorire una diffusa coscienza della necessità di rendere più libera tutta l'attività d'impresa, non solo quella degli altri. La difficoltà maggiore per un governo italiano - di qualunque colore - è sempre stata quella di varare misure eque, resistendo (poco di solito) alle pressioni di innumerevoli categorie. In troppi hanno privilegi grandi e piccoli da difendere. Mestieri e categorie non dovrebbero far dipendere la loro prosperità da decisioni del Governo, ma dalla capacità dei loro membri di essere efficaci in un mercato libero.
Non mi illudo che questo decreto sia sufficiente a risolvere ogni problema, ma è importante iniziare e tracciare una direzione. Alcune misure si riveleranno inutili, altre saranno da rafforzare o da modificare. Data la complessità e la vastità dei settori toccati va studiato in modo approfondito.

C'è però un articolo (il nr.3) che ha suscito il plauso di molti e che a me appare invece inutile. E' quello che prevede, per soggetti che abbiano meno di 35 anni, la possibilità di costituire "microsrl" prive di capitale (1 Euro), senza necessità di atto notarile. 
La misura dovrebbe servire a ridurre alcune barriere economiche alla costituzione di società da parte dei giovani. Tralasciando il fatto che di micro-società in Italia se ne costituiscono moltissime (il problema è che poche sopravvivono, se mai), una società a responsabilità limitata priva di capitale richiede di fatto la garanzia diretta dei suoi soci per qualunque attività verso terzi. Si dirà che anche 10.000,00 Euro non sono tanti: è vero, ma almeno possono garantire piccole forniture, il rilascio di una carta di credito e simili. In molti casi la "microsrl" richiederà comunque il rilascio di garanzie da parte dei soci, rendendola di fatto simile ad una società di persone.
Nella maggior parte dei casi, poi, una nuova società deve sostenere dei costi prima d'incassare la prima fattura. Quei 10.000 Euro (che alla costituzione possono anche essere solo 2.500) e in tanti casi molti di più, serviranno comunque: saranno considerati prestiti dai soci invece di capitale sociale, ma poco cambierà.

Quanto ai tempi ora si fa tutto in una giornata (versamento decimi + costituzione dal Notaio), mentre occorrerà attendere 15 giorni per la registrazione in Camera di Commercio. Sicuramente ci saranno tanti neo-imprenditori in grado di redigere da soli l'atto costitutivo, o al massimo con l'ausilio di un formulario che rapidamente sarà pubblicato. Ma un certo numero preferirà farsi assistere da un consulente o farà errori che provocheranno il rigetto della registrazione.
In caso di cessione delle quote il risparmio ottenuto dal mancato versamento del capitale si tramuterà in parte in imposte sulla maggiore plusvalenza.
Si dirà che si risparmiano i costi del Notaio, ed è vero. Ma sarebbe meglio affrontare direttamente il problema: i Notai in molti casi effettuano attività in duplicazione con Enti pubblici. Nel caso delle società basterebbe affidare ai Notai il sistema di pubblicità (Registro delle imprese) ed evitare i costi connessi alla gestione da parte delle Camere di Commercio). Se i Notai fossero in maggior numero e si facessero più concorrenza, inventerebbero tariffe "promozionali" per i giovani imprenditori, che sono i loro potenziali clienti del futuro.
In caso di successo della società il risparmio è tuttavia una spesa differita: al compimento del 35mo anno da parte di uno dei soci si renderà poi necessario trasformarla, e a quel punto servirà il Notaio. E se uno dei soci si rifiuta di trasformarla? La società automaticamente si scioglie.
Per non parlare poi del caso, molto probabile per una nuova società, di chiusura dell'esercizio in perdita. Se il capitale è di un 1 Euro una perdita anche minima lo fa scendere sotto il minimo legale e va ricostituito? Con o senza Notaio? E' comunque un ulteriore adempimento, più facilmente evitabile nella normale S.r.l.

