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29 dicembre 2014

Produttività italiana: il male oscuro


Potete prendere la fonte che preferite, il grafico di confronto della crescita della produttività italiana rispetto ai principali paesi sviluppati non sarà troppo diverso da questo a fianco.
Quando si parla di crescita di un paese non si può dimenticare quale ne siano le fonti fondamentali: l’aumento della popolazione e quello della produttività. Per un paese come l’Italia, la cui modesta crescita di popolazione dipende soltanto dall’immigrazione, è impossibile pensare di crescere senza una crescita della produttività. Come ogni indicatore macroeconomico la produttività si presta a numerose critiche ed è certamente frutto di convenzioni e approssimazioni; tuttavia si può prendere la “Produttività Totale dei Fattori (lavoro e capitale)” come fattore di riferimento, almeno in termini di crescita relativa rispetto ad altri paesi.
A partire dalla metà degli anni ’90 l’Italia sembra avere smarrito la via della crescita di produttività, a partire dal 2003 ha addirittura iniziato un declino non riscontrabile negli altri paesi.
Addentrandovi nelle spiegazioni potrete trovare numerose motivazioni, in generale legate a diverse variabili macro-economiche. Scartando le ipotesi (per la verità poco diffuse e per nulla rigorose) che imputano la causa al costo del lavoro e scartando la possibilità che tutto dipenda dalla scarsità di capitali, gli indizi più rilevanti si concentrano in tre aree:

1.  Investimenti in settori che generano strutturalmente minore valore aggiunto
Non si tratta tanto di confrontare i macro-settori “industria” e “terziario”, quanto di individuare al loro interno i segmenti più dinamici e redditizi. E’ certamente vero che in Italia il peso relativo di segmenti manifatturieri “tradizionali” (il tessile, le calzature) è più elevato che in altri paesi, ma è in parte controbilanciato dalla presenza di numerose aziende leader di nicchia, che producono ed esportano beni di lusso o di elevata sofisticazione tecnologica. Anche nel terziario si imputano i ritardi ai segmenti tradizionali (il commercio al dettaglio, la pubblica amministrazione, le utilities), ma è anche vero che proprio nel terziario si trovano molte aziende innovative.
La vera domanda tuttavia è: perché? Perché mai i capitali si indirizzerebbero in Italia verso settori poco redditizi, mentre in altri paesi si concentrano maggiormente in quelli che lo sono maggiormente? Non esistono significativi vincoli normativi, né barriere fisico – tecniche di qualche rilevanza.
In generale si imputa la colpa alla “carenza di politiche industriali”. Questa è l’eterna illusione statalista, che ritiene possibile ed auspicabile l’intervento pubblico diretto o indiretto nell’economia. Ma non è paradossale che tale “soluzione” sia invocata proprio in Italia, stante la lentezza notoria del nostro apparato pubblico, che interverrebbe in forte ritardo rispetto all’evoluzione dei mercati? In verità occorre chiedersi quali siano i settori che generano maggiore valore aggiunto: in linea generale sono quelli che incorporano più rapidamente i risultati di ricerche tecnologiche e quelli che si trasformano per l’emergere di nuovi modelli di business.
Nel primo caso è facile trovare i dati relativi agli scarsi investimenti in ricerca (sia pubblica che privata), ma siamo sicuri che si tratti della vera causa? Quando si approfondisce il punto emergono sempre la carenza principale nel trasferimento di know-how dalla ricerca all’azienda e il numero esiguo di aziende che fanno ricerca. Come mai? Colpa dell’Università? Eppure i nostri ricercatori vanno sempre più spesso all’estero, non trovando opportunità in Italia. E molti di loro ottengono ottimi risultati. E in ogni caso esiste molto know-how disponibile, anche in altri paesi, che potrebbe essere incorporato nelle nostre produzioni.
Nel caso dei modelli di business il cambiamento parte quasi sempre da una grande azienda o da una nuova azienda in forte crescita. In Italia queste aziende sono poche.
In entrambi i casi la piccola dimensione delle aziende italiane, e soprattutto la loro scarsa propensione alla crescita dimensionale, è più che un indizio.

