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29 dicembre 2014

Produttività italiana: il male oscuro


Potete prendere la fonte che preferite, il grafico di confronto della crescita della produttività italiana rispetto ai principali paesi sviluppati non sarà troppo diverso da questo a fianco.
Quando si parla di crescita di un paese non si può dimenticare quale ne siano le fonti fondamentali: l’aumento della popolazione e quello della produttività. Per un paese come l’Italia, la cui modesta crescita di popolazione dipende soltanto dall’immigrazione, è impossibile pensare di crescere senza una crescita della produttività. Come ogni indicatore macroeconomico la produttività si presta a numerose critiche ed è certamente frutto di convenzioni e approssimazioni; tuttavia si può prendere la “Produttività Totale dei Fattori (lavoro e capitale)” come fattore di riferimento, almeno in termini di crescita relativa rispetto ad altri paesi.
A partire dalla metà degli anni ’90 l’Italia sembra avere smarrito la via della crescita di produttività, a partire dal 2003 ha addirittura iniziato un declino non riscontrabile negli altri paesi.
Addentrandovi nelle spiegazioni potrete trovare numerose motivazioni, in generale legate a diverse variabili macro-economiche. Scartando le ipotesi (per la verità poco diffuse e per nulla rigorose) che imputano la causa al costo del lavoro e scartando la possibilità che tutto dipenda dalla scarsità di capitali, gli indizi più rilevanti si concentrano in tre aree:

1.  Investimenti in settori che generano strutturalmente minore valore aggiunto
Non si tratta tanto di confrontare i macro-settori “industria” e “terziario”, quanto di individuare al loro interno i segmenti più dinamici e redditizi. E’ certamente vero che in Italia il peso relativo di segmenti manifatturieri “tradizionali” (il tessile, le calzature) è più elevato che in altri paesi, ma è in parte controbilanciato dalla presenza di numerose aziende leader di nicchia, che producono ed esportano beni di lusso o di elevata sofisticazione tecnologica. Anche nel terziario si imputano i ritardi ai segmenti tradizionali (il commercio al dettaglio, la pubblica amministrazione, le utilities), ma è anche vero che proprio nel terziario si trovano molte aziende innovative.
La vera domanda tuttavia è: perché? Perché mai i capitali si indirizzerebbero in Italia verso settori poco redditizi, mentre in altri paesi si concentrano maggiormente in quelli che lo sono maggiormente? Non esistono significativi vincoli normativi, né barriere fisico – tecniche di qualche rilevanza.
In generale si imputa la colpa alla “carenza di politiche industriali”. Questa è l’eterna illusione statalista, che ritiene possibile ed auspicabile l’intervento pubblico diretto o indiretto nell’economia. Ma non è paradossale che tale “soluzione” sia invocata proprio in Italia, stante la lentezza notoria del nostro apparato pubblico, che interverrebbe in forte ritardo rispetto all’evoluzione dei mercati? In verità occorre chiedersi quali siano i settori che generano maggiore valore aggiunto: in linea generale sono quelli che incorporano più rapidamente i risultati di ricerche tecnologiche e quelli che si trasformano per l’emergere di nuovi modelli di business.
Nel primo caso è facile trovare i dati relativi agli scarsi investimenti in ricerca (sia pubblica che privata), ma siamo sicuri che si tratti della vera causa? Quando si approfondisce il punto emergono sempre la carenza principale nel trasferimento di know-how dalla ricerca all’azienda e il numero esiguo di aziende che fanno ricerca. Come mai? Colpa dell’Università? Eppure i nostri ricercatori vanno sempre più spesso all’estero, non trovando opportunità in Italia. E molti di loro ottengono ottimi risultati. E in ogni caso esiste molto know-how disponibile, anche in altri paesi, che potrebbe essere incorporato nelle nostre produzioni.
Nel caso dei modelli di business il cambiamento parte quasi sempre da una grande azienda o da una nuova azienda in forte crescita. In Italia queste aziende sono poche.
In entrambi i casi la piccola dimensione delle aziende italiane, e soprattutto la loro scarsa propensione alla crescita dimensionale, è più che un indizio.

2. Scarsi investimenti in ICT
Molti studiosi propendono per questa spiegazione: i principali incrementi di produttività si sono ottenuti grazie alla massiccia introduzione di tecnologie informatiche, che hanno consentito risparmi di personale, concentrazione di servizi, rapidità di decisione e azione. Il grafico che segue (percentuale di investimenti in ICT sul totale del capitale fisso non residenziale) sembra dar loro ragione:
Anche in questo caso la caduta italiana inizia nel 2001, senza peraltro aver beneficiato del picco di investimenti sperimentato da altri paesi nel quinquennio precedente. Se quindi pare essere stata identificata l’arma del delitto, manca tuttavia il movente. Non esistono limiti legislativi alla circolazione di hardware e software, né significative carenze di know-how. Chiunque operi nel settore ha sempre però riscontrato la peculiarità del nostro tessuto di aziende, molto sbilanciato verso quelle di piccola dimensione, in cui la rapida penetrazione di nuove tecnologie è più lenta e di portata inferiore.

3. Le piccole dimensioni
La terza area d’indagine affronta direttamente il tema delle dimensioni d’impresa. D’altra parte la distribuzione dell’occupazione in Italia presenta una ripartizione fortemente sbilanciata verso le piccole imprese, come mostra questo grafico, (distribuzione percentuale delle aziende, raggruppate per numero di dipendenti):

Occorre tuttavia dimostrare che le piccole imprese siano la fonte della crisi di produttività. Il grafico che segue parrebbe confermarlo. 

Sia nei comparti manifatturieri che in quelli dei servizi la produttività delle piccole aziende italiane è molto inferiore, mentre è addirittura superiore in quella delle grandi imprese. Ma anche in questo caso ciò che conta è la spiegazione. E’ vero in effetti che in Italia riescono a sopravvivere moltissime piccole imprese improduttive, tanto da compromettere il dato medio della categoria. In altri paesi la dimensione ha un peso fondamentale nella dinamica competitiva: il più grande vince e i piccoli per sopravvivere devono essere molto efficienti. La dimensione sembra contare di più che in Italia, accade così che possano sopravvivere anche grandi imprese relativamente inefficienti.
Ma il primo grafico si riferiva alla crescita della produttività, non al suo valore assoluto.

Tutti e tre i filoni d’indagine, e anche i numerosi altri non citati, sono efficaci nella rappresentazione, ma poco significativi nella ricerca delle cause reali. Sembrano tutti suggerire che in qualche modo la piccola dimensione sia la causa principale, ma questa è sempre stata una caratteristica del sistema italiano. Perché e da quando piccolo non è più bello? E perché, se così è, il mercato non riesce ad imporre un netto cambiamento di direzione? L’analisi che segue abbandona le variabili macro-economiche e utilizza invece alcuni esempi.

Mi pare infatti che questi possano spiegare in modo più diretto e intuitivo ciò che è accaduto e continua ad accadere. Con qualche possibilità in più di individuare le soluzioni.

