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23 giugno 2014

Liberali al trivio

Dopo l’ennesima sconfitta elettorale i liberali dovrebbero porsi alcune domande, e forse privatamente se le pongono. Non si può dire che sia mancato l’impegno negli ultimi 20 anni: a partire dal movimento del Buon Governo (primo embrione di Forza Italia) all'ultimo patchwork di Scelta Europea, i liberali italiani hanno costruito think tank, fatto conoscere i loro autori antichi e recenti, mantenuta viva la visione dei grandi padri politici di successo, progettato partiti, litigato tra di loro, provato a fermare il declino, sognato un futuro diverso. Ma sia da soli che in compagnia, in purezza o blended, i risultati non sono arrivati.
Non si può dire che negli altri paesi occidentali siano andati meglio. Dopo l’epopea di Reagan e Thatcher hanno dovuto accontentarsi, quando è andata bene, di un ruolo minoritario in governi di coalizione. Sono nati i Tea Party, è vero, ma per ora sembrano figli di una politica radicale, di stile confessionale, animata da minoranze rumorose come altre negli USA.
Forse è il momento di fare i conti con la storia, soprattutto con quella recente.
I liberali hanno di fronte due vie principali:

  1. l’eterna promessa
  2. il sale della politica
L’ETERNA PROMESSA

Fino a quando esisterà uno stato rigonfio, ingombrante, costoso, opprimente esisteranno i liberali. Non importa quanti voti prendono: governare secondo i principi liberali potrà sembrare un’utopia, ma occorre tenere alta la bandiera delle idee e impedire che statalisti, socialisti, egalitaristi e relativo codazzo di clientes opportunisti vincano senza combattere.
Magari in una futura dissoluzione degli stati come oggi li conosciamo potranno nascere piccole enclave liberali. Magari prima o poi da qualche parte la corda statalista si spezzerà.
Per seguire questa via occorrono chiarezza d'idee, risorse economiche e impegno disinteressato. Costi certi per risultati incerti.
Per evitare l'obsolescenza occorre declinare realisticamente il pensiero liberale in coerenza con i tempi, aggiornandolo continuamente ed evitando le soluzioni semplicistiche, figlie di società in crescita materiale, che uscivano dalla povertà.
Occorre anche fare i conti con l'idea di libertà, che costituisce la radice, non solo semantica, del liberalismo.
Libertà che la gran parte dei liberali declina come libertà individuale. L'eccessivo accento su questa particolare dimensione della libertà è a mio parere una delle cause d’insuccesso dell’idea liberale. L'individuo solitario, indipendente nelle scelte ed economicamente autosufficiente può rappresentare l’aspirazione di molti, ma è di fatto incarnato da chi fa parte di un'élite economica o di potere. E’ quindi logico che la maggioranza, che ricca non è e guarda alle élite con crescente antipatia, affidi ad altri i suoi destini politici.
Questa enfasi eccessiva sulla libertà individuale schiaccia inoltre due grandi manifestazioni di libertà personale: la libertà religiosa e quella associativa.
Partiamo dalla seconda: l'idea che l’individuo sia l'unica entità sociale rilevante rischia di essere il miglior alleato per un potere forte e centrale. Escludendo le aggregazioni intermedie e la possibilità di trovare accordi e soluzioni accettabili senza ricorrere allo stato, si rende sempre necessario il ricorso all'Arbitro Unico, per qualunque dissidio possa nascere nella società. E perché poi le persone non dovrebbero potersi aggregare e farsi rappresentare collettivamente, per avere maggiore forza, come nel caso dei sindacati? Occorre realisticamente scegliere: per de-costruire lo stato occorre lasciare spazio ad altre entità sociali, più mobili, meno codificate, libere nell'adesione, democratiche nelle scelte, ma organizzate e forti di una volontà collettiva. Se il nemico è lo stato, occorre attaccarlo scientificamente, proponendo modelli alternativi di governo e di aggregazione sociale.
Il secondo grande limite dell'idea liberale prevalente è sostenere che la religione sia un fatto individuale e privato. La religione, ogni religione, ha una dimensione sociale e pubblica. Negare questa libertà significa fare prevalere un'ideologia, quella ateista, che non ha maggiori diritti di essere praticata rispetto a quelle religiose. Chi crede nel Dio dei cristiani, chi non crede e chi crede in altro modo sviluppa visioni diverse del mondo, che non si possono eliminare. Devono trovare il modo di vivere insieme, devono avere la libertà di provare a convincere gli altri, devono trovare regole comuni di convivenza, per quanto possibile, ed anche essere liberi di auto-organizzarsi, nei rispettivi gruppi. Solo chi crede in un'individualità ipertrofica prova disagio in un contesto religioso.
Allora qual è l'eterna promessa? Libertà dallo stato o ideologia dell'individuo autosufficiente? E per quale ragione l'una è necessario complemento dell'altra? E’ stato persino sfatato il tabù che considerava indispensabile un regime democratico per sviluppare la libertà economica e noi dovremmo credere che l’oppressione statale si combatta soltanto con l'individualismo?
D'altronde abbiamo anche notevoli esempi di ateismo pubblico senza libertà economica.
Si tratta di dimensioni diverse, il tentativo di giustificare la necessità di un modello filosofico onnicomprensivo da parte di certi liberali-liberals è del tutto inconsistente. Meglio tornare all'ambito originario: economia e organizzazione statale. Qui si può coltivare con qualche speranza l’eterna promessa, scoprendo magari che le organizzazioni sociali e religiose possono diventare alleati preziosi.