2. Scarsi investimenti in ICT
Molti studiosi propendono per questa spiegazione: i principali incrementi di produttività si sono ottenuti grazie alla massiccia introduzione di tecnologie informatiche, che hanno consentito risparmi di personale, concentrazione di servizi, rapidità di decisione e azione. Il grafico che segue (percentuale di investimenti in ICT sul totale del capitale fisso non residenziale) sembra dar loro ragione:
Anche in questo caso la caduta italiana inizia nel 2001, senza peraltro aver beneficiato del picco di investimenti sperimentato da altri paesi nel quinquennio precedente. Se quindi pare essere stata identificata l’arma del delitto, manca tuttavia il movente. Non esistono limiti legislativi alla circolazione di hardware e software, né significative carenze di know-how. Chiunque operi nel settore ha sempre però riscontrato la peculiarità del nostro tessuto di aziende, molto sbilanciato verso quelle di piccola dimensione, in cui la rapida penetrazione di nuove tecnologie è più lenta e di portata inferiore.

3. Le piccole dimensioni
La terza area d’indagine affronta direttamente il tema delle dimensioni d’impresa. D’altra parte la distribuzione dell’occupazione in Italia presenta una ripartizione fortemente sbilanciata verso le piccole imprese, come mostra questo grafico, (distribuzione percentuale delle aziende, raggruppate per numero di dipendenti):

Occorre tuttavia dimostrare che le piccole imprese siano la fonte della crisi di produttività. Il grafico che segue parrebbe confermarlo. 

Sia nei comparti manifatturieri che in quelli dei servizi la produttività delle piccole aziende italiane è molto inferiore, mentre è addirittura superiore in quella delle grandi imprese. Ma anche in questo caso ciò che conta è la spiegazione. E’ vero in effetti che in Italia riescono a sopravvivere moltissime piccole imprese improduttive, tanto da compromettere il dato medio della categoria. In altri paesi la dimensione ha un peso fondamentale nella dinamica competitiva: il più grande vince e i piccoli per sopravvivere devono essere molto efficienti. La dimensione sembra contare di più che in Italia, accade così che possano sopravvivere anche grandi imprese relativamente inefficienti.
Ma il primo grafico si riferiva alla crescita della produttività, non al suo valore assoluto.

Tutti e tre i filoni d’indagine, e anche i numerosi altri non citati, sono efficaci nella rappresentazione, ma poco significativi nella ricerca delle cause reali. Sembrano tutti suggerire che in qualche modo la piccola dimensione sia la causa principale, ma questa è sempre stata una caratteristica del sistema italiano. Perché e da quando piccolo non è più bello? E perché, se così è, il mercato non riesce ad imporre un netto cambiamento di direzione? L’analisi che segue abbandona le variabili macro-economiche e utilizza invece alcuni esempi.

Mi pare infatti che questi possano spiegare in modo più diretto e intuitivo ciò che è accaduto e continua ad accadere. Con qualche possibilità in più di individuare le soluzioni.

La piccola impresa degli anni ’60-‘70

Prendiamo come primo esempio una piccola impresa di produzione, nata per iniziativa di un ex dipendente di un’azienda manifatturiera, che ha affittato un piccolo capannone, acquistato alcuni macchinari e assunto alcuni operai. Migliaia e migliaia di imprese sono nate così, sfruttando le conoscenze di settore e l’iniziativa di ex operai, divenuti imprenditori. Le ragioni del successo di queste imprese sono la loro flessibilità e la crescente domanda di beni, tipica dei paesi che escono dalla povertà e dalla guerra. La flessibilità è la ragione della loro nascita: rispetto ad un’organizzazione del lavoro connotata da crescente rigidità, con manodopera  a costo fisso, una piccola unità esterna riduce i rischi e gli investimenti del suo principale cliente, la grande azienda. La crescita della domanda di beni è la ragione della loro sopravvivenza, consentendo alle piccole aziende di diversificare i clienti e di mantenere quindi una saturazione elevata di impianti e manodopera. I costi di gestione di queste aziende sono molto limitati (un ragioniere per l’amministrazione o poco più), i costi infrastrutturali e gli investimenti per unità prodotta paragonabili a quelli della grande azienda. Il lavoro del novello imprenditore, e spesso della sua famiglia, dei suoi parenti e amici, il loro entusiasmo, l’impegno, le ore effettive di lavoro (spesso di giorno e di notte) fanno però la differenza. Nello schema ne vediamo gli effetti sulla produttività (in modo molto semplificato):


A parità di ore teoriche di lavoro remunerate, aumenta il valore aggiunto, ovvero la quantità di beni prodotti, e di conseguenza il profitto dell’imprenditore. Anche la grande impresa ottiene probabilmente benefici, esternalizzando quelle fasi produttive più difficilmente saturabili o che richiedono personale specializzato e flessibile.