In Italia costituire una società a responsabilità limitata è semplice, rapido e non particolarmente costoso. Il problema è che per molte attività costituire la società non è certo sufficiente ad operare; il problema sono le decine di adempimenti, licenze, registri, autorizzazioni, senza i quali la società non può neppure muovere un dito.
E' quindi molto più importante l'articolo 1 della bozza di decreto, augurandosi che si possa davvero tradurre (serviranno numerosi interventi su norme e regolamenti) in uno strumento di semplificazione.
Se avrà un reale seguito nell'organizzazione degli uffici giudiziari è importantissimo l'articolo 2, che prevede finalmente una specializzazione per materia nei tribunali. Un principio ovvio in qualunque organizzazione, che può produrre enormi benefici in termini di certezza del diritto e rapidità delle decisioni.

Ma per l'imprenditoria giovanile non si poteva fare proprio nulla, mi chiederete?
Il vero problema è l'accesso al credito: servono strumenti agili e affidabili di valutazione di una nuova impresa, che in caso positivo possano consentire il rilascio di garanzie. Servono agevolazioni fiscali molto rilevanti per i "business angels", equiparando ad essi anche le famiglie.
Per ridurre gli oneri amministrativi (e i tempi, spesso più importanti per una nuova microimpresa), favorire la costituzione di società "incubatore" che possano effettuare tutte le operazioni commerciali e amministrative relative alla nuova iniziativa, operando con i suoi promotori sulla base di semplici scritture private e gestendo invece tutti i rapporti con i terzi. Prima di costituire una società in molti casi può essere utile provare a vedere se il business funziona.
La sotto-capitalizzazione delle nostre  imprese è invece un grave limite. Occorre favorire fiscalmente la conversione degli utili in capitale sociale (per giovani e meno giovani), con benefici effetti sull'accesso al credito e sull'affidabilità di mercato.
Serve inoltre maggiore cultura per affrontare l'attività d'impresa, in Italia, complici anche le norme complesse, troppo numerose ed in perenne cambiamento), il livello d'ignoranza giuridica ed economica da parte di chi fa impresa è elevatissimo. In un paese d'imprenditori e partite iva, una buona base di diritto e di economia dovrebbe essere obbligatoria in tutte le scuole superiori.

Per concludere, credo che questo provvedimento riguardante le "microsrl" sia un po' demagogico e piuttosto inutile. Dal punto di vista del "messaggio" veicola l'idea che per fare impresa non servano né denaro, né rigore. Da questo Governo mi attendo invece solo sostanza.


12 gennaio 2012

Taxi liberi (ed altre battaglie di logica e giustizia)