IL SALE della POLITICA

Seguendo la seconda via si sposa il pragmatismo, ammettendo che la politica si polarizza intorno a temi ed argomenti diversi rispetto a quelli prioritari per i liberali, riconoscendo che in generale (con eccezioni importanti ma transitorie) il confronto avviene tra due poli destra / sinistra e che le idee liberali possono dare sapore alle soluzioni proposte dall’uno e dall’altro. E’ evidente infatti che vi sono liberali più sensibili ad una distribuzione omogenea della ricchezza e al forte contenimento delle organizzazioni economiche e sociali più grandi e potenti ed altri che invece considerano fisiologiche le differenze e anche le diseguaglianze sociali, purché non si cristallizzino con l’aiuto di protezioni pubbliche.
I primi cercheranno quindi di promuovere, nella loro parte, un capitalismo “democratico” contro il socialismo e la redistribuzione attraverso le tasse; gli altri lavoreranno affinché l’ascensore sociale funzioni e regni la meritocrazia.
Liberali con sfumature, priorità e accenti diversi, divisi negli schieramenti, con alcuni obiettivi convergenti comuni.
Essere in pochi, ma in generale acuti e preparati, aiuta in questo caso: le “masse” si aggregano seguendo altri richiami, ma ci può essere spazio tra i capitani che poi le guidano. Riducendo in pillole i pensieri liberali, vengono meno anche le difficoltà di tenere insieme il diavolo e l’acqua santa, il sindacalista e l’anarco-capitalista.

