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10 febbraio 2014

Il rapporto Debito / PIL e la corazzata Potemkin

Nell’indimenticabile “secondo tragico Fantozzi” la sacralità del cineforum aziendale viene rotta dal grido “La corazzata Potemkin … è una cagata pazzesca !”, scatenando l’applauso liberatorio del pubblico.
Forse è giunto il momento che qualcuno salga sul palco della scena economica e dica lo stesso del rapporto debito / PIL, dal quale parrebbero dipendere i destini di alcune tra le più grandi economie mondiali.
La colpa non è ovviamente di quel povero numero, peraltro semplice e facilmente comprensibile, ma dell’uso che se ne fa. E fino a quando ci si limitava ad utilizzarlo come misura della dimensione del debito pubblico di un paese, non c’era niente di male. Il debito dell’Italia è certamente grande rispetto alle sue dimensioni economiche (il PIL), quello del Giappone è ancora più grande, quello della Svezia molto inferiore. Dati incontestabili.
Il problema nasce da quando l’innocente ratio è divenuto uno dei parametri di controllo delle economie europee, con la fissazione di un valore – il 60% - scelto quale soglia tra virtù e pericolo.
Dall’inizio (2008) della fase d’instabilità che tuttora è in corso, quasi tutti i debiti dei paesi occidentali sono notevolmente cresciuti, ponendo implicitamente il problema di determinare una nuova soglia e comunque evidenziando la crescente difficoltà di rientro dei paesi più indebitati, tra i quali l’Italia spicca per dimensioni.
Ma quando si parla di ridurre tale rapporto le cose si complicano notevolmente e nessuno pare avere trovato la ricetta: posto che per ridurre il debito è necessario cedere asset o generare avanzi di bilancio, come procedere? L’Europa e il FMI, pur prodighi di consigli, lasciano comunque campo libero ai legislatori nazionali, quasi che ogni ricetta, a parità di risultato, si equivalga.
E invece non è così. Non esiste infatti un livello “ottimale” di debito, che peraltro si forma e si riduce nella sua parte più rilevante in periodi di discontinuità ed eventi storicamente rilevanti. La possibilità poi di cedere asset e ridurre il debito si rivela spesso difficile da realizzare, per ragioni politiche o di mercato.
Anche i tentativi scientifici di determinare una soglia oltre la quale il debito elevato diviene “critico” e provoca crisi economica hanno prodotto risultati tutt’altro che incontrovertibili.
Il fatto è che il debito elevato comporta due generi di problemi: 1) implica il pagamento di interessi ai creditori dei titoli di stato, a ciò destinando perciò una quota della tassazione 2) aumenta il rischio di non riuscire a far fronte il pagamento del debito, innescando una spirale di rendimenti crescenti dei titoli e in definitiva l’insostenibilità dei flussi di cassa d’equilibrio nel medio termine.
Nel primo caso il debito può anche essere una scelta, paragonabile a chi utilizza il debito per stabilizzare il proprio tenore di vita o per affrontare gli andamenti ciclici dell’economia: paga un prezzo a fronte di una relativa protezione rispetto a queste fluttuazioni.
Nel secondo caso il problema è più grave, ed è soprattutto quello che preoccupa i creditori. Notoriamente il problema di un debito troppo elevato è in primis del creditore, non del debitore.

La sola dimensione del debito (il rapporto debito / PIL) non dice nulla di questo rischio, lascia solo intuire che è più alto se il debito è elevato. Ma quanto e quando si modifica il rischio d’insolvenza di uno stato?

