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21 gennaio 2012

Avanti con le liberalizzazioni, ma le microsrl non servono

La lettura della bozza di decreto del governo Monti, studiato per liberalizzare molti settori e promuovere la crescita, richiede un po' di tempo ed un'attenta valutazione dell'efficacia delle singole misure.
Ne condivido l'impianto generale e di alcuni punti ho scritto qui. Ciò che è più importante è favorire una diffusa coscienza della necessità di rendere più libera tutta l'attività d'impresa, non solo quella degli altri. La difficoltà maggiore per un governo italiano - di qualunque colore - è sempre stata quella di varare misure eque, resistendo (poco di solito) alle pressioni di innumerevoli categorie. In troppi hanno privilegi grandi e piccoli da difendere. Mestieri e categorie non dovrebbero far dipendere la loro prosperità da decisioni del Governo, ma dalla capacità dei loro membri di essere efficaci in un mercato libero.
Non mi illudo che questo decreto sia sufficiente a risolvere ogni problema, ma è importante iniziare e tracciare una direzione. Alcune misure si riveleranno inutili, altre saranno da rafforzare o da modificare. Data la complessità e la vastità dei settori toccati va studiato in modo approfondito.

C'è però un articolo (il nr.3) che ha suscito il plauso di molti e che a me appare invece inutile. E' quello che prevede, per soggetti che abbiano meno di 35 anni, la possibilità di costituire "microsrl" prive di capitale (1 Euro), senza necessità di atto notarile. 
La misura dovrebbe servire a ridurre alcune barriere economiche alla costituzione di società da parte dei giovani. Tralasciando il fatto che di micro-società in Italia se ne costituiscono moltissime (il problema è che poche sopravvivono, se mai), una società a responsabilità limitata priva di capitale richiede di fatto la garanzia diretta dei suoi soci per qualunque attività verso terzi. Si dirà che anche 10.000,00 Euro non sono tanti: è vero, ma almeno possono garantire piccole forniture, il rilascio di una carta di credito e simili. In molti casi la "microsrl" richiederà comunque il rilascio di garanzie da parte dei soci, rendendola di fatto simile ad una società di persone.
Nella maggior parte dei casi, poi, una nuova società deve sostenere dei costi prima d'incassare la prima fattura. Quei 10.000 Euro (che alla costituzione possono anche essere solo 2.500) e in tanti casi molti di più, serviranno comunque: saranno considerati prestiti dai soci invece di capitale sociale, ma poco cambierà.

Quanto ai tempi ora si fa tutto in una giornata (versamento decimi + costituzione dal Notaio), mentre occorrerà attendere 15 giorni per la registrazione in Camera di Commercio. Sicuramente ci saranno tanti neo-imprenditori in grado di redigere da soli l'atto costitutivo, o al massimo con l'ausilio di un formulario che rapidamente sarà pubblicato. Ma un certo numero preferirà farsi assistere da un consulente o farà errori che provocheranno il rigetto della registrazione.
In caso di cessione delle quote il risparmio ottenuto dal mancato versamento del capitale si tramuterà in parte in imposte sulla maggiore plusvalenza.
Si dirà che si risparmiano i costi del Notaio, ed è vero. Ma sarebbe meglio affrontare direttamente il problema: i Notai in molti casi effettuano attività in duplicazione con Enti pubblici. Nel caso delle società basterebbe affidare ai Notai il sistema di pubblicità (Registro delle imprese) ed evitare i costi connessi alla gestione da parte delle Camere di Commercio). Se i Notai fossero in maggior numero e si facessero più concorrenza, inventerebbero tariffe "promozionali" per i giovani imprenditori, che sono i loro potenziali clienti del futuro.
In caso di successo della società il risparmio è tuttavia una spesa differita: al compimento del 35mo anno da parte di uno dei soci si renderà poi necessario trasformarla, e a quel punto servirà il Notaio. E se uno dei soci si rifiuta di trasformarla? La società automaticamente si scioglie.
Per non parlare poi del caso, molto probabile per una nuova società, di chiusura dell'esercizio in perdita. Se il capitale è di un 1 Euro una perdita anche minima lo fa scendere sotto il minimo legale e va ricostituito? Con o senza Notaio? E' comunque un ulteriore adempimento, più facilmente evitabile nella normale S.r.l.

