Follow by Email

15 marzo 2013

Linkedin: quali inviti accetto

Ricevo da diverso tempo un numero elevato di inviti alla connessione su Linkedin. Premesso che questo interesse mi lusinga, credo opportuno rendere esplicite alcune regole che cerco di adottare e chiedere un piccolo aiuto a chi mi contatta per la prima volta.
Accetto ovviamente tutte le richieste di persone che conosco di persona per averle frequentate più o meno a lungo, sul lavoro o altrove. Da loro (ma i nuovi arrivati sono ormai molto pochi) non serve alcuna spiegazione.
Accetto le richieste di chi è associato a Manageritalia o ad altre associazioni delle quali faccio parte.
Accetto le richieste di persone che incontro a convegni e con le quali ho avuto modo di scambiare qualche battuta, anche breve, o di altri che hanno partecipato ad un convegno nel quale ero relatore ma per ragioni di tempo non sono riuscito ad incontrare faccia a faccia.
Accetto le richieste di persone con le quali sono collegato su altri social network e con le quali ho avuto modo di dialogare, anche a distanza.
Accetto le richieste di persone che hanno progetti che mi vorrebbero presentare, purché sia chiara la ragione specifica per la quale potrei esserne coinvolto.

A tutte queste persone (salvo il primo gruppo) chiedo la cortesia di scrivermi se sono associati a Manageritalia o in quale occasione ci siamo incontrati, perché potrei confondermi o dimenticarmi. Non vorrei "ignorare" queste persone, come potrei aver fatto talvolta in questi anni.

Non accetto le richieste di chi non pubblica la propria foto oppure presenta un profilo molto scarno.
Non accetto le richieste di chi ha come unico punto di contatto l'iscrizione ad un gruppo al quale sono iscritto anch'io.
Non accetterò più richieste generiche, senza l'indicazione di cui sopra.

Credo infatti che ad un contatto su Linkedin debba corrispondere un qualche tipo di relazione. A differenza di altri SN (es.Twitter) non è lo strumento adatto per far nascere nuove relazioni, salvo quelle legate alla domanda / offerta di lavoro. Alla domanda "Lo/la conosci?" che spesso amici e colleghi mi rivolgono facendo riferimento ad un mio contatto Linkedin, vorrei continuare a rispondere "Sì", aggiungendo dettagli sul grado di conoscenza, anche superficiale, o sulla comune appartenenza.
Grazie per aver letto questa nota. E a proposito: voi adottate qualche regola ?

05 marzo 2013

Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po'

Grazie a Lucio Dalla per il titolo, ma dovrei saccheggiare tutta la sua leggerezza e la sua follia per proseguire in tono leggero.
Il fatto è che devo proprio distrarmi per non pensare a questa situazione penosa nella quale abbiamo cacciato il nostro Paese. Devo smettere di pensare alla rassegnazione con la quale assistiamo all'ennesima commedia politica, orfani non tanto di una guida quanto della speranza di poter ricostruire qualcosa.
Cari amici, vi scrivo anche per scusarmi dei consigli di voto che vi ho dato negli ultimi anni.  Non so voi, io non mi accontento di votare "secondo coscienza": vorrei anche che il mio voto servisse a sostenere un progetto che aggreghi e risulti vincente. Ho sinceramente creduto ai deboli segnali di una fase nuova, che ponesse fine alle contrapposizioni da stadio, prive di risultati positivi, che hanno caratterizzato l'ultimo ventennio. Ho sperato che queste fossero le prime elezioni di un nuovo corso e invece sono le ultime (?) del vecchio. O anche peggio. 
Ho sperato che si potesse iniziare a ricostruire qualcosa ed invece mi ritrovo in un'attualità che parla di abbattere e distruggere. Ma cosa mai ci sarà da abbattere e distruggere ulteriormente? Quali poteri sono ancora in piedi in questo Paese, se non quelli impresentabili e inconfessabili? Quanto dovrò attendere ancora, con le pietre in mano, per ricostruire un Palazzo?
Caro amico, per ricostruire non si può andare troppo per il sottile, basta vedere i quartieri sorti dopo la guerra. E così occorre fare anche nella politica italiana, usando il materiale che c'è, senza attendere uomini della Provvidenza (anche perché a forza di attendere, talvolta arrivano davvero). Il materiale è un popolo non privo di qualità, ma i cui difetti sono sempre molto evidenti.