Come ci mostra anche la storia recente, occorrerebbe definire un indicatore sintetico in grado di rappresentare la capacità di reazione di un paese in caso di crisi del debito sovrano e misurarne il grado di rischio in relazione alle politiche economiche in essere.
Tra tutte è la variabile fiscale a risultare decisiva, e lo è ancor di più in assenza di leve monetarie disponibili a livello di singolo paese (come accade nell’Eurozona).
Con l’uso della leva fiscale è possibile infatti tentare di stimolare la crescita del PIL o rendere maggiormente accettabili i tagli alla spesa. E non è affatto irrilevante se il saldo positivo di bilancio (o almeno l’avanzo primario, al netto cioè della spesa per interessi) si ottiene con l’aumento delle imposte o con la diminuzione della spesa.
Un paper recente ad opera di Ricardo Fenochietto e Carola Pessino, intitolato “Understanding countries tax effort”, pubblicato nel novembre 2013 dal FMI, presenta un indicatore utilizzabile a questo scopo: la “Capacità Fiscale (Tax Capacity)” che rappresenta il massimo livello di tassazione raggiungibile da un paese.
La Tax Capacity descritta nello studio deriva a sua volta dal livello effettivo di tassazione corretto in base ad un altro indicatore, il Tax Effort, che dipende da variabili come il PIL pro-capite, il grado di apertura ai commerci internazionali, l’incidenza dell’agricoltura nel PIL, la spesa pubblica per l’educazione, la distribuzione del reddito tra i cittadini, l’inflazione e il livello di corruzione percepito. Gli studi dei due ricercatori mostrano le correlazioni tra queste variabili e la possibilità teorica di rendere accettabile e praticabile un livello di tassazione più o meno elevato in un paese dato.
La tabella seguente, che utilizza i dati del paper citato, mostra i valori dell’anno 2011 delle “Entrate fiscali / PIL (Tax Rev)”, il grado di utilizzo e di efficacia della leva fiscale (Tax Effort) e  appunto la Capacità fiscale (Tax Capacity)” derivante da Tax Rev / Tax Effort .

Tax Rev Tax Effort Tax Capac.
Cina 18,9 0,48 39,1
India 15,8 0,53 29,6
Irlanda 27,7 0,61 45,2
Giappone 28,8 0,64 45,2
Turchia 26,7 0,66 40,3
USA 24,5 0,68 36
Australia 26,1 0,70 37,1
Portogallo 32,4 0,71 45,6
Polonia 33,7 0,76 44,5
Sudafrica 27,8 0,76 36,6
Spagna 32,7 0,78 41,7
Grecia 33,4 0,79 42,4
Germania 39,5 0,79 49,9
Brasile 29,7 0,81 36,6
Regno Unito 35,8 0,82 43,6
Austria 42,1 0,93 45,2
Svezia 44,3 0,94 47
Francia 42,6 0,96 44,6
Italia 42,2 0,98 43,1


In questa classifica, ordinata in base al Tax Effort, molti paesi europei si trovano nella parte bassa, l’Italia è ultima su 96 paesi, a pari merito con lo Zambia.
Non rientra tra gli scopi di questo scritto analizzare la validità dell’indicatore ed il peso delle variabili che lo compongono, ma i risultati sono certamente interessanti: mostrano che paesi come il nostro non hanno soltanto una pressione fiscale elevata, ma sono anche pericolosamente vicini al tetto massimo raggiungibile.

Ritornando alla nostra “corazzata Potemkin” è ancor più interessante utilizzare l’indicatore Tax Capacity in relazione al debito. In particolare ciò che conta ai fini del controllo del debito è il potenziale di utilizzo della leva fiscale disponibile, che possiamo chiamare Tax Potential e calcolare sottraendo il tasso effettivo di Entrate fiscali (Tax Rev) dal valore di Tax Capacity.
Applichiamo poi l’indicatore Tax Potential al rapporto Debito / PIL del 2012 (assumendo quindi che Tax Capacity sia rimasta invariata dall’anno precedente).

Pos.
Deb/ GDP
Deb/GDP
2012
Tax Rev Tax Capac. Tax Potent Deb/GDP/ TaxPot
1 Cina 16,3 18,9 39,1 20,2 0,8
2 Australia 24,8 26,1 37,1 11 2,3
4 Turchia 37,6 26,7 40,3 13,6 2,8
5 Sudafrica 42,8 27,8 36,6 8,8 4,9
9 India 69,9 15,8 29,6 13,8 5,1
6 Polonia 57,3 33,7 44,5 10,8 5,3
17 Irlanda 121,5 27,7 45,2 17,5 6,9
14 Portogallo 94,6 32,4 45,6 13,2 7,2
8 Spagna 67,1 32,7 41,7 9 7,5
11 Germania 79,4 39,5 49,9 10,4 7,6
15 USA 102,9 24,5 36 11,5 8,9
7 Brasile 65 29,7 36,6 6,9 9,4
12 Regno Unito 86,5 35,8 43,6 7,8 11,1
3 Svezia 34,9 44,3 47 2,7 12,9
19 Giappone 233,4 28,8 45,2 16,4 14,2
18 Grecia 157,7 33,4 42,4 9 17,5
10 Austria 70,7 42,1 45,2 3,1 22,8
13 Francia 86,9 42,6 44,6 2 43,5
16 Italia 120 42,2 43,1 0,9 133,3