La piccola impresa degli anni ’60-‘70

Prendiamo come primo esempio una piccola impresa di produzione, nata per iniziativa di un ex dipendente di un’azienda manifatturiera, che ha affittato un piccolo capannone, acquistato alcuni macchinari e assunto alcuni operai. Migliaia e migliaia di imprese sono nate così, sfruttando le conoscenze di settore e l’iniziativa di ex operai, divenuti imprenditori. Le ragioni del successo di queste imprese sono la loro flessibilità e la crescente domanda di beni, tipica dei paesi che escono dalla povertà e dalla guerra. La flessibilità è la ragione della loro nascita: rispetto ad un’organizzazione del lavoro connotata da crescente rigidità, con manodopera  a costo fisso, una piccola unità esterna riduce i rischi e gli investimenti del suo principale cliente, la grande azienda. La crescita della domanda di beni è la ragione della loro sopravvivenza, consentendo alle piccole aziende di diversificare i clienti e di mantenere quindi una saturazione elevata di impianti e manodopera. I costi di gestione di queste aziende sono molto limitati (un ragioniere per l’amministrazione o poco più), i costi infrastrutturali e gli investimenti per unità prodotta paragonabili a quelli della grande azienda. Il lavoro del novello imprenditore, e spesso della sua famiglia, dei suoi parenti e amici, il loro entusiasmo, l’impegno, le ore effettive di lavoro (spesso di giorno e di notte) fanno però la differenza. Nello schema ne vediamo gli effetti sulla produttività (in modo molto semplificato):


A parità di ore teoriche di lavoro remunerate, aumenta il valore aggiunto, ovvero la quantità di beni prodotti, e di conseguenza il profitto dell’imprenditore. Anche la grande impresa ottiene probabilmente benefici, esternalizzando quelle fasi produttive più difficilmente saturabili o che richiedono personale specializzato e flessibile.

Come secondo esempio prendiamo un negozio di alimentari, aperto da un neo-imprenditore in un quartiere di nuova costruzione. La comoda posizione, più vicina alle abitazioni rispetto a quella dei negozi presenti nei quartieri limitrofi, sorti in precedenza, consente al commerciante di attirare immediatamente la clientela e di mantenere prezzi simili o anche un po’ più elevati rispetto alla concorrenza. I suoi clienti in effetti risparmiano tempo e non sono costretti ad utilizzare l’auto per fare la spesa, sono quindi disposti a spendere qualcosa di più a fronte della comodità. La produttività di ciascun negozio è simile, a parità di dimensioni, di assortimento e di orari; peraltro le due ultime variabili sono regolate da norme e non sono quindi variabili concorrenziali. Ciascun negozio serve un bacino limitrofo e offre prodotti richiesti da una clientela abbastanza omogenea, più ricca in alcune zone e meno ricca in altri. Mano a mano che le città crescono, i nuovi negozi coprono i nuovi quartieri, con parametri di produttività simili a quelli dei negozi già esistenti. L’intuito commerciale e l’affidabilità consentono di scegliere le zone con una clientela con più alto potenziale di spesa, che è il vero motore di crescita della produttività per questi esercizi.

L’evoluzione degli anni ’80-‘90

Nel corso degli anni ’80 l’economia dei paesi sviluppati avvia una profonda trasformazione, favorita da una crescente circolazione di merci, persone e capitali. La grande impresa manifatturiera riorganizza la produzione, controlla e riduce i costi, adotta processi più efficienti, sviluppa i sistemi informativi, crea nuovi prodotti, articola l’organizzazione commerciale e il marketing. La piccola impresa del nostro esempio rinnova i macchinari, produce nuovi prodotti, per tenere il passo con una domanda sempre più esigente. Aumentano le regole e gli adempimenti, di natura amministrativa, fiscale, legale, ambientale; il fondatore comincia ad inserire in azienda la seconda generazione, ma deve comunque ricorrere ad esperti in diversi campi. Il vecchio ragioniere non basta più. Aumentano i dipendenti non direttamente impegnati nella produzione, ma soprattutto i collaboratori e i consulenti autonomi. Ritarda gli investimenti in sistemi informativi, i cui costi non sono del tutto proporzionali alla dimensione: esiste infatti una soglia d’ingresso, nell’acquisto di hardware e software, ma soprattutto nella gestione del progetto, non comprimibile. Poco alla volta la maggiore produttività della piccola impresa si erode e spesso inizia a diminuire:









Il nostro commerciante subisce invece la sfida dei supermercati, il cui modello è intrinsecamente più efficiente: grazie ai volumi acquistano a prezzi più bassi, le consegne maggiormente concentrate riducono i costi di trasporto, la maggior parte dei prodotti è a libero servizio, il personale operativo si dedica quasi esclusivamente al movimento delle merci e alle casse. Gli ampi parcheggi rendono accessibili le grandi strutture anche a chi non abita nelle vicinanze, l’ampiezza dell’assortimento e i prezzi inferiori attirano clientela da un bacino molto più vasto. Gli investimenti sono notevoli, è vero, ma i grandi volumi consentono di ammortizzarne il peso. Il nostro commerciante compete grazie al servizio e alla specializzazione, che gli consentono di vendere a prezzi un po’ più alti. Ma poco alla volta la sua clientela si riduce e soprattutto riduce gli acquisti presso di lui, aumentando contemporaneamente quelli al supermercato. La produttività del piccolo negozio inevitabilmente diminuisce.









Questi esempi molto semplificati non rendono tuttavia l’idea del progressivo blocco della produttività italiana. Pensate ora in scala nazionale e prendete ad esempio le transazioni commerciali che un tale sistema genera: contratti, trattative sui prezzi, sconti, fatturazioni, pagamenti, ritardi nei pagamenti. Immaginate quanto di tutto ciò scompaia, a parità di volumi, all’interno di poche grandi organizzazioni, con funzioni specializzate, i cui sistemi informativi riescono a gestire ampiezza e complessità dei movimenti. Allo stesso modo confrontate i flussi fisici ed immaginate la difficoltà di organizzare una logistica così frammentata tra innumerevoli punti di ritiro e di consegna. Ciascuna impresa deve poi redigere il bilancio, effettuare la dichiarazione dei redditi, ottenere autorizzazioni amministrative, effettuare controlli sanitari e ambientali. Mentre gli strumenti di gestione della dimensione e della complessità organizzativa diventano sempre più sofisticati, aumentano contemporaneamente gli adempimenti, difficilmente comprimibili in base alla dimensione d’impresa.
E’ il mercato che guida questa evoluzione, in modo peraltro simile in tutto l’occidente. Ma in Italia si aggiunge il rapporto di crescente complessità con la Pubblica Amministrazione, che non è un fattore marginale nella crescente difficoltà delle piccole imprese di tenere il passo con la produttività: l'incidenza dei costi per adempimenti amministrativi rispetto al totale dei costi aziendali diminuisce infatti fortemente all'aumentare della dimensione dell'impresa. In particolare, l'incidenza è massima (stimata nel 2000[1] in 1,7%) nelle imprese che si collocano nella classe 6-9 addetti ed è minima (0,2%) nelle imprese con più di 200 addetti.