Ora, a costo di perdere altro tempo ed incorrere in ulteriori delusioni, credo che non ci si possa fermare. Non credo che si possa lasciare ai nostri figli un Paese sconfitto senza combattere, rassegnato, cinico e consumato dall'invidia.
Non credo che il 40-50% di elettori che attendono di trovare una casa possano essere lasciati senza risposte: sono il 10% che ha votato per Monti, circa due terzi degli elettori che votando Berlusconi si sono turati di tutto, un numero imprecisato di astenuti e schede nulle, ed altri che hanno votato Fare o 5 stelle per dare un segnale di cambiamento.
Un 40-50% di elettori che non crede nel socialismo, nello stato, nell'egalitarismo, nella redistribuzione. Non perché identifichi queste idee con il "comunismo", né perché sia tanto cieco da non capire che alcune di esse possono essere utili e perfino necessarie in talune circostanze, per riequilibrare situazioni d'ingiustizia, per fare da contrappeso a poteri forti.
Questi elettori, che non sono certo "liberisti selvaggi", sono però lontani da stili, riti e soluzioni 
della sinistra ed avrebbero diritto ad un partito ad essa alternativo, come in ogni altra democrazia. Alcuni di loro credevano che fosse nato 20 anni fa, ma il suo padre-padrone ha clamorosamente mancato l'obiettivo.
Questi cittadini hanno diritto di votare un partito sobrio, che si ponga l'obiettivo dell'integrazione europea - non solo monetaria - che ponga le basi per ridurre la presenza dello stato nell'economia (e quindi le tasse), creando però le condizioni affinché gli spazi siano riempiti da  azioni sussidiarie.
Un partito vero, strutturato, in grado di selezionare rigorosamente i propri dirigenti, validare le loro competenze e farsene garante verso gli elettori; un partito che investa in formazione e in cultura politica, destinando a queste iniziative un (piccolo) finanziamento pubblico e le risorse (detassate) che i cittadini vorranno destinargli.
Un partito che ristrutturi in profondità tutti i livelli di rappresentanza e di governo, senza perdere tempo in azioni iconoclaste dimostrative, ma anche tenendosi lontano dalle aziende, dall'economia, dall'occupazione della società.
Un partito senza padroni, che utilizzi i social network per aumentare la comunicazione ed i rapporti umani e non per sostituirli con strumenti impersonali ed opachi, un partito che utilizzi anche le competenze di chi ha fatto politica (nelle istituzioni o nelle associazioni), senza rifiutarsi di distinguere gli uni dagli altri.
Ai tanti cittadini orfani di vera rappresentanza non serve raccontare bugie, ma neppure chiudere loro in faccia la porta della speranza. Chi mi conosce sa quanto io sia convinto che la crisi italiana sia strutturale, sistemica, che sia crisi demografica e di un modello economico che ha creduto di essere "furbo"; sapete bene che non credo in una soluzione rapida e indolore. Ma proprio per questo non basta dire "per voi è finita". Non è sufficiente (lo abbiamo visto in queste ultime elezioni) il consenso di chi per decenni si è sentito il fesso che paga per tutti: da una crisi del genere si esce con la forza della coesione sociale, che nasce soltanto dalla giustizia. 
Ad artigiani, commercianti, piccoli imprenditori, professionisti, partite iva, ad un mondo spesso cresciuto in modo ipertrofico oltre ogni ragionevole significato economico, occorre dare una via, una speranza e strumenti: occorre premiare concretamente chi ha idee e progetti, chi investe per crescere, chi si organizza e managerializza, chi abbandona un modello marginale e rinunciatario. Occorre dire che i migliori hanno davanti un futuro brillante: che chi lavora di più e meglio sarà aiutato a crescere, chi ha il coraggio di andare all'estero e di portare stranieri in Italia dovrà avere lo stato al suo fianco. Per aiutare i deboli servono i forti, e come potremmo avere aziende forti in un paese invidioso e provinciale?

Un partito di sinistra c'è già, ha fatto un percorso evolutivo importante ed ha ulteriori margini di miglioramento. Un movimento di protesta c'è già ed imporrà con metodi poco ortodossi alcune riforme che il sistema dei partiti attuali ha rifiutato con arroganza, in spregio all'evidente volontà dei cittadini.
Manca tutto il resto, e non è poco. A questi milioni di cittadini occorre dare un ruolo, una parte attiva nella costruzione di un nuovo movimento, la possibilità di contribuire con impegno e professionalità. Occorre poi trasformarlo in partito, costruirne meccanismi e immagine, dargli regole severe e selezionarne i leader, facendoli emergere e crescere giorno per giorno. Occorre aggregare, lavorare su ciò che vi è di comune, mettendo in secondo piano le differenze. Serve tempo. E intanto?
Intanto ci sono poche alternative. Un Parlamento che faccia le riforme istituzionali troppo a lungo rinviate, prendendosi il tempo necessario. Un Governo per l'ordinaria amministrazione, e tanto varrebbe che fosse quello in carica. Un anno senza nuove leggi, salvo quelle di bilancio  e di riforma istituzionale, e forse non sarebbe neppure un male. Parti sociali e pubbliche amministrazioni responsabili, che si dedichino a riformare e far funzionare ciò che è nei loro ambiti, pur nel quadro normativo vigente.
E poi si ritornerà a votare. E quel nuovo partito? Se nascerà non sarà per dono grazioso di qualche vip, né per la generosa baldanza di un gruppetto di volenterosi, né per qualche congiunzione astrale favorevole. Non potrà essere un club per pochi protagonisti alla ricerca di un pubblico plaudente.
Dipenderà da persone come noi, cari amici. Non so voi, ma io più di una settimana nella rassegnazione non so stare.