Il nuovo indicatore Debito / PIL / Tax Potential è una sorta di tasso di rotazione del Debito: immaginando di utilizzare sempre l’intero Tax Potential, rappresenta il numero di anni necessari ad azzerare il debito.
Se i primi due posti della classifica rimangono invariati, già dal terzo compaiono le differenze: la Svezia risulta meno “virtuosa” di quanto apparisse senza considerare il Tax Potential, migliorano invece notevolmente Irlanda e Portogallo. Situazione praticamente invariata per Germania e Francia, mentre l’Italia scende all’ultimo posto, praticamente fuori scala, con forte distacco dalla penultima (la Francia) e presentando una situazione molto peggiore rispetto a Grecia e Giappone.
Ma l’aspetto interessante dell’indicatore non è la fotografia della situazione, bensì gli effetti delle politiche fiscali su di esso.
Ipotizziamo che ciascun paese attui una manovra di taglio delle imposte che peggiora di 5 punti percentuali il rapporto Debito / PIL ma migliora di 1 punto il Tax Potential, grazie alla diminuzione delle entrate fiscali effettive. Ecco i risultati:

Deb/GDP/ TaxPot Deb/GDP/ TaxPot
REV
Cina 0,8 1,0
Australia 2,3 2,5
Turchia 2,8 2,9
Sudafrica 4,9 4,9
India 5,1 5,1
Polonia 5,3 5,3
Irlanda 6,9 6,8
Portogallo 7,2 7,0
Spagna 7,5 7,2
Germania 7,6 7,4
USA 8,9 8,6
Brasile 9,4 8,9
Regno Unito 11,1 10,4
Svezia 12,9 10,8
Giappone 14,2 13,7
Grecia 17,5 16,3
Austria 22,8 18,5
Francia 43,5 30,6
Italia 133,3 65,8

Non cambiano evidentemente le posizioni (per la natura stessa della simulazione), ma il miglioramento dell’Italia è impressionante, quello della Francia molto notevole.
Solo Cina, Australia e Turchia peggiorano leggermente il loro ratio, ma si tratta dei paesi con grado di rischio inferiore tra quelli considerati e con un livello di Debito / PIL / Tax Potential così basso da risultare poco significativo.
Proviamo poi a ipotizzare che l’Italia riesca a raggiungere un livello di Tax Potential uguale a quello della Germania: il rapporto Debito / PIL / Tax Potential scenderebbe a 10,6, si collocherebbe tra i valori attuali di Brasile e UK e sarebbe molto migliore rispetto a quello di Austria e Francia.
Se invece calcolassimo l’indicatore per l’Eurozona, il cui rapporto Debito / PIL è 95,7% (Q2/2013, elaborazione su fonte Eurostat), ipotizzando di allineare il Tax Potential a quello della Germania, il valore  Debito / PIL / Tax Potential sarebbe 9,2. Con un percorso di convergenza fiscale, che preveda ad esempio un allineamento del livello base di tassazione e spesa pubblica conseguente, si potrebbe prevedere un’aliquota fiscale aggiuntiva per i Paesi più indebitati, da destinare alla riduzione del debito, creando le condizioni necessarie all’emissione di Eurobond.
Fino a quando non vi sarà un elevato grado di coerenza e convergenza delle politiche di bilancio è infatti illusorio pensare di mutualizzare il debito nell’Eurozona: è ciò che sostiene anche l’autore del saggio “La moneta incompiuta”, al di là della boutade di “mettere in comune il PIL europeo” .

In conclusione: l’esempio proposto è certamente migliorabile, gli indicatori utilizzati vanno sottoposti a revisione critica e le metriche utilizzate possono essere affinate. Tuttavia credo che colga un’esigenza reale e indichi una via praticabile verso la definizione di un indicatore sintetico, in grado di mostrare la correlazione tra debito pubblico e grado di rischio, per il tramite delle politiche fiscali degli stati.
Per i paesi sviluppati e indebitati legare ad un indicatore di questo tipo il monitoraggio della UE e dell’FMI potrebbe consentire di affrontare una riforma fiscale quanto mai necessaria senza la spada di Damocle del pareggio di bilancio, scoraggiando contemporaneamente l’utilizzo di politiche di spesa, che invece peggiorerebbero il ratio.
Per i paesi in via di sviluppo la sfida è invece incrementare la Tax Capacity, che rappresenta la garanzia di lungo termine sulla sostenibilità di politiche espansive.

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