Come secondo esempio prendiamo un negozio di alimentari, aperto da un neo-imprenditore in un quartiere di nuova costruzione. La comoda posizione, più vicina alle abitazioni rispetto a quella dei negozi presenti nei quartieri limitrofi, sorti in precedenza, consente al commerciante di attirare immediatamente la clientela e di mantenere prezzi simili o anche un po’ più elevati rispetto alla concorrenza. I suoi clienti in effetti risparmiano tempo e non sono costretti ad utilizzare l’auto per fare la spesa, sono quindi disposti a spendere qualcosa di più a fronte della comodità. La produttività di ciascun negozio è simile, a parità di dimensioni, di assortimento e di orari; peraltro le due ultime variabili sono regolate da norme e non sono quindi variabili concorrenziali. Ciascun negozio serve un bacino limitrofo e offre prodotti richiesti da una clientela abbastanza omogenea, più ricca in alcune zone e meno ricca in altri. Mano a mano che le città crescono, i nuovi negozi coprono i nuovi quartieri, con parametri di produttività simili a quelli dei negozi già esistenti. L’intuito commerciale e l’affidabilità consentono di scegliere le zone con una clientela con più alto potenziale di spesa, che è il vero motore di crescita della produttività per questi esercizi.

L’evoluzione degli anni ’80-‘90

Nel corso degli anni ’80 l’economia dei paesi sviluppati avvia una profonda trasformazione, favorita da una crescente circolazione di merci, persone e capitali. La grande impresa manifatturiera riorganizza la produzione, controlla e riduce i costi, adotta processi più efficienti, sviluppa i sistemi informativi, crea nuovi prodotti, articola l’organizzazione commerciale e il marketing. La piccola impresa del nostro esempio rinnova i macchinari, produce nuovi prodotti, per tenere il passo con una domanda sempre più esigente. Aumentano le regole e gli adempimenti, di natura amministrativa, fiscale, legale, ambientale; il fondatore comincia ad inserire in azienda la seconda generazione, ma deve comunque ricorrere ad esperti in diversi campi. Il vecchio ragioniere non basta più. Aumentano i dipendenti non direttamente impegnati nella produzione, ma soprattutto i collaboratori e i consulenti autonomi. Ritarda gli investimenti in sistemi informativi, i cui costi non sono del tutto proporzionali alla dimensione: esiste infatti una soglia d’ingresso, nell’acquisto di hardware e software, ma soprattutto nella gestione del progetto, non comprimibile. Poco alla volta la maggiore produttività della piccola impresa si erode e spesso inizia a diminuire:









Il nostro commerciante subisce invece la sfida dei supermercati, il cui modello è intrinsecamente più efficiente: grazie ai volumi acquistano a prezzi più bassi, le consegne maggiormente concentrate riducono i costi di trasporto, la maggior parte dei prodotti è a libero servizio, il personale operativo si dedica quasi esclusivamente al movimento delle merci e alle casse. Gli ampi parcheggi rendono accessibili le grandi strutture anche a chi non abita nelle vicinanze, l’ampiezza dell’assortimento e i prezzi inferiori attirano clientela da un bacino molto più vasto. Gli investimenti sono notevoli, è vero, ma i grandi volumi consentono di ammortizzarne il peso. Il nostro commerciante compete grazie al servizio e alla specializzazione, che gli consentono di vendere a prezzi un po’ più alti. Ma poco alla volta la sua clientela si riduce e soprattutto riduce gli acquisti presso di lui, aumentando contemporaneamente quelli al supermercato. La produttività del piccolo negozio inevitabilmente diminuisce.