Il nuovo millennio e l’evidenza della crisi di sistema

In linea teorica l’effetto di queste dinamiche avrebbe dovuto avere un esito scontato: il consolidamento delle aziende più grandi, la crescita e l’aggregazione di quelle medie, la forte riduzione di quelle piccole. Non è avvenuto.
Non è avvenuto perché gli imprenditori non prendono decisioni (solo) in base alla produttività. Nel caso italiano prevalgono altre variabili, di natura prevalentemente sociale, molto più comprensibili e più direttamente correlate alle decisioni.
Prima di giungere all’ondata di fallimenti e chiusure iniziata nel 2008, il tessuto produttivo e terziario italiano ha bruciato energie e risorse nella resistenza al cambiamento.
La piccola impresa manifatturiera del nostro esempio si è gradualmente spostata verso attività molto specifiche, in sub-fornitura, allontanandosi sempre di più dal mercato finale. In alternativa avrebbe dovuto investire non tanto in macchinari, quanto in competenze (commerciali, di marketing, di sviluppo e ingegneria di prodotto, di ricerca e sperimentazione di nuove tecniche e materiali). La scelta di concentrarsi è invece più congeniale all’imprenditore che pone il controllo, non soltanto societario, come priorità: come si è “fatto da solo”, così continua sostanzialmente da solo, non esce dalla “zona di controllo” in cui può decidere rapidamente, basandosi sulla sua esperienza.
Il negozio di alimentari vede ridursi i volumi, i ricavi e i margini; raggiunge con difficoltà il pareggio, anche riducendo al massimo il reddito dell’imprenditore. Pagare poche tasse è  sempre più difficile e rischioso e il valore dell’attività, in caso di cessione, tende a zero. Ma quali alternative può avere chi ha fatto questo lavoro per tutta la vita? E inoltre il commercio, quasi paradossalmente, continua a vedere nuove aperture: da parte di immigrati, ma anche di italiani che possiedono una cifra sufficiente ad aprire un negozio e sperare di indovinare il posizionamento, di offerta e di localizzazione. Spesso l’alternativa è la disoccupazione.
Avviene lo stesso anche per molte professionalità del terziario, che le grandi imprese, alla ricerca di efficienza e internazionalizzazione, non cercano in quantità sufficiente ad assorbire l’offerta. In assenza di servizi efficaci di orientamento e collocamento, la via del lavoro autonomo rimane più facilmente praticabile, specialmente se chi la sceglie ha spirito pratico e una rete di contatti.
In più, le imprese più grandi sono presenti nelle città più grandi. Chiudere la propria attività locale significa quindi, con molta probabilità, scegliere se trasferire la residenza o affrontare maggiori tempi di spostamento. In un paese in cui la proprietà dell’abitazione è molto diffusa può anche significare sobbarcarsi i costi aggiuntivi di un affitto o la difficoltà di una compravendita immobiliare. Per non dire della scarsa propensione ad abbandonare ambienti e stili tradizionale di vita: un imprenditore, anche piccolo, è spesso stimato e rispettato in un piccolo paese, il passaggio a lavoratore “salariato” può essere percepito come riduzione di status.
Si tratta di scelte sono guidate dalla ricerca di un reddito e da altre considerazioni sociali, non dalla produttività; rimangono quindi in gioco decine di migliaia di piccole aziende e di lavoratori autonomi, che formano mercati iper-segmentati e rendono particolarmente difficile e onerosa la crescita delle imprese più grandi, in molti settori. L’impresa grande, che vi dedica investimenti e organizzazione, deve infatti pianificare l’espansione e realizzarla in tempi rapidi e con costi prevedibili.

Nelle piccole imprese che sopravvivono è nel frattempo aumentato il peso economico della famiglia allargata nell’azienda, talvolta anche le spese improprie. Rendendosi conto che il business non genera più i profitti di un tempo l’imprenditore utilizza i capitali accumulati investendoli in altri settori: l’immobiliare, la finanza. Il risultato finale, in termine di reddito familiare, è spesso soddisfacente. Ma anche quando non lo è, risulta molto difficile trovare alternative migliori: il lavoro richiede profili con cultura internazionale, competenze specialistiche, propensione all’innovazione. Caratteristiche difficilmente presenti in chi “si è fatto da sé”, ma anche raramente identificate come prioritarie nell’educazione dei suoi figli, nell’illusione che quel modello di azienda familiare durasse per sempre.

E la Pubblica Amministrazione? Anche qui è la ricerca di un reddito che guida le scelte: sposandosi alla speculare ricerca di consenso politico evita di riformare gli uffici e genera, ovunque riesce, nuovi “posti” di lavoro. L’aumento risulta particolarmente accentuato proprio quando è ormai urgentissima l’inversione di tendenza, come mostra questo grafico[2] :












Produttività e redditi

Quando si parla di vincoli alla crescita di produttività del lavoro ci si concentra normalmente sulla legislazione del lavoro, in particolare su quelle regole che rendono più difficili le ristrutturazioni delle imprese. Si tratta di trovare un equilibrio, nel breve termine, tra la riduzione del personale (che consente un aumento di produttività) e la difesa del reddito di chi viene licenziato.
Il medesimo conflitto strutturale avviene tuttavia in modo meno evidente attraverso la resistenza di molte piccole imprese e monopersonali, ma è ben più difficile intervenire per via legislativa.  In teoria dovrebbe guidare il mercato e si tratterebbe quindi di eliminare qualunque ostacolo si oppone alla piena concorrenza, che finirebbe così per far prevalere le imprese più grandi.
In pratica però il sistema regolatorio esistente in Italia ha creato numerosissime situazioni di protezione e di difesa “di fatto” delle piccole imprese e il crollo di queste difese rischierebbe di generare effetti pesantissimi sui redditi di intere categorie.
Occorre quindi procedere facendo chiarezza, innanzi tutto, ed evitando di alimentare aspettative irrealistiche. Occorre soprattutto parlare di lavoro, di tutto il lavoro, non solo di quello dipendente.
D’altro canto si deve uscire dalla retorica della piccola impresa senza distruggere le forze imprenditoriali innovative e creative, gestendo invece la transizione, il consolidamento e la crescita dimensionale nei tanti settori tradizionalmente riservati al lavoro autonomo e alle imprese monopersonali.

Gli spunti proposti non hanno certamente la pretesa di riassumere in poche pagine le analisi approfondite esistenti e ancora da scrivere sul tema della produttività italiana. Cercano però di dare una chiave di lettura razionale e complessiva di un fenomeno, evidente quanto peculiare del nostro paese, favorendone l’approfondimento e la comprensione delle cause.
Per quanto sia necessario analizzarne e comprenderne le ragioni è tuttavia urgente intraprendere un percorso che consenta all’economia italiana di recuperare rapidamente competitività. L’unica alternativa è la decrescita. Infelice, ahimè.

Lungo queste linee si svilupperanno i prossimi due articoli, che di questo rappresentano il seguito ideale:
-   la scomparsa di lavoro autonomo e dipendente
-   dopo le PMI




[1] A.Panzeri - Impresa e Stato nr.53 – Camera di Commercio di Milano
[2] Imprese e burocrazia. Ottavo Rapporto Nazionale 2013 – Franco Angeli





24 novembre 2014

I principini sono nudi

Già me lo vedo il Renzi con la penna in mano: "Dov'è che si firma? Io a prendere il 49% ci sto sempre, rosiconi!"
Se poi consideriamo che le elezioni regionali si sono tenute in Emilia Romagna perché il suo storico Presidente è stato condannato per falso, non si può dargli torto. Ma quel 37% di votanti, quasi dimezzati in 4 anni, un significato ce l'ha. Passare da 1,2 milioni di voti a 535.000 un significato ce l'ha. Non si dica che la diserzione è avvenuta perché "tanto la vittoria non era in discussione": in Emilia Romagna è sempre stato così. 
Il suo principino modenese è nudo: se proverà a prendere decisioni coraggiose dal suo stesso partito qualcuno glielo ricorderà e lo ricondurrà alla routine e alla retorica della Ditta. Gli ultimi saliti sul carro del vincitore penseranno già a come scendere, nel caso non più impossibile che l'astro nascente esploda come una supernova. In cuor suo il Renzi lo sa: l'Emilia è la metafora di un declino non inevitabile, ma ora possibile.
La freddezza degli elettori PD verso Bonaccini conferma anche un'altra debolezza del Renzi di governo: l'incapacità di costruire una squadra credibile di co-leader o almeno di ottime seconde linee. Difetto spesso letale per chi è molto impegnato a promettere e deve quindi trovare qualcuno che realizzi.
E negli altri campi? A me piace la statistica, è la scienza più consolatoria che esista: la Lega esulta per lo storico risultato ... in percentuale. Omettendo di dire che ha perso più di 50.000 voti dalle precedenti regionali. E qui non vale la logica del primo della classe, sicuro vincente: significa che lo sfidante non è neppure riuscito a convincere i suoi. Ma Salvini ha una seria ragione per esultare: è riuscito ad azzerare i suoi avversari del cosiddetto centro-destra, in Consiglio regionale siederanno due reduci forzisti, uno di AN, nessuno di NCD+UDC. Salvini è il reuccio del centro-destra: non meravigliamoci quindi dell'astensione monstre. In Emilia Romagna i principini di centro-destra sono sempre stati nudi: ora almeno andranno a nascondersi.
E quando il principino Bonaccini salirà sulla torre della Regione scoprirà che anch'essa è nuda, fredda, pallida di morte. Un'istituzione al capolinea. Responsabile, con le sue consorelle, di gran parte del deficit degli ultimi 15 anni. Deficit economico, ma anche morale, ideale, progettuale.
Nel PD c'è un leader che non ama molto le regioni, almeno così come sono. Alla sua destra c'è una prateria: per ora vi scorrazzano le "orde" leghiste, ma qualcuno sta iniziando a coltivare. 
Alle amministrative del 2015 si parlerà molto di un modello regionale fallito, da cambiare. Con qualche proposta seria. La Porta è aperta e in casa c'è spazio per discuterne.
La casa nella prateria.