MA E’ un TRIVIO

Le due vie non sono né nuove, né mai percorse dai liberali. Se oggi le percentuali di voto tendono a relegarli a curiosità da Trivial Pursuit, è perché il bivio è in realtà un trivio.
La domanda terribile, quella finale, occorre porsela: non si tratterà di un'idea politica ormai inevitabilmente al tramonto?
Certo, i liberali sono stati dati molte volte per estinti (grazie a loro stessi, soprattutto), ma poi sono sempre rinati. Pochi, divisi, problematici, ma vitali. Ma se questa volta fosse proprio la fine? Se per combattere i nemici di sempre servisse proprio un altro schema di pensiero? In questo senso la terza via è nuova, e mi limiterò quindi a tratteggiarla attraverso alcune domande.
  1. Il pensiero liberale è nato nell'economia dello scambio e sullo scambio ha costruito il suo modello di libertà economica. Lo scambio, di beni in particolare, presuppone come nucleo centrale una relazione tra due individui e la società è costruita come somma e reticolo di queste relazioni. Ci avviamo sempre più rapidamente verso un paradigma economico che pone al centro la condivisione, in cui il valore nasce dal numero di persone che accedono e condividono beni-servizi in una piattaforma. Organizzazioni economico-sociali completamente diverse, in cui ciascun individuo è contemporaneamente produttore e consumatore. Organizzazione liquide, senza confini fisici, spesso globali. Organizzate e basate sulla conoscenza reciproca. Ha senso parlare di liberalismo nell'economia della condivisione?
  2. In questo scenario gli stati sono sempre più deboli, ma non rinunciano a controllare gli individui. I gestori delle piattaforme conoscono molto degli utilizzatori, ma senza condividere le proprie informazioni non si può accedere. Il nemico è ancora lo stato? O sentiremo sedicenti liberali che lo invocano in difesa della privacy?
  3. Nelle economie sviluppate le persone dedicano tempo ed energie crescenti alla vita relazionale, sotto diverse forme. Sono numerosissime le organizzazioni che aggregano sulla base degli interessi più disparati e ciascuna persona può declinare plurime appartenenze. L'individuo non è una monade, ma una somma di appartenenze, di interessi, di attività. Gli individui soli ed isolati sono soltanto i più deboli, quelli che non riescono ad avere relazioni, quelli disprezzati, respinti. E’ libero chi può agire e muoversi insieme ad altri, non chi lo fa da solo. Accettiamo ancora il paradosso di definire “autonomo” il lavoro di chi non è parte formale di un'organizzazione strutturata. Ma perché dovrebbe essere più autonomo chi ad esempio per lavorare deve appartenere ad un ordine professionale, deve far parte di uno o più circoli, essere vicino ad un partito politico, frequentare una comunità professionale, seguire, leggi specifiche e codici deontologici, rispetto a chi lavora in un'azienda, rispondendo solo alla sua organizzazione e alle leggi generali?
  4. Ha ancora senso una visione della concorrenza che privilegia la piccola dimensione d'impresa? E in quali fasi del ciclo di vita è davvero utile la concorrenza? Ha per esempio senso che, pur sapendo che il ciclo di vita del software è sempre più breve, si esprima come obiettivo concorrenziale la possibilità di scegliere tra software simili (vedi la “guerra dei browser” di qualche anno fa), limitando la convergenza degli utenti verso la soluzione vincente invece di proteggere specialmente la concorrenza nella ricerca?
Queste e altre domande mi portano a pensare che vada cercata una nuova via. Fino ad ora ho parlato dei liberali in terza persona, ma non posso dichiararmi neutrale rispetto all’argomento. Con tutte le differenze, i distinguo e le sfumature del caso posso dire di far parte idealmente di questa grande famiglia.
Esistono famiglie più o meno longeve, ma quando tutta l'attenzione si concentra sulla trasmissione del nome e dell’eredità, ecco: quello è il momento del declino, di poco precedente all'estinzione.
Ma da una famiglia che finisce nel nome nascono generazioni giovani, meno condizionate dal passato, con nomi nuovi e un po’ di geni delle origini nel DNA.

2 commenti:

Mirko Rubini ha detto...

Analisi arguta come sempre.
Io però sono dell'idea che liberismo statalismo destra sinistra siano delle tendenze, se vuoi delle mode. E dove vanno queste tendenze, vanno allal ricerca dell'equilibrio perduto, quello che per ognuno di noi si trova un po più in la. Un purismo di statalismo sarebbe nocivo quanto un purismo di liberismo ... Il famoso liberismo selvaggio che porta al darwinismo sociale. Ogni eccesso di temdenza porta poi a sistemi innaturali che creano squilibri. Su questa terra devono vivere 7 miliardi di persone anche quelle tagliate fuori dalla meritocrazia perche immeritevoli. E se non le proteggi dai poù forti soccombono. Oggi dove la ricchezza é sempre più concnetrata nelle mani di pochi e la classe media scompare come neve al sole il liberismo selvaggio di Reagan e Tatcher è superato e sepolto magari tra 30 anni sarâ di nuovo attraente quando la scoietá avra premiato oltre ogni limite amche individui odiosi che non hanno voglia di contribuire alla collettivitá. ( come capitava 30 anni fa con i baby pensionati per esempio. )

Mario Mantovani ha detto...

Mirko, mi pare un po' forte definire "moda" il pensiero politico che, insieme al socialismo e al popolarismo cristiano, ha dominato la politica e l'economia negli ultimi due secoli. Che poi tatticamente al momento del voto i partiti propongano soluzioni ibride e gli elettori scelgano in base alla contingenza fa parte dei rispettivi ruoli