Pare che questa volta si faccia sul serio. 
Pare che per una volta il Governo si faccia carico di introdurre misure elementari, logiche, di buon senso, che hanno il difetto però di scontentare categorie rilevanti di elettori.
Io credo però che a questo serva un Governo, ché non sarebbe necessario per applicare la legge del più forte. Anche se i taxi non sono un settore strategico, né la loro liberalizzazione avrà effetti immediati e rilevanti sull'economia, si tratta di un caso esemplare, che è giusto risolvere una volta per tutte. Non è ammissibile tollerare l'ipocrisia che governa un settore in cui una licenza costa tra i 150.000 e i 300.000 € ed il reddito dichiarato è di 13.500 € pro capite. 
Avete mai conosciuto un operaio non specializzato o una commessa che pagano simili cifre per un posto di lavoro, oltre ad acquistare l'auto? E vi pare logico che una banca conceda un prestito per acquistare una licenza così costosa ad una persona che guadagna 13.500 € l'anno? Questo è uno dei tanti patti taciti che rendono insaziabile e profondamente ingiusta la tassazione nel nostro paese. 
La soluzione è molto semplice. Da domani chi vuole fare il taxista, oltre a possedere i requisiti soggettivi attuali, dovrebbe acquistare un'auto con navigatore satellitare, un POS ed effettuare un deposito cauzionale (diciamo 10.000 €) da utilizzare per un fondo di gestione delle situazioni di emergenza. In cambio avrebbe una licenza. Dovrebbe poi rilasciare scontrini progressivi numerati, emessi da un tassametro con i requisiti del registratore di cassa. Chi può dimostrare di avere acquistato una licenza ne divide il costo per gli anni in cui l'ha utilizzata e quelli che gli mancano alla pensione e deduce questo costo dalle tasse. Chi da domani fa il taxista senza dover acquistare la licenza non deduce nulla. Controllare i redditi dei taxisti non sarebbe difficile. Basta salire a campione su un po' di taxi ogni giorno e ritirare la licenza a chi non rilascia lo scontrino corretto. Se proprio non si riuscisse a far crescere il reddito dichiarato, non sarebbe poi difficile calcolare le tratte percorse grazie al navigatore satellitare e moltiplicare i km per le tariffe. 
La licenza libera avrebbe il non trascurabile vantaggio di farci trovare un taxi in ogni ora e luogo in cui serve. Sono un notevole utilizzatore di taxi e auto a noleggio con conducente (che a Roma salvo i servizi da e per l'aeroporto inspiegabilmente non esistono o non sono competitive) e ho molti casi a disposizione: stazione Termini dalle 9:30 in poi, certe zone periferiche di Roma in cui occorre aspettare oltre mezz'ora per un taxi libero e accettare una corsa con tassametro che corre da 20 minuti. Paesi della provincia lombarda sprovvisti o quasi di taxi. Il taxi libero e abbondante consentirebbe anche di scegliere l'auto sulla quale salire, scartando utilitarie decennali con ammortizzatori da tempo esauriti. I taxisti ed alcuni superficiali commentatori dovrebbero capire che la "battaglia dei taxi" non si fa nella speranza di risparmiare qualche euro sulla corsa, ma per cessare di essere presi in giro e ristabilire un corretto rapporto tra cliente e fornitore di un servizio. E consentendo ai più bravi, volenterosi e capaci di organizzarsi di guadagnare molto di più di chi ha esaurito tutto il suo impegno procurandosi a carissimo prezzo la licenza. È assurdo dover possedere un capitale o accendere un mutuo per fare il taxista. 

Il caso delle farmacie è ancora più semplice. Si tratta di negozi, che per vendere alcuni prodotti - quelli che richiedono una ricetta - devono avere personale adeguato, un farmacista appunto. Che siano negozi singoli, catene, gruppi, non ha alcuna importanza per il servizio che devono rendere. Anche qui non si capisce perché debba prevalere il capitale (quello necessario ad acquistare la farmacia o quello ereditato con la proprietà della stessa) sulla professionalità e la capacità di dare un servizio. 