In Italia costituire una società a responsabilità limitata è semplice, rapido e non particolarmente costoso. Il problema è che per molte attività costituire la società non è certo sufficiente ad operare; il problema sono le decine di adempimenti, licenze, registri, autorizzazioni, senza i quali la società non può neppure muovere un dito.
E' quindi molto più importante l'articolo 1 della bozza di decreto, augurandosi che si possa davvero tradurre (serviranno numerosi interventi su norme e regolamenti) in uno strumento di semplificazione.
Se avrà un reale seguito nell'organizzazione degli uffici giudiziari è importantissimo l'articolo 2, che prevede finalmente una specializzazione per materia nei tribunali. Un principio ovvio in qualunque organizzazione, che può produrre enormi benefici in termini di certezza del diritto e rapidità delle decisioni.

Ma per l'imprenditoria giovanile non si poteva fare proprio nulla, mi chiederete?
Il vero problema è l'accesso al credito: servono strumenti agili e affidabili di valutazione di una nuova impresa, che in caso positivo possano consentire il rilascio di garanzie. Servono agevolazioni fiscali molto rilevanti per i "business angels", equiparando ad essi anche le famiglie.
Per ridurre gli oneri amministrativi (e i tempi, spesso più importanti per una nuova microimpresa), favorire la costituzione di società "incubatore" che possano effettuare tutte le operazioni commerciali e amministrative relative alla nuova iniziativa, operando con i suoi promotori sulla base di semplici scritture private e gestendo invece tutti i rapporti con i terzi. Prima di costituire una società in molti casi può essere utile provare a vedere se il business funziona.
La sotto-capitalizzazione delle nostre  imprese è invece un grave limite. Occorre favorire fiscalmente la conversione degli utili in capitale sociale (per giovani e meno giovani), con benefici effetti sull'accesso al credito e sull'affidabilità di mercato.
Serve inoltre maggiore cultura per affrontare l'attività d'impresa, in Italia, complici anche le norme complesse, troppo numerose ed in perenne cambiamento), il livello d'ignoranza giuridica ed economica da parte di chi fa impresa è elevatissimo. In un paese d'imprenditori e partite iva, una buona base di diritto e di economia dovrebbe essere obbligatoria in tutte le scuole superiori.

Per concludere, credo che questo provvedimento riguardante le "microsrl" sia un po' demagogico e piuttosto inutile. Dal punto di vista del "messaggio" veicola l'idea che per fare impresa non servano né denaro, né rigore. Da questo Governo mi attendo invece solo sostanza.


12 gennaio 2012

Taxi liberi (ed altre battaglie di logica e giustizia)