14 settembre 2014

Scozia indipendente per l'Europa

Quasi tutti i commenti sul referendum scozzese (vedi ad esempio "Il binocolo rovesciato" di Massimo Nava) rappresentano l'eventuale "sì" all'indipendenza come segnale di disgregazione europea, evocando addirittura segnali di guerra (il Kosovo!), i movimenti xenofobi, i rischi economici e un folklore un po' patetico. E' del tutto vero che dietro la Scozia sono pronti tentare la via dell'indipendenza la Catalogna, i valloni e i fiamminghi, i corsi e potenzialmente molti altri europei. 
Ma perché leggere una potenziale regionalizzazione in chiave di disgregazione europea? La loro lotta è contro gli stati nazionali e quell'idea di stato intangibile e immodificabile sviluppatasi negli ultimi due secoli trascorsi. E' contro un'Unione Europea rassegnata al ruolo di sottile coperta per gli stati d'Europa, un'Unione che gioca a fare lo stato, ma si ritira con la coda tra le gambe appena i suoi padroni la guardano storta. Per quale ragione, se non quella di difendere gli interessi dei suoi grandi azionisti, l'Unione Europea dovrebbe ritardare, anche di un solo giorno, l'adesione di una Scozia indipendente?
Lo sappiamo tutti, probabilmente, ma a molti va bene la situazione attuale: fino a quanto i grandi stati europei rimarranno forti e integri non ci sarà mai una vera Europa unita. Solo piccoli stati regionali - alcuni già esistenti, altri derivanti dalla decomposizione dei grandi - potranno costruire un nuovo equilibrio ed un'entità continentale davvero efficace ed unica.
Se ciò non accade è anche per la miopia dei movimenti indipendentisti: troppo concentrati sull'obiettivo di recuperare il controllo delle risorse locali, non hanno sviluppato un modello di Europa alternativo a quello esistente; hanno accentuato le differenze, dimenticato ciò che può unire. Modello che sarebbe invece abbastanza semplice: lo "stato europeo" non può nascere con un modello vecchio di due secoli, deve invece incarnare quello "stato lontano" che gestisce poche e fondamentali dimensioni pubbliche: la moneta, la difesa, le grandi leggi generali. Gli stati regionali possono invece incarnare quello "stato vicino", che si occupa dei servizi e della vita quotidiana dei suoi cittadini, senza però la possibilità di invaderla eccessivamente, grazie ai limiti posti dallo stato europeo.
L'europeismo sincero può ripartire da Edinburgo e da Barcellona.

29 luglio 2014

Le vie tortuose della politica

La dura legge della leadership non ammette eccezioni: o si conseguono risultati (per fortuna e per merito) o si passa la mano. Chi non si sottomette a questa legge si trasforma dall'oggi al domani in casta, in simbolo di tirannia, in catalizzatori dell'odio, sempre latente, verso il potere.
In politica accade di frequente, perché alla leadership si associano molto potere e spesso molto denaro. L’ultima crisi italiana di leadership è iniziata nel 2011 e non può ancora dirsi risolta. Abbiamo un leader - diciamo così - in periodo di prova. Uno solo, troppo solo per un paese così complesso.
Gli italiani sono un popolo con capacità politiche grandi e profonde, benché spesso disordinate e discontinue. Da circa tre anni stiamo provando con grande fatica a far emergere nuove leadership, nuovi modelli di politica, nuovi strumenti. Con qualche passo avanti e altrettanti indietro. Molta attenzione si concentra sulle regole della politica: la legge elettorale, gli organi costituzionali, il finanziamento dei partiti. Il riordino di queste norme è tuttavia condizione necessaria, ma non sufficiente.

Manca infatti una riflessione approfondita sui percorsi che conducono le persone alla politica. Lavoriamo sulle "case" della politica – i partiti, le istituzioni – ma non abbiamo una chiara idea di chi, per fare cosa e percorrendo quali vie debba raggiungere quelle "case". In assenza di grandi modelli ideali e (non rimpianti) grandi partiti, quelle vie sono divenute tortuose, insicure, faticose. 


COMPETENZE, ORGANIZZAZIONE, SELEZIONE, TRASPARENZA

Io credo che la riflessione sui percorsi debba partire dalle competenze. L’idea che chiunque possa rappresentare, decidere e governare nasconde una realtà molto meno democratica di quanto appaia: o questo generico cittadino si limita a ricopiare le idee e le istruzioni di un leader oppure è la mera espressione di un gruppo d’interesse; anche in questo caso si limita a rappresentarne domande, desideri e appetiti.
Un cittadino competente in alcune materie specifiche, esperto e conscio dei modi e meccanismi della leadership, abituato a lavorare in organizzazioni ampie e tra loro diverse, a sviluppare relazioni sociali articolate e ad associarsi agli altri per raggiungere un obiettivo; un cittadino così formato sarà più difficilmente manipolabile da un leader con deliri d’onnipotenza o da una lobby vorace.
E’ poi così difficile definire queste competenze? Niente affatto: esistono metodologie consolidate, lo si fa in molte aziende e organizzazioni no profit e non vi sono ragioni razionali per non farlo. Salvo la diffusa ritrosia alla trasparenza, l’orgoglio di chi non vuole essere “valutato”, la superbia di leader e aspiranti tali sospinti solo da smisurata volontà e ambizione. Troppo poco per i nostri giorni, troppo poco.
Ma pur disponendo delle migliori competenze, anche le persone teoricamente più adatte alla politica non possono ottenere risultati come individui singoli, privi di un’organizzazione efficace. Anche in questo caso l’idea che i partiti siano inutili, che un movimento possa rappresentarne un’alternativa più fluida e libera, nasconde il desiderio di limitare l’efficacia di chi fa politica. Un movimento – per sua natura, anche semantica – ondeggia, oscilla in base a passioni, reagisce in modo impulsivo, si ricompatta nella difficoltà e nella lotta. In esso prevale quindi chi sa infiammare le passioni, amplificare i problemi, semplificare le soluzioni, colpire duro e distruggere. Spesso senza assumere la responsabilità di ricostruire.
I partiti servono eccome: sono organizzazioni che avrebbero lo scopo di rappresentare idee e soluzioni, di selezionare (in base alle competenze) le persone più adatte alla politica e quello di fornire loro gli strumenti per raccogliere e gestire il consenso. Nella selezione è insito il principio della responsabilità: deve garantire ai cittadini che i candidati abbiano le caratteristiche adatte per rappresentarli, che le espongano in modo completo e trasparente, che siano onesti e privi di ombre.
Non basta avere un’organizzazione “democratica”, fare le primarie o votare sul web: occorre che chi si presenta abbia competenze commisurate al ruolo a cui aspira e che queste siano verificate, comprensibili e comparabili.
Occorre poi, una volta eletto o nominato, che il suo stesso partito verifichi se mantiene le promesse.
Oggi la via per la rappresentanza politica è tortuosa e priva di trasparenza. Occorre quasi sempre conoscere un leader locale, accumulare crediti praticando favori, portare in dote “pacchetti” di voti o di denaro. Nessuna di queste attività è necessariamente dannosa o immorale, ma non può supplire all'assenza di competenze, né vanificare un meccanismo trasparente di selezione.
Potremmo anche dotarci delle migliori regole del mondo, ma se le vie alla politica rimarranno oscure, mal frequentate e disorganizzate, il risultato non sarà differente.