Questi esempi molto semplificati non rendono tuttavia l’idea del progressivo blocco della produttività italiana. Pensate ora in scala nazionale e prendete ad esempio le transazioni commerciali che un tale sistema genera: contratti, trattative sui prezzi, sconti, fatturazioni, pagamenti, ritardi nei pagamenti. Immaginate quanto di tutto ciò scompaia, a parità di volumi, all’interno di poche grandi organizzazioni, con funzioni specializzate, i cui sistemi informativi riescono a gestire ampiezza e complessità dei movimenti. Allo stesso modo confrontate i flussi fisici ed immaginate la difficoltà di organizzare una logistica così frammentata tra innumerevoli punti di ritiro e di consegna. Ciascuna impresa deve poi redigere il bilancio, effettuare la dichiarazione dei redditi, ottenere autorizzazioni amministrative, effettuare controlli sanitari e ambientali. Mentre gli strumenti di gestione della dimensione e della complessità organizzativa diventano sempre più sofisticati, aumentano contemporaneamente gli adempimenti, difficilmente comprimibili in base alla dimensione d’impresa.
E’ il mercato che guida questa evoluzione, in modo peraltro simile in tutto l’occidente. Ma in Italia si aggiunge il rapporto di crescente complessità con la Pubblica Amministrazione, che non è un fattore marginale nella crescente difficoltà delle piccole imprese di tenere il passo con la produttività: l'incidenza dei costi per adempimenti amministrativi rispetto al totale dei costi aziendali diminuisce infatti fortemente all'aumentare della dimensione dell'impresa. In particolare, l'incidenza è massima (stimata nel 2000[1] in 1,7%) nelle imprese che si collocano nella classe 6-9 addetti ed è minima (0,2%) nelle imprese con più di 200 addetti.

Il nuovo millennio e l’evidenza della crisi di sistema

In linea teorica l’effetto di queste dinamiche avrebbe dovuto avere un esito scontato: il consolidamento delle aziende più grandi, la crescita e l’aggregazione di quelle medie, la forte riduzione di quelle piccole. Non è avvenuto.
Non è avvenuto perché gli imprenditori non prendono decisioni (solo) in base alla produttività. Nel caso italiano prevalgono altre variabili, di natura prevalentemente sociale, molto più comprensibili e più direttamente correlate alle decisioni.
Prima di giungere all’ondata di fallimenti e chiusure iniziata nel 2008, il tessuto produttivo e terziario italiano ha bruciato energie e risorse nella resistenza al cambiamento.
La piccola impresa manifatturiera del nostro esempio si è gradualmente spostata verso attività molto specifiche, in sub-fornitura, allontanandosi sempre di più dal mercato finale. In alternativa avrebbe dovuto investire non tanto in macchinari, quanto in competenze (commerciali, di marketing, di sviluppo e ingegneria di prodotto, di ricerca e sperimentazione di nuove tecniche e materiali). La scelta di concentrarsi è invece più congeniale all’imprenditore che pone il controllo, non soltanto societario, come priorità: come si è “fatto da solo”, così continua sostanzialmente da solo, non esce dalla “zona di controllo” in cui può decidere rapidamente, basandosi sulla sua esperienza.
Il negozio di alimentari vede ridursi i volumi, i ricavi e i margini; raggiunge con difficoltà il pareggio, anche riducendo al massimo il reddito dell’imprenditore. Pagare poche tasse è  sempre più difficile e rischioso e il valore dell’attività, in caso di cessione, tende a zero. Ma quali alternative può avere chi ha fatto questo lavoro per tutta la vita? E inoltre il commercio, quasi paradossalmente, continua a vedere nuove aperture: da parte di immigrati, ma anche di italiani che possiedono una cifra sufficiente ad aprire un negozio e sperare di indovinare il posizionamento, di offerta e di localizzazione. Spesso l’alternativa è la disoccupazione.
Avviene lo stesso anche per molte professionalità del terziario, che le grandi imprese, alla ricerca di efficienza e internazionalizzazione, non cercano in quantità sufficiente ad assorbire l’offerta. In assenza di servizi efficaci di orientamento e collocamento, la via del lavoro autonomo rimane più facilmente praticabile, specialmente se chi la sceglie ha spirito pratico e una rete di contatti.
In più, le imprese più grandi sono presenti nelle città più grandi. Chiudere la propria attività locale significa quindi, con molta probabilità, scegliere se trasferire la residenza o affrontare maggiori tempi di spostamento. In un paese in cui la proprietà dell’abitazione è molto diffusa può anche significare sobbarcarsi i costi aggiuntivi di un affitto o la difficoltà di una compravendita immobiliare. Per non dire della scarsa propensione ad abbandonare ambienti e stili tradizionale di vita: un imprenditore, anche piccolo, è spesso stimato e rispettato in un piccolo paese, il passaggio a lavoratore “salariato” può essere percepito come riduzione di status.
Si tratta di scelte sono guidate dalla ricerca di un reddito e da altre considerazioni sociali, non dalla produttività; rimangono quindi in gioco decine di migliaia di piccole aziende e di lavoratori autonomi, che formano mercati iper-segmentati e rendono particolarmente difficile e onerosa la crescita delle imprese più grandi, in molti settori. L’impresa grande, che vi dedica investimenti e organizzazione, deve infatti pianificare l’espansione e realizzarla in tempi rapidi e con costi prevedibili.