Pare che questa volta si faccia sul serio. 
Pare che per una volta il Governo si faccia carico di introdurre misure elementari, logiche, di buon senso, che hanno il difetto però di scontentare categorie rilevanti di elettori.
Io credo però che a questo serva un Governo, ché non sarebbe necessario per applicare la legge del più forte. Anche se i taxi non sono un settore strategico, né la loro liberalizzazione avrà effetti immediati e rilevanti sull'economia, si tratta di un caso esemplare, che è giusto risolvere una volta per tutte. Non è ammissibile tollerare l'ipocrisia che governa un settore in cui una licenza costa tra i 150.000 e i 300.000 € ed il reddito dichiarato è di 13.500 € pro capite. 
Avete mai conosciuto un operaio non specializzato o una commessa che pagano simili cifre per un posto di lavoro, oltre ad acquistare l'auto? E vi pare logico che una banca conceda un prestito per acquistare una licenza così costosa ad una persona che guadagna 13.500 € l'anno? Questo è uno dei tanti patti taciti che rendono insaziabile e profondamente ingiusta la tassazione nel nostro paese. 
La soluzione è molto semplice. Da domani chi vuole fare il taxista, oltre a possedere i requisiti soggettivi attuali, dovrebbe acquistare un'auto con navigatore satellitare, un POS ed effettuare un deposito cauzionale (diciamo 10.000 €) da utilizzare per un fondo di gestione delle situazioni di emergenza. In cambio avrebbe una licenza. Dovrebbe poi rilasciare scontrini progressivi numerati, emessi da un tassametro con i requisiti del registratore di cassa. Chi può dimostrare di avere acquistato una licenza ne divide il costo per gli anni in cui l'ha utilizzata e quelli che gli mancano alla pensione e deduce questo costo dalle tasse. Chi da domani fa il taxista senza dover acquistare la licenza non deduce nulla. Controllare i redditi dei taxisti non sarebbe difficile. Basta salire a campione su un po' di taxi ogni giorno e ritirare la licenza a chi non rilascia lo scontrino corretto. Se proprio non si riuscisse a far crescere il reddito dichiarato, non sarebbe poi difficile calcolare le tratte percorse grazie al navigatore satellitare e moltiplicare i km per le tariffe. 
La licenza libera avrebbe il non trascurabile vantaggio di farci trovare un taxi in ogni ora e luogo in cui serve. Sono un notevole utilizzatore di taxi e auto a noleggio con conducente (che a Roma salvo i servizi da e per l'aeroporto inspiegabilmente non esistono o non sono competitive) e ho molti casi a disposizione: stazione Termini dalle 9:30 in poi, certe zone periferiche di Roma in cui occorre aspettare oltre mezz'ora per un taxi libero e accettare una corsa con tassametro che corre da 20 minuti. Paesi della provincia lombarda sprovvisti o quasi di taxi. Il taxi libero e abbondante consentirebbe anche di scegliere l'auto sulla quale salire, scartando utilitarie decennali con ammortizzatori da tempo esauriti. I taxisti ed alcuni superficiali commentatori dovrebbero capire che la "battaglia dei taxi" non si fa nella speranza di risparmiare qualche euro sulla corsa, ma per cessare di essere presi in giro e ristabilire un corretto rapporto tra cliente e fornitore di un servizio. E consentendo ai più bravi, volenterosi e capaci di organizzarsi di guadagnare molto di più di chi ha esaurito tutto il suo impegno procurandosi a carissimo prezzo la licenza. È assurdo dover possedere un capitale o accendere un mutuo per fare il taxista. 

Il caso delle farmacie è ancora più semplice. Si tratta di negozi, che per vendere alcuni prodotti - quelli che richiedono una ricetta - devono avere personale adeguato, un farmacista appunto. Che siano negozi singoli, catene, gruppi, non ha alcuna importanza per il servizio che devono rendere. Anche qui non si capisce perché debba prevalere il capitale (quello necessario ad acquistare la farmacia o quello ereditato con la proprietà della stessa) sulla professionalità e la capacità di dare un servizio. 