LA TRAPPOLA delle RIFORME

Raddrizzate le vie e ripulite le case non m'illudo certo che tutto possa funzionare, automaticamente. Servono "le Riforme". Tutti però si a concentrano su quelle con la "R" maiuscola: quella elettorale, quelle costituzionali, con l’illusione che da esse discendano poi automaticamente le altre. Qui scatta la trappola: esausti dopo le discussioni sui massimi sistemi, ci dimentichiamo dell'energia necessaria a farli funzionare. 
Perché non provare ad invertire il percorso? Prima si definisce il disegno generale, poi si cambia ciò che si può fare con norme operative e solo infine si modificano, o abrogano, le leggi che ancora impediscono di raggiungere l’obiettivo. In molti casi si raggiungerebbero risultati con decreti ministeriali o addirittura con ordini di servizio. 
Abbiamo in questi giorni un esempio lampante di come un regolamento, quello parlamentare nello specifico, possa condizionare la vita democratica di un paese. Un regolamento che consente le migliaia di emendamenti presentati dalle opposizioni alla legge di riforma del Senato. Ora, logica vorrebbe che un disegno di legge venisse preliminarmente votato nella sua interezza: solo se ottenesse una maggioranza di favorevoli, o meglio di non contrari, potrebbe proseguire il percorso in aula. Chi ha votato contro evidentemente non ritiene quella legge “emendabile” e sarebbe logico che non partecipasse alle votazioni successive. Diciamo però che per maggiore garantismo anche chi ha votato contro, al pari dei non-contrari, possa presentare e votare emendamenti. Questi dovrebbero essere tuttavia limitati ad uno per articolo, per ciascun gruppo parlamentare, con un tetto complessivo (es. due terzi degli articoli). Ovviamente decadrebbero gli emendamenti per articoli successivi se incoerenti con quelli precedenti già votati. Emendare non significa stravolgere. 
Eviteremmo così la sceneggiata dell’ostruzionismo, concentrando la discussione sui contenuti.

RIFORME e PRINCIPI

E infine, solo infine, parliamo di riforme istituzionali, non senza dedicare un po' di tempo a riflettere sui principi che dovrebbero ispirarle. Purtroppo invece si tende a saltare rapidamente ai meccanismi tecnici legali.
Salvatore Vassallo in “Liberiamo la politica” ha almeno il pregio di parlarne in modo chiaro e lineare e di individuare una forma-partito come presupposto fondamentale su cui costruire l’architettura delle riforme. Con altrettanta chiarezza propone di abolire completamente il Senato, evitando i compromessi di cui si sta discutendo in questi giorni.
Dalle sue considerazioni mi pare tuttavia manchino due argomenti importanti, riguardo ai quali occorre fare chiarezza:
1.       l’evoluzione dei poteri esecutivo e legislativo
2.      la dimensione territoriale della rappresentanza.

1.       La confusione di ruoli tra governo e parlamento ha raggiunto in Italia livelli preoccupanti. Sono ormai pochissime le leggi di iniziativa parlamentare che compiono il loro iter, mentre il governo ha una produzione elevatissima di decreti. Per converso ogni atto governativo è sottoposto a cicli di approvazione (vedi quanto sopra riguardo i regolamenti parlamentari) lunghissimi e accidentati. Occorre delimitare gli ambiti in modo più netto, in particolare in campo economico, che peraltro necessita di maggiori e continui interventi. Non comprendo perché il destino di un governo non debba essere strettamente legato alla legge annuale di bilancio (o come altrimenti la si voglia chiamare) e a eventuali manovre infrannuali. Questi provvedimenti andrebbero necessariamente votati con la fiducia. Medesimo ragionamento per i provvedimenti organizzativi riguardanti ministeri ed enti pubblici. I governi, una volta insediati, devono essere valutati nel loro complesso, non sui singoli provvedimenti; devono poter agire rapidamente, senza subire i condizionamenti dei mille interessi particolari.
Diverso discorso per le leggi di sistema, anche di natura economica come quella sul pareggio di bilancio o sui tetti alla spesa (se esistesse), come pure quelle sulla famiglia e sui temi etici. Qui il governo dovrebbe essere spettatore e successivamente esecutore.

2.   Qualunque sia la preferenza per un meccanismo elettorale, si dà per scontato che la rappresentanza sia da ottenere a livello territoriale. Poteva essere inevitabile in un tempo in cui i livelli di autonomia dei governi locali (regioni, comuni) erano molto bassi, un'epoca in cui le relazioni tra le persone e la circolazione delle informazioni raramente superava i confini del proprio comune e spesso del proprio quartiere. I tempi odierni sono molto diversi: la pubblica amministrazione locale è cresciuta moltissimo in potere e risorse economiche, si occupa di tutto (anche troppo) ciò che riguarda le comunità locali. Quando poi eleggiamo il parlamento finiamo per eleggere rappresentanti, ancora una volta, del “territorio”: è normale che quando sederanno sugli scranni più alti della repubblica si sentiranno rappresentanti di interessi locali e non generali. Non è un caso che l’Italia non riesca a prendere decisioni strategiche, che non si riescano a concentrare gli interventi, che le grandi infrastrutture richiedano tempi e costi di realizzazione multipli rispetto a quelli di altri paesi.
Ma c’è di più: non trovo che sia il massimo della democrazia rendere molto difficile ottenere rappresentanza da parte di chi è portatore d’interessi non territoriali, ad esempio una categoria professionale, un gruppo religioso, un movimento d’opinione. Costoro sono fortemente penalizzati rispetto ai portatori di interessi locali, con una base di elettori molto concentrata. E non è certo solo tramite il passa-parola o qualche incontro in piazza che possiamo conoscere una persona: web, televisioni, media in generale forniscono molte altre informazioni, senza che la contiguità territoriale vi abbia un ruolo.
Non dico di eliminare completamente la rappresentanza territoriale in parlamento, ma di eleggere con il metodo dei collegi (a questo punto uninominali) solo una parte dei deputati (il 50% ?). Gli altri dovrebbero essere votati in liste nazionali, contando le sole preferenze espresse. Una delle maggiori obiezioni al sistema delle preferenze verrebbe meno: non sarebbe affatto facile sviluppare un sistema clientelare a livello nazionale, troppi sarebbero i “clientes” da accontentare. Si obietta che in questo modo prevarrebbe chi ha risorse e visibilità sui media, ma già oggi i principali leader dei partiti devono investire notevolmente su questi aspetti: risparmierebbero i costi di un’ipocrita campagna elettorale locale. I candidati espressi da grandi associazioni, aree culturali, organizzazioni civili e professionali ne avrebbero i maggiori benefici. Qualcuno dice che in questo modo consegneremmo il parlamento alle lobby: posto che rappresenterebbero comunque una quota degli eletti, opererebbero alla luce del sole, in modo più trasparente di quanto accada oggi. E anche questo sarebbe un beneficio non trascurabile.

CONCLUSIONI


Ha ragione Salvatore Vassallo: liberiamo la politica, prima che sia troppo tardi. Rendiamola accessibile a chi vuole impegnarsi (e sono tanti). Ma liberiamola innanzi tutto dall'inconcludenza, dalla demagogia, dalla fede miracolistica in una riforma. Raddrizziamo le vie, partiamo dall'inizio, dalle persone. Facciamolo, senza attendere che qualcuno lo faccia per noi.