Nelle piccole imprese che sopravvivono è nel frattempo aumentato il peso economico della famiglia allargata nell’azienda, talvolta anche le spese improprie. Rendendosi conto che il business non genera più i profitti di un tempo l’imprenditore utilizza i capitali accumulati investendoli in altri settori: l’immobiliare, la finanza. Il risultato finale, in termine di reddito familiare, è spesso soddisfacente. Ma anche quando non lo è, risulta molto difficile trovare alternative migliori: il lavoro richiede profili con cultura internazionale, competenze specialistiche, propensione all’innovazione. Caratteristiche difficilmente presenti in chi “si è fatto da sé”, ma anche raramente identificate come prioritarie nell’educazione dei suoi figli, nell’illusione che quel modello di azienda familiare durasse per sempre.

E la Pubblica Amministrazione? Anche qui è la ricerca di un reddito che guida le scelte: sposandosi alla speculare ricerca di consenso politico evita di riformare gli uffici e genera, ovunque riesce, nuovi “posti” di lavoro. L’aumento risulta particolarmente accentuato proprio quando è ormai urgentissima l’inversione di tendenza, come mostra questo grafico[2] :












Produttività e redditi

Quando si parla di vincoli alla crescita di produttività del lavoro ci si concentra normalmente sulla legislazione del lavoro, in particolare su quelle regole che rendono più difficili le ristrutturazioni delle imprese. Si tratta di trovare un equilibrio, nel breve termine, tra la riduzione del personale (che consente un aumento di produttività) e la difesa del reddito di chi viene licenziato.
Il medesimo conflitto strutturale avviene tuttavia in modo meno evidente attraverso la resistenza di molte piccole imprese e monopersonali, ma è ben più difficile intervenire per via legislativa.  In teoria dovrebbe guidare il mercato e si tratterebbe quindi di eliminare qualunque ostacolo si oppone alla piena concorrenza, che finirebbe così per far prevalere le imprese più grandi.
In pratica però il sistema regolatorio esistente in Italia ha creato numerosissime situazioni di protezione e di difesa “di fatto” delle piccole imprese e il crollo di queste difese rischierebbe di generare effetti pesantissimi sui redditi di intere categorie.
Occorre quindi procedere facendo chiarezza, innanzi tutto, ed evitando di alimentare aspettative irrealistiche. Occorre soprattutto parlare di lavoro, di tutto il lavoro, non solo di quello dipendente.
D’altro canto si deve uscire dalla retorica della piccola impresa senza distruggere le forze imprenditoriali innovative e creative, gestendo invece la transizione, il consolidamento e la crescita dimensionale nei tanti settori tradizionalmente riservati al lavoro autonomo e alle imprese monopersonali.

Gli spunti proposti non hanno certamente la pretesa di riassumere in poche pagine le analisi approfondite esistenti e ancora da scrivere sul tema della produttività italiana. Cercano però di dare una chiave di lettura razionale e complessiva di un fenomeno, evidente quanto peculiare del nostro paese, favorendone l’approfondimento e la comprensione delle cause.
Per quanto sia necessario analizzarne e comprenderne le ragioni è tuttavia urgente intraprendere un percorso che consenta all’economia italiana di recuperare rapidamente competitività. L’unica alternativa è la decrescita. Infelice, ahimè.

Lungo queste linee si svilupperanno i prossimi due articoli, che di questo rappresentano il seguito ideale:
-   la scomparsa di lavoro autonomo e dipendente
-   dopo le PMI




[1] A.Panzeri - Impresa e Stato nr.53 – Camera di Commercio di Milano
[2] Imprese e burocrazia. Ottavo Rapporto Nazionale 2013 – Franco Angeli





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