Anche il dibattito sugli Ordini professionali andrebbe ricondotto alla vera radice del problema, che è la possibilità o meno di costituire società di capitali nei settori protetti. Il problema delle tariffe minime è ormai largamente superato. Consentiva ampie riserve di guadagno protetto per pochi avvocati, spesso vicini alla politica, operanti prevalentemente in settori come quello fallimentare e amministrativo. I più strenui difensori appartengono a questa categoria. Per gli altri le tariffe di mercato esistono già di fatto da anni, e così è per la grandissima maggioranza degli architetti e dei commercialisti. Sugli esami di accesso c'è forse ancora qualche resistenza da superare, ma non è il tema fondamentale. 
Il vero problema è la difesa ad oltranza di un modello organizzativo che protegge esclusivamente il lavoro autonomo, consentendo al massimo ai professionisti di associarsi. Mentre nei settori non regolamentati sono presenti grandi società internazionali, nazionali, strutture di media dimensione e anche singoli professionisti, nei settori protetti dagli Ordini ciò non accade. A vantaggio di chi? Non dei migliori professionisti, che da soli o in grandi studi avrebbero comunque ruoli e guadagni preminenti. Non dei giovani, che se entrano "a bottega" in un piccolo studio devono attendere che il titolare ceda il passo (a tarda età) o di racimolare qualche cliente per mettersi in proprio. In una grande struttura possono specializzarsi e sviluppare una carriera maggiormente in linea con le loro capacità. Chi ci guadagna con l'attuale sistema è una pletora di professionisti di medio livello, che in una grande organizzazione sarebbero impiegati o specialisti a tariffa e invece così possono prosperare anche sull'inefficienza del sistema, sulla scarsa conoscenza da parte del cliente etc. Sembra quasi che la cifra distintiva del professionista italiano sia quello di essere lavoratore autonomo. L'autonomia si conquista sul campo e non è più importante rispetto alle capacità organizzative e alla specializzazione. Nelle società professionali, come peraltro in tutte le società, specialmente di servizi, non è importante chi detiene la proprietà ma chi la gestisce e vi opera. 
Per gli Ordini è giunto il momento di avere coraggio: aprano alle società professionali, a patto che chi vi ricopre cariche e vi opera abbia seri titoli professionali, magari verificati nel tempo e non solo con un esame post laurea. Non si deve temere che si inneschi un processo di gigantismo organizzativo e di spersonalizzazione senza ritorno. Quando le organizzazioni crescono troppo, non sono più in grado di fare efficienza, perdono contatto con il cliente ed inevitabilmente vanno in crisi e (fatto salvo il vizio italico di volerle mantenere troppo a lungo in vita). A questo punto si smembrano e lasciano uscire le migliori professionalità, rimettendo così in moto il circolo. 
I piccoli - in ogni settore - dovrebbero essere poi messi in grado di competere con l'arma dell'agilità e della flessibilità. Ciò significa minori formalità nel rapporto con i dipendenti, che essendo pochi in una piccola organizzazione son legati all'imprenditore da un rapporto essenzialmente fiduciario. In un piccolo esercizio la credibilità, la moralità e la professionalità del proprietario / gestore potrebbero in molti casi sostituire numerosi adempimenti formali e autorizzativi. 
Se una tale rivoluzione sarà compiuta sarà poi necessario operare seriamente per contrastare monopoli e cartelli. Che è l'altra battaglia da compiere nei settori del credito e delle utilities.

E qui apro una parentesi sui distributori di benzina. Mi pare assurdo pensare che tutto il problema stia nella distribuzione ed ipotizzare soluzioni che possono forse ridurre i prezzi, ma a scapito del servizio. Questo significa infatti ridurre il numero di pompe ed aumentare i self service. Intanto per agevolare la concorrenza i prezzi alla pompa dovrebbero essere variati una sola volta al mese, tutti nello stesso giorno. E dovrebbero essere facilmente reperibili su internet. In modo cioè da poterli memorizzare ed effettivamente scegliere dove rifornirsi. È poi positivo consentire la vendita di benzina nei centri commerciali e reciprocamente consentire la vendita di articoli di vario tipo nei distributori. Più che pensare a distributori che acquistano da più compagnie petrolifere si potrebbe agire sulla durata dei contratti, sulla possibilità di recesso non oneroso da parte dell'esercente e sulla possibilità del medesimo di limitare la presenza del brand petrolifero nel punto vendita, potendo così mettere periodicamente in concorrenza le compagnie senza eccessivi vincoli contrattuali o d'investimento. 
Si dirà che in questo modo si toccano diritti, consuetudini, redditi, modelli di vita consolidati nel tempo. Ciò in fondo è avvenuto già per le pensioni e per il lavoro nelle aziende. La realtà è che non esistono diritti acquisiti. L'unica certezza della vita è ... che un giorno moriremo. Cerchiamo di vivere facendo ciò che è logico e giusto.