23 giugno 2014

Liberali al trivio

Dopo l’ennesima sconfitta elettorale i liberali dovrebbero porsi alcune domande, e forse privatamente se le pongono. Non si può dire che sia mancato l’impegno negli ultimi 20 anni: a partire dal movimento del Buon Governo (primo embrione di Forza Italia) all'ultimo patchwork di Scelta Europea, i liberali italiani hanno costruito think tank, fatto conoscere i loro autori antichi e recenti, mantenuta viva la visione dei grandi padri politici di successo, progettato partiti, litigato tra di loro, provato a fermare il declino, sognato un futuro diverso. Ma sia da soli che in compagnia, in purezza o blended, i risultati non sono arrivati.
Non si può dire che negli altri paesi occidentali siano andati meglio. Dopo l’epopea di Reagan e Thatcher hanno dovuto accontentarsi, quando è andata bene, di un ruolo minoritario in governi di coalizione. Sono nati i Tea Party, è vero, ma per ora sembrano figli di una politica radicale, di stile confessionale, animata da minoranze rumorose come altre negli USA.
Forse è il momento di fare i conti con la storia, soprattutto con quella recente.
I liberali hanno di fronte due vie principali:

  1. l’eterna promessa
  2. il sale della politica
L’ETERNA PROMESSA

Fino a quando esisterà uno stato rigonfio, ingombrante, costoso, opprimente esisteranno i liberali. Non importa quanti voti prendono: governare secondo i principi liberali potrà sembrare un’utopia, ma occorre tenere alta la bandiera delle idee e impedire che statalisti, socialisti, egalitaristi e relativo codazzo di clientes opportunisti vincano senza combattere.
Magari in una futura dissoluzione degli stati come oggi li conosciamo potranno nascere piccole enclave liberali. Magari prima o poi da qualche parte la corda statalista si spezzerà.
Per seguire questa via occorrono chiarezza d'idee, risorse economiche e impegno disinteressato. Costi certi per risultati incerti.
Per evitare l'obsolescenza occorre declinare realisticamente il pensiero liberale in coerenza con i tempi, aggiornandolo continuamente ed evitando le soluzioni semplicistiche, figlie di società in crescita materiale, che uscivano dalla povertà.
Occorre anche fare i conti con l'idea di libertà, che costituisce la radice, non solo semantica, del liberalismo.
Libertà che la gran parte dei liberali declina come libertà individuale. L'eccessivo accento su questa particolare dimensione della libertà è a mio parere una delle cause d’insuccesso dell’idea liberale. L'individuo solitario, indipendente nelle scelte ed economicamente autosufficiente può rappresentare l’aspirazione di molti, ma è di fatto incarnato da chi fa parte di un'élite economica o di potere. E’ quindi logico che la maggioranza, che ricca non è e guarda alle élite con crescente antipatia, affidi ad altri i suoi destini politici.
Questa enfasi eccessiva sulla libertà individuale schiaccia inoltre due grandi manifestazioni di libertà personale: la libertà religiosa e quella associativa.
Partiamo dalla seconda: l'idea che l’individuo sia l'unica entità sociale rilevante rischia di essere il miglior alleato per un potere forte e centrale. Escludendo le aggregazioni intermedie e la possibilità di trovare accordi e soluzioni accettabili senza ricorrere allo stato, si rende sempre necessario il ricorso all'Arbitro Unico, per qualunque dissidio possa nascere nella società. E perché poi le persone non dovrebbero potersi aggregare e farsi rappresentare collettivamente, per avere maggiore forza, come nel caso dei sindacati? Occorre realisticamente scegliere: per de-costruire lo stato occorre lasciare spazio ad altre entità sociali, più mobili, meno codificate, libere nell'adesione, democratiche nelle scelte, ma organizzate e forti di una volontà collettiva. Se il nemico è lo stato, occorre attaccarlo scientificamente, proponendo modelli alternativi di governo e di aggregazione sociale.
Il secondo grande limite dell'idea liberale prevalente è sostenere che la religione sia un fatto individuale e privato. La religione, ogni religione, ha una dimensione sociale e pubblica. Negare questa libertà significa fare prevalere un'ideologia, quella ateista, che non ha maggiori diritti di essere praticata rispetto a quelle religiose. Chi crede nel Dio dei cristiani, chi non crede e chi crede in altro modo sviluppa visioni diverse del mondo, che non si possono eliminare. Devono trovare il modo di vivere insieme, devono avere la libertà di provare a convincere gli altri, devono trovare regole comuni di convivenza, per quanto possibile, ed anche essere liberi di auto-organizzarsi, nei rispettivi gruppi. Solo chi crede in un'individualità ipertrofica prova disagio in un contesto religioso.
Allora qual è l'eterna promessa? Libertà dallo stato o ideologia dell'individuo autosufficiente? E per quale ragione l'una è necessario complemento dell'altra? E’ stato persino sfatato il tabù che considerava indispensabile un regime democratico per sviluppare la libertà economica e noi dovremmo credere che l’oppressione statale si combatta soltanto con l'individualismo?
D'altronde abbiamo anche notevoli esempi di ateismo pubblico senza libertà economica.
Si tratta di dimensioni diverse, il tentativo di giustificare la necessità di un modello filosofico onnicomprensivo da parte di certi liberali-liberals è del tutto inconsistente. Meglio tornare all'ambito originario: economia e organizzazione statale. Qui si può coltivare con qualche speranza l’eterna promessa, scoprendo magari che le organizzazioni sociali e religiose possono diventare alleati preziosi.

IL SALE della POLITICA

Seguendo la seconda via si sposa il pragmatismo, ammettendo che la politica si polarizza intorno a temi ed argomenti diversi rispetto a quelli prioritari per i liberali, riconoscendo che in generale (con eccezioni importanti ma transitorie) il confronto avviene tra due poli destra / sinistra e che le idee liberali possono dare sapore alle soluzioni proposte dall’uno e dall’altro. E’ evidente infatti che vi sono liberali più sensibili ad una distribuzione omogenea della ricchezza e al forte contenimento delle organizzazioni economiche e sociali più grandi e potenti ed altri che invece considerano fisiologiche le differenze e anche le diseguaglianze sociali, purché non si cristallizzino con l’aiuto di protezioni pubbliche.
I primi cercheranno quindi di promuovere, nella loro parte, un capitalismo “democratico” contro il socialismo e la redistribuzione attraverso le tasse; gli altri lavoreranno affinché l’ascensore sociale funzioni e regni la meritocrazia.
Liberali con sfumature, priorità e accenti diversi, divisi negli schieramenti, con alcuni obiettivi convergenti comuni.
Essere in pochi, ma in generale acuti e preparati, aiuta in questo caso: le “masse” si aggregano seguendo altri richiami, ma ci può essere spazio tra i capitani che poi le guidano. Riducendo in pillole i pensieri liberali, vengono meno anche le difficoltà di tenere insieme il diavolo e l’acqua santa, il sindacalista e l’anarco-capitalista.

