Follow by Email

12 gennaio 2012

Taxi liberi (ed altre battaglie di logica e giustizia)

Pare che questa volta si faccia sul serio. 
Pare che per una volta il Governo si faccia carico di introdurre misure elementari, logiche, di buon senso, che hanno il difetto però di scontentare categorie rilevanti di elettori.
Io credo però che a questo serva un Governo, ché non sarebbe necessario per applicare la legge del più forte. Anche se i taxi non sono un settore strategico, né la loro liberalizzazione avrà effetti immediati e rilevanti sull'economia, si tratta di un caso esemplare, che è giusto risolvere una volta per tutte. Non è ammissibile tollerare l'ipocrisia che governa un settore in cui una licenza costa tra i 150.000 e i 300.000 € ed il reddito dichiarato è di 13.500 € pro capite. 
Avete mai conosciuto un operaio non specializzato o una commessa che pagano simili cifre per un posto di lavoro, oltre ad acquistare l'auto? E vi pare logico che una banca conceda un prestito per acquistare una licenza così costosa ad una persona che guadagna 13.500 € l'anno? Questo è uno dei tanti patti taciti che rendono insaziabile e profondamente ingiusta la tassazione nel nostro paese. 
La soluzione è molto semplice. Da domani chi vuole fare il taxista, oltre a possedere i requisiti soggettivi attuali, dovrebbe acquistare un'auto con navigatore satellitare, un POS ed effettuare un deposito cauzionale (diciamo 10.000 €) da utilizzare per un fondo di gestione delle situazioni di emergenza. In cambio avrebbe una licenza. Dovrebbe poi rilasciare scontrini progressivi numerati, emessi da un tassametro con i requisiti del registratore di cassa. Chi può dimostrare di avere acquistato una licenza ne divide il costo per gli anni in cui l'ha utilizzata e quelli che gli mancano alla pensione e deduce questo costo dalle tasse. Chi da domani fa il taxista senza dover acquistare la licenza non deduce nulla. Controllare i redditi dei taxisti non sarebbe difficile. Basta salire a campione su un po' di taxi ogni giorno e ritirare la licenza a chi non rilascia lo scontrino corretto. Se proprio non si riuscisse a far crescere il reddito dichiarato, non sarebbe poi difficile calcolare le tratte percorse grazie al navigatore satellitare e moltiplicare i km per le tariffe. 
La licenza libera avrebbe il non trascurabile vantaggio di farci trovare un taxi in ogni ora e luogo in cui serve. Sono un notevole utilizzatore di taxi e auto a noleggio con conducente (che a Roma salvo i servizi da e per l'aeroporto inspiegabilmente non esistono o non sono competitive) e ho molti casi a disposizione: stazione Termini dalle 9:30 in poi, certe zone periferiche di Roma in cui occorre aspettare oltre mezz'ora per un taxi libero e accettare una corsa con tassametro che corre da 20 minuti. Paesi della provincia lombarda sprovvisti o quasi di taxi. Il taxi libero e abbondante consentirebbe anche di scegliere l'auto sulla quale salire, scartando utilitarie decennali con ammortizzatori da tempo esauriti. I taxisti ed alcuni superficiali commentatori dovrebbero capire che la "battaglia dei taxi" non si fa nella speranza di risparmiare qualche euro sulla corsa, ma per cessare di essere presi in giro e ristabilire un corretto rapporto tra cliente e fornitore di un servizio. E consentendo ai più bravi, volenterosi e capaci di organizzarsi di guadagnare molto di più di chi ha esaurito tutto il suo impegno procurandosi a carissimo prezzo la licenza. È assurdo dover possedere un capitale o accendere un mutuo per fare il taxista. 

Il caso delle farmacie è ancora più semplice. Si tratta di negozi, che per vendere alcuni prodotti - quelli che richiedono una ricetta - devono avere personale adeguato, un farmacista appunto. Che siano negozi singoli, catene, gruppi, non ha alcuna importanza per il servizio che devono rendere. Anche qui non si capisce perché debba prevalere il capitale (quello necessario ad acquistare la farmacia o quello ereditato con la proprietà della stessa) sulla professionalità e la capacità di dare un servizio. 