Anche il dibattito sugli Ordini professionali andrebbe ricondotto alla vera radice del problema, che è la possibilità o meno di costituire società di capitali nei settori protetti. Il problema delle tariffe minime è ormai largamente superato. Consentiva ampie riserve di guadagno protetto per pochi avvocati, spesso vicini alla politica, operanti prevalentemente in settori come quello fallimentare e amministrativo. I più strenui difensori appartengono a questa categoria. Per gli altri le tariffe di mercato esistono già di fatto da anni, e così è per la grandissima maggioranza degli architetti e dei commercialisti. Sugli esami di accesso c'è forse ancora qualche resistenza da superare, ma non è il tema fondamentale. 
Il vero problema è la difesa ad oltranza di un modello organizzativo che protegge esclusivamente il lavoro autonomo, consentendo al massimo ai professionisti di associarsi. Mentre nei settori non regolamentati sono presenti grandi società internazionali, nazionali, strutture di media dimensione e anche singoli professionisti, nei settori protetti dagli Ordini ciò non accade. A vantaggio di chi? Non dei migliori professionisti, che da soli o in grandi studi avrebbero comunque ruoli e guadagni preminenti. Non dei giovani, che se entrano "a bottega" in un piccolo studio devono attendere che il titolare ceda il passo (a tarda età) o di racimolare qualche cliente per mettersi in proprio. In una grande struttura possono specializzarsi e sviluppare una carriera maggiormente in linea con le loro capacità. Chi ci guadagna con l'attuale sistema è una pletora di professionisti di medio livello, che in una grande organizzazione sarebbero impiegati o specialisti a tariffa e invece così possono prosperare anche sull'inefficienza del sistema, sulla scarsa conoscenza da parte del cliente etc. Sembra quasi che la cifra distintiva del professionista italiano sia quello di essere lavoratore autonomo. L'autonomia si conquista sul campo e non è più importante rispetto alle capacità organizzative e alla specializzazione. Nelle società professionali, come peraltro in tutte le società, specialmente di servizi, non è importante chi detiene la proprietà ma chi la gestisce e vi opera. 
Per gli Ordini è giunto il momento di avere coraggio: aprano alle società professionali, a patto che chi vi ricopre cariche e vi opera abbia seri titoli professionali, magari verificati nel tempo e non solo con un esame post laurea. Non si deve temere che si inneschi un processo di gigantismo organizzativo e di spersonalizzazione senza ritorno. Quando le organizzazioni crescono troppo, non sono più in grado di fare efficienza, perdono contatto con il cliente ed inevitabilmente vanno in crisi e (fatto salvo il vizio italico di volerle mantenere troppo a lungo in vita). A questo punto si smembrano e lasciano uscire le migliori professionalità, rimettendo così in moto il circolo. 
I piccoli - in ogni settore - dovrebbero essere poi messi in grado di competere con l'arma dell'agilità e della flessibilità. Ciò significa minori formalità nel rapporto con i dipendenti, che essendo pochi in una piccola organizzazione son legati all'imprenditore da un rapporto essenzialmente fiduciario. In un piccolo esercizio la credibilità, la moralità e la professionalità del proprietario / gestore potrebbero in molti casi sostituire numerosi adempimenti formali e autorizzativi. 
Se una tale rivoluzione sarà compiuta sarà poi necessario operare seriamente per contrastare monopoli e cartelli. Che è l'altra battaglia da compiere nei settori del credito e delle utilities.

E qui apro una parentesi sui distributori di benzina. Mi pare assurdo pensare che tutto il problema stia nella distribuzione ed ipotizzare soluzioni che possono forse ridurre i prezzi, ma a scapito del servizio. Questo significa infatti ridurre il numero di pompe ed aumentare i self service. Intanto per agevolare la concorrenza i prezzi alla pompa dovrebbero essere variati una sola volta al mese, tutti nello stesso giorno. E dovrebbero essere facilmente reperibili su internet. In modo cioè da poterli memorizzare ed effettivamente scegliere dove rifornirsi. È poi positivo consentire la vendita di benzina nei centri commerciali e reciprocamente consentire la vendita di articoli di vario tipo nei distributori. Più che pensare a distributori che acquistano da più compagnie petrolifere si potrebbe agire sulla durata dei contratti, sulla possibilità di recesso non oneroso da parte dell'esercente e sulla possibilità del medesimo di limitare la presenza del brand petrolifero nel punto vendita, potendo così mettere periodicamente in concorrenza le compagnie senza eccessivi vincoli contrattuali o d'investimento. 
Si dirà che in questo modo si toccano diritti, consuetudini, redditi, modelli di vita consolidati nel tempo. Ciò in fondo è avvenuto già per le pensioni e per il lavoro nelle aziende. La realtà è che non esistono diritti acquisiti. L'unica certezza della vita è ... che un giorno moriremo. Cerchiamo di vivere facendo ciò che è logico e giusto.