MA E’ un TRIVIO

Le due vie non sono né nuove, né mai percorse dai liberali. Se oggi le percentuali di voto tendono a relegarli a curiosità da Trivial Pursuit, è perché il bivio è in realtà un trivio.
La domanda terribile, quella finale, occorre porsela: non si tratterà di un'idea politica ormai inevitabilmente al tramonto?
Certo, i liberali sono stati dati molte volte per estinti (grazie a loro stessi, soprattutto), ma poi sono sempre rinati. Pochi, divisi, problematici, ma vitali. Ma se questa volta fosse proprio la fine? Se per combattere i nemici di sempre servisse proprio un altro schema di pensiero? In questo senso la terza via è nuova, e mi limiterò quindi a tratteggiarla attraverso alcune domande.
  1. Il pensiero liberale è nato nell'economia dello scambio e sullo scambio ha costruito il suo modello di libertà economica. Lo scambio, di beni in particolare, presuppone come nucleo centrale una relazione tra due individui e la società è costruita come somma e reticolo di queste relazioni. Ci avviamo sempre più rapidamente verso un paradigma economico che pone al centro la condivisione, in cui il valore nasce dal numero di persone che accedono e condividono beni-servizi in una piattaforma. Organizzazioni economico-sociali completamente diverse, in cui ciascun individuo è contemporaneamente produttore e consumatore. Organizzazione liquide, senza confini fisici, spesso globali. Organizzate e basate sulla conoscenza reciproca. Ha senso parlare di liberalismo nell'economia della condivisione?
  2. In questo scenario gli stati sono sempre più deboli, ma non rinunciano a controllare gli individui. I gestori delle piattaforme conoscono molto degli utilizzatori, ma senza condividere le proprie informazioni non si può accedere. Il nemico è ancora lo stato? O sentiremo sedicenti liberali che lo invocano in difesa della privacy?
  3. Nelle economie sviluppate le persone dedicano tempo ed energie crescenti alla vita relazionale, sotto diverse forme. Sono numerosissime le organizzazioni che aggregano sulla base degli interessi più disparati e ciascuna persona può declinare plurime appartenenze. L'individuo non è una monade, ma una somma di appartenenze, di interessi, di attività. Gli individui soli ed isolati sono soltanto i più deboli, quelli che non riescono ad avere relazioni, quelli disprezzati, respinti. E’ libero chi può agire e muoversi insieme ad altri, non chi lo fa da solo. Accettiamo ancora il paradosso di definire “autonomo” il lavoro di chi non è parte formale di un'organizzazione strutturata. Ma perché dovrebbe essere più autonomo chi ad esempio per lavorare deve appartenere ad un ordine professionale, deve far parte di uno o più circoli, essere vicino ad un partito politico, frequentare una comunità professionale, seguire, leggi specifiche e codici deontologici, rispetto a chi lavora in un'azienda, rispondendo solo alla sua organizzazione e alle leggi generali?
  4. Ha ancora senso una visione della concorrenza che privilegia la piccola dimensione d'impresa? E in quali fasi del ciclo di vita è davvero utile la concorrenza? Ha per esempio senso che, pur sapendo che il ciclo di vita del software è sempre più breve, si esprima come obiettivo concorrenziale la possibilità di scegliere tra software simili (vedi la “guerra dei browser” di qualche anno fa), limitando la convergenza degli utenti verso la soluzione vincente invece di proteggere specialmente la concorrenza nella ricerca?
Queste e altre domande mi portano a pensare che vada cercata una nuova via. Fino ad ora ho parlato dei liberali in terza persona, ma non posso dichiararmi neutrale rispetto all’argomento. Con tutte le differenze, i distinguo e le sfumature del caso posso dire di far parte idealmente di questa grande famiglia.
Esistono famiglie più o meno longeve, ma quando tutta l'attenzione si concentra sulla trasmissione del nome e dell’eredità, ecco: quello è il momento del declino, di poco precedente all'estinzione.
Ma da una famiglia che finisce nel nome nascono generazioni giovani, meno condizionate dal passato, con nomi nuovi e un po’ di geni delle origini nel DNA.

10 febbraio 2014

Il rapporto Debito / PIL e la corazzata Potemkin

Nell’indimenticabile “secondo tragico Fantozzi” la sacralità del cineforum aziendale viene rotta dal grido “La corazzata Potemkin … è una cagata pazzesca !”, scatenando l’applauso liberatorio del pubblico.
Forse è giunto il momento che qualcuno salga sul palco della scena economica e dica lo stesso del rapporto debito / PIL, dal quale parrebbero dipendere i destini di alcune tra le più grandi economie mondiali.
La colpa non è ovviamente di quel povero numero, peraltro semplice e facilmente comprensibile, ma dell’uso che se ne fa. E fino a quando ci si limitava ad utilizzarlo come misura della dimensione del debito pubblico di un paese, non c’era niente di male. Il debito dell’Italia è certamente grande rispetto alle sue dimensioni economiche (il PIL), quello del Giappone è ancora più grande, quello della Svezia molto inferiore. Dati incontestabili.
Il problema nasce da quando l’innocente ratio è divenuto uno dei parametri di controllo delle economie europee, con la fissazione di un valore – il 60% - scelto quale soglia tra virtù e pericolo.
Dall’inizio (2008) della fase d’instabilità che tuttora è in corso, quasi tutti i debiti dei paesi occidentali sono notevolmente cresciuti, ponendo implicitamente il problema di determinare una nuova soglia e comunque evidenziando la crescente difficoltà di rientro dei paesi più indebitati, tra i quali l’Italia spicca per dimensioni.
Ma quando si parla di ridurre tale rapporto le cose si complicano notevolmente e nessuno pare avere trovato la ricetta: posto che per ridurre il debito è necessario cedere asset o generare avanzi di bilancio, come procedere? L’Europa e il FMI, pur prodighi di consigli, lasciano comunque campo libero ai legislatori nazionali, quasi che ogni ricetta, a parità di risultato, si equivalga.
E invece non è così. Non esiste infatti un livello “ottimale” di debito, che peraltro si forma e si riduce nella sua parte più rilevante in periodi di discontinuità ed eventi storicamente rilevanti. La possibilità poi di cedere asset e ridurre il debito si rivela spesso difficile da realizzare, per ragioni politiche o di mercato.
Anche i tentativi scientifici di determinare una soglia oltre la quale il debito elevato diviene “critico” e provoca crisi economica hanno prodotto risultati tutt’altro che incontrovertibili.
Il fatto è che il debito elevato comporta due generi di problemi: 1) implica il pagamento di interessi ai creditori dei titoli di stato, a ciò destinando perciò una quota della tassazione 2) aumenta il rischio di non riuscire a far fronte il pagamento del debito, innescando una spirale di rendimenti crescenti dei titoli e in definitiva l’insostenibilità dei flussi di cassa d’equilibrio nel medio termine.
Nel primo caso il debito può anche essere una scelta, paragonabile a chi utilizza il debito per stabilizzare il proprio tenore di vita o per affrontare gli andamenti ciclici dell’economia: paga un prezzo a fronte di una relativa protezione rispetto a queste fluttuazioni.
Nel secondo caso il problema è più grave, ed è soprattutto quello che preoccupa i creditori. Notoriamente il problema di un debito troppo elevato è in primis del creditore, non del debitore.

La sola dimensione del debito (il rapporto debito / PIL) non dice nulla di questo rischio, lascia solo intuire che è più alto se il debito è elevato. Ma quanto e quando si modifica il rischio d’insolvenza di uno stato?

Come ci mostra anche la storia recente, occorrerebbe definire un indicatore sintetico in grado di rappresentare la capacità di reazione di un paese in caso di crisi del debito sovrano e misurarne il grado di rischio in relazione alle politiche economiche in essere.
Tra tutte è la variabile fiscale a risultare decisiva, e lo è ancor di più in assenza di leve monetarie disponibili a livello di singolo paese (come accade nell’Eurozona).
Con l’uso della leva fiscale è possibile infatti tentare di stimolare la crescita del PIL o rendere maggiormente accettabili i tagli alla spesa. E non è affatto irrilevante se il saldo positivo di bilancio (o almeno l’avanzo primario, al netto cioè della spesa per interessi) si ottiene con l’aumento delle imposte o con la diminuzione della spesa.
Un paper recente ad opera di Ricardo Fenochietto e Carola Pessino, intitolato “Understanding countries tax effort”, pubblicato nel novembre 2013 dal FMI, presenta un indicatore utilizzabile a questo scopo: la “Capacità Fiscale (Tax Capacity)” che rappresenta il massimo livello di tassazione raggiungibile da un paese.
La Tax Capacity descritta nello studio deriva a sua volta dal livello effettivo di tassazione corretto in base ad un altro indicatore, il Tax Effort, che dipende da variabili come il PIL pro-capite, il grado di apertura ai commerci internazionali, l’incidenza dell’agricoltura nel PIL, la spesa pubblica per l’educazione, la distribuzione del reddito tra i cittadini, l’inflazione e il livello di corruzione percepito. Gli studi dei due ricercatori mostrano le correlazioni tra queste variabili e la possibilità teorica di rendere accettabile e praticabile un livello di tassazione più o meno elevato in un paese dato.
La tabella seguente, che utilizza i dati del paper citato, mostra i valori dell’anno 2011 delle “Entrate fiscali / PIL (Tax Rev)”, il grado di utilizzo e di efficacia della leva fiscale (Tax Effort) e  appunto la Capacità fiscale (Tax Capacity)” derivante da Tax Rev / Tax Effort .

Tax Rev Tax Effort Tax Capac.
Cina 18,9 0,48 39,1
India 15,8 0,53 29,6
Irlanda 27,7 0,61 45,2
Giappone 28,8 0,64 45,2
Turchia 26,7 0,66 40,3
USA 24,5 0,68 36
Australia 26,1 0,70 37,1
Portogallo 32,4 0,71 45,6
Polonia 33,7 0,76 44,5
Sudafrica 27,8 0,76 36,6
Spagna 32,7 0,78 41,7
Grecia 33,4 0,79 42,4
Germania 39,5 0,79 49,9
Brasile 29,7 0,81 36,6
Regno Unito 35,8 0,82 43,6
Austria 42,1 0,93 45,2
Svezia 44,3 0,94 47
Francia 42,6 0,96 44,6
Italia 42,2 0,98 43,1


In questa classifica, ordinata in base al Tax Effort, molti paesi europei si trovano nella parte bassa, l’Italia è ultima su 96 paesi, a pari merito con lo Zambia.
Non rientra tra gli scopi di questo scritto analizzare la validità dell’indicatore ed il peso delle variabili che lo compongono, ma i risultati sono certamente interessanti: mostrano che paesi come il nostro non hanno soltanto una pressione fiscale elevata, ma sono anche pericolosamente vicini al tetto massimo raggiungibile.

Ritornando alla nostra “corazzata Potemkin” è ancor più interessante utilizzare l’indicatore Tax Capacity in relazione al debito. In particolare ciò che conta ai fini del controllo del debito è il potenziale di utilizzo della leva fiscale disponibile, che possiamo chiamare Tax Potential e calcolare sottraendo il tasso effettivo di Entrate fiscali (Tax Rev) dal valore di Tax Capacity.
Applichiamo poi l’indicatore Tax Potential al rapporto Debito / PIL del 2012 (assumendo quindi che Tax Capacity sia rimasta invariata dall’anno precedente).

Pos.
Deb/ GDP
Deb/GDP
2012
Tax Rev Tax Capac. Tax Potent Deb/GDP/ TaxPot
1 Cina 16,3 18,9 39,1 20,2 0,8
2 Australia 24,8 26,1 37,1 11 2,3
4 Turchia 37,6 26,7 40,3 13,6 2,8
5 Sudafrica 42,8 27,8 36,6 8,8 4,9
9 India 69,9 15,8 29,6 13,8 5,1
6 Polonia 57,3 33,7 44,5 10,8 5,3
17 Irlanda 121,5 27,7 45,2 17,5 6,9
14 Portogallo 94,6 32,4 45,6 13,2 7,2
8 Spagna 67,1 32,7 41,7 9 7,5
11 Germania 79,4 39,5 49,9 10,4 7,6
15 USA 102,9 24,5 36 11,5 8,9
7 Brasile 65 29,7 36,6 6,9 9,4
12 Regno Unito 86,5 35,8 43,6 7,8 11,1
3 Svezia 34,9 44,3 47 2,7 12,9
19 Giappone 233,4 28,8 45,2 16,4 14,2
18 Grecia 157,7 33,4 42,4 9 17,5
10 Austria 70,7 42,1 45,2 3,1 22,8
13 Francia 86,9 42,6 44,6 2 43,5
16 Italia 120 42,2 43,1 0,9 133,3

Il nuovo indicatore Debito / PIL / Tax Potential è una sorta di tasso di rotazione del Debito: immaginando di utilizzare sempre l’intero Tax Potential, rappresenta il numero di anni necessari ad azzerare il debito.
Se i primi due posti della classifica rimangono invariati, già dal terzo compaiono le differenze: la Svezia risulta meno “virtuosa” di quanto apparisse senza considerare il Tax Potential, migliorano invece notevolmente Irlanda e Portogallo. Situazione praticamente invariata per Germania e Francia, mentre l’Italia scende all’ultimo posto, praticamente fuori scala, con forte distacco dalla penultima (la Francia) e presentando una situazione molto peggiore rispetto a Grecia e Giappone.
Ma l’aspetto interessante dell’indicatore non è la fotografia della situazione, bensì gli effetti delle politiche fiscali su di esso.
Ipotizziamo che ciascun paese attui una manovra di taglio delle imposte che peggiora di 5 punti percentuali il rapporto Debito / PIL ma migliora di 1 punto il Tax Potential, grazie alla diminuzione delle entrate fiscali effettive. Ecco i risultati:

Deb/GDP/ TaxPot Deb/GDP/ TaxPot
REV
Cina 0,8 1,0
Australia 2,3 2,5
Turchia 2,8 2,9
Sudafrica 4,9 4,9
India 5,1 5,1
Polonia 5,3 5,3
Irlanda 6,9 6,8
Portogallo 7,2 7,0
Spagna 7,5 7,2
Germania 7,6 7,4
USA 8,9 8,6
Brasile 9,4 8,9
Regno Unito 11,1 10,4
Svezia 12,9 10,8
Giappone 14,2 13,7
Grecia 17,5 16,3
Austria 22,8 18,5
Francia 43,5 30,6
Italia 133,3 65,8

Non cambiano evidentemente le posizioni (per la natura stessa della simulazione), ma il miglioramento dell’Italia è impressionante, quello della Francia molto notevole.
Solo Cina, Australia e Turchia peggiorano leggermente il loro ratio, ma si tratta dei paesi con grado di rischio inferiore tra quelli considerati e con un livello di Debito / PIL / Tax Potential così basso da risultare poco significativo.
Proviamo poi a ipotizzare che l’Italia riesca a raggiungere un livello di Tax Potential uguale a quello della Germania: il rapporto Debito / PIL / Tax Potential scenderebbe a 10,6, si collocherebbe tra i valori attuali di Brasile e UK e sarebbe molto migliore rispetto a quello di Austria e Francia.
Se invece calcolassimo l’indicatore per l’Eurozona, il cui rapporto Debito / PIL è 95,7% (Q2/2013, elaborazione su fonte Eurostat), ipotizzando di allineare il Tax Potential a quello della Germania, il valore  Debito / PIL / Tax Potential sarebbe 9,2. Con un percorso di convergenza fiscale, che preveda ad esempio un allineamento del livello base di tassazione e spesa pubblica conseguente, si potrebbe prevedere un’aliquota fiscale aggiuntiva per i Paesi più indebitati, da destinare alla riduzione del debito, creando le condizioni necessarie all’emissione di Eurobond.
Fino a quando non vi sarà un elevato grado di coerenza e convergenza delle politiche di bilancio è infatti illusorio pensare di mutualizzare il debito nell’Eurozona: è ciò che sostiene anche l’autore del saggio “La moneta incompiuta”, al di là della boutade di “mettere in comune il PIL europeo” .

In conclusione: l’esempio proposto è certamente migliorabile, gli indicatori utilizzati vanno sottoposti a revisione critica e le metriche utilizzate possono essere affinate. Tuttavia credo che colga un’esigenza reale e indichi una via praticabile verso la definizione di un indicatore sintetico, in grado di mostrare la correlazione tra debito pubblico e grado di rischio, per il tramite delle politiche fiscali degli stati.
Per i paesi sviluppati e indebitati legare ad un indicatore di questo tipo il monitoraggio della UE e dell’FMI potrebbe consentire di affrontare una riforma fiscale quanto mai necessaria senza la spada di Damocle del pareggio di bilancio, scoraggiando contemporaneamente l’utilizzo di politiche di spesa, che invece peggiorerebbero il ratio.
Per i paesi in via di sviluppo la sfida è invece incrementare la Tax Capacity, che rappresenta la garanzia di lungo termine sulla sostenibilità di politiche espansive.