Anche il dibattito sugli Ordini professionali andrebbe ricondotto alla vera radice del problema, che è la possibilità o meno di costituire società di capitali nei settori protetti. Il problema delle tariffe minime è ormai largamente superato. Consentiva ampie riserve di guadagno protetto per pochi avvocati, spesso vicini alla politica, operanti prevalentemente in settori come quello fallimentare e amministrativo. I più strenui difensori appartengono a questa categoria. Per gli altri le tariffe di mercato esistono già di fatto da anni, e così è per la grandissima maggioranza degli architetti e dei commercialisti. Sugli esami di accesso c'è forse ancora qualche resistenza da superare, ma non è il tema fondamentale. 
Il vero problema è la difesa ad oltranza di un modello organizzativo che protegge esclusivamente il lavoro autonomo, consentendo al massimo ai professionisti di associarsi. Mentre nei settori non regolamentati sono presenti grandi società internazionali, nazionali, strutture di media dimensione e anche singoli professionisti, nei settori protetti dagli Ordini ciò non accade. A vantaggio di chi? Non dei migliori professionisti, che da soli o in grandi studi avrebbero comunque ruoli e guadagni preminenti. Non dei giovani, che se entrano "a bottega" in un piccolo studio devono attendere che il titolare ceda il passo (a tarda età) o di racimolare qualche cliente per mettersi in proprio. In una grande struttura possono specializzarsi e sviluppare una carriera maggiormente in linea con le loro capacità. Chi ci guadagna con l'attuale sistema è una pletora di professionisti di medio livello, che in una grande organizzazione sarebbero impiegati o specialisti a tariffa e invece così possono prosperare anche sull'inefficienza del sistema, sulla scarsa conoscenza da parte del cliente etc. Sembra quasi che la cifra distintiva del professionista italiano sia quello di essere lavoratore autonomo. L'autonomia si conquista sul campo e non è più importante rispetto alle capacità organizzative e alla specializzazione. Nelle società professionali, come peraltro in tutte le società, specialmente di servizi, non è importante chi detiene la proprietà ma chi la gestisce e vi opera. 
Per gli Ordini è giunto il momento di avere coraggio: aprano alle società professionali, a patto che chi vi ricopre cariche e vi opera abbia seri titoli professionali, magari verificati nel tempo e non solo con un esame post laurea. Non si deve temere che si inneschi un processo di gigantismo organizzativo e di spersonalizzazione senza ritorno. Quando le organizzazioni crescono troppo, non sono più in grado di fare efficienza, perdono contatto con il cliente ed inevitabilmente vanno in crisi e (fatto salvo il vizio italico di volerle mantenere troppo a lungo in vita). A questo punto si smembrano e lasciano uscire le migliori professionalità, rimettendo così in moto il circolo. 
I piccoli - in ogni settore - dovrebbero essere poi messi in grado di competere con l'arma dell'agilità e della flessibilità. Ciò significa minori formalità nel rapporto con i dipendenti, che essendo pochi in una piccola organizzazione son legati all'imprenditore da un rapporto essenzialmente fiduciario. In un piccolo esercizio la credibilità, la moralità e la professionalità del proprietario / gestore potrebbero in molti casi sostituire numerosi adempimenti formali e autorizzativi. 
Se una tale rivoluzione sarà compiuta sarà poi necessario operare seriamente per contrastare monopoli e cartelli. Che è l'altra battaglia da compiere nei settori del credito e delle utilities.

E qui apro una parentesi sui distributori di benzina. Mi pare assurdo pensare che tutto il problema stia nella distribuzione ed ipotizzare soluzioni che possono forse ridurre i prezzi, ma a scapito del servizio. Questo significa infatti ridurre il numero di pompe ed aumentare i self service. Intanto per agevolare la concorrenza i prezzi alla pompa dovrebbero essere variati una sola volta al mese, tutti nello stesso giorno. E dovrebbero essere facilmente reperibili su internet. In modo cioè da poterli memorizzare ed effettivamente scegliere dove rifornirsi. È poi positivo consentire la vendita di benzina nei centri commerciali e reciprocamente consentire la vendita di articoli di vario tipo nei distributori. Più che pensare a distributori che acquistano da più compagnie petrolifere si potrebbe agire sulla durata dei contratti, sulla possibilità di recesso non oneroso da parte dell'esercente e sulla possibilità del medesimo di limitare la presenza del brand petrolifero nel punto vendita, potendo così mettere periodicamente in concorrenza le compagnie senza eccessivi vincoli contrattuali o d'investimento. 
Si dirà che in questo modo si toccano diritti, consuetudini, redditi, modelli di vita consolidati nel tempo. Ciò in fondo è avvenuto già per le pensioni e per il lavoro nelle aziende. La realtà è che non esistono diritti acquisiti. L'unica certezza della vita è ... che un giorno moriremo. Cerchiamo di vivere facendo ciò che è logico e giusto.

Nessun commento: