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01 gennaio 2015

Produttività italiana: il male oscuro - appendice

Due lettori dell’articolo precedente (e già avere due lettori è di ottimo auspicio, visto l’illustre precedente di chi ne aveva 25) sostengono che al tavolo della produttività italiana sia seduto un convitato di pietra: l’innominabile moneta che ha infranto il nostro paradiso terrestre facendoci precipitare nell’inferno della “crisi”.
Potrei rispondere che semplicemente non c’entra nulla (altrimenti l’avrei menzionata). Potrei aggiungere che un tentativo per convincermi che le mie tesi siano errate o irrilevanti potrebbero pure farlo. 
Ma non credo che si accontenterebbero.

La prima vera risposta è ovvia e desumibile dal primo grafico, basta osservarne il tratto che va dal 1995 al 2002: la produttività italiana è rimasta stagnante, con tendenza a diminuire, mentre quella degli altri paesi presi a confronto aumentava.
“Ma dopo è proprio crollata, mentre quella tedesca si è impennata”. Ora, l’entrata in vigore dell’euro non è l’unico fattore economico degli ultimi 30 anni, abbiamo avuto eventi quali la riunificazione tedesca, la fine dell’URSS, la caduta della cortina di ferro, la crescita impetuosa di Cina, India e decine di altri paesi. E un fenomeno paragonabile alla rivoluzione industriale: la globalizzazione. E poi dicono che sia stata l’era della finanza: se non sono eventi di economia “reale” questi …
Nel 2001-02 dopo l’attentato delle torri gemelle (giusto per ricordare l’epoca, non sostengo che vi sia un nesso causale diretto) il settore terziario ha vissuto un periodo di crisi molto grave, dal quale per esempio il settore informatico e dei servizi di consulenza in Italia non si è mai davvero ripreso. E’ crollato per diversi mesi il fatturato del turismo e vi è stato un vistoso rallentamento nella crescita dell’economia dei servizi. Lo so che in molti sono convinti della marginalità di questi settori in Italia, ma l’industria manifatturiera pesava nel 2001 meno del 32% del PIL.
In Germania sono stati anni di crisi e di pesante ristrutturazione delle imprese, al termine dei quali, nel 2005, la produttività ha ripreso a crescere impetuosamente. Da noi si parlava di ripresa o ripresina, di Ulivo e di Polo.

La correlazione tra introduzione dell’Euro e la produttività italiana è già di per se debole, quindi, e quanto meno collocabile tra i tanti fattori che possono averla influenzata.
Vorrei però riprendere i medesimi esempi utilizzati nello scritto per evidenziare come sia in realtà quasi inesistente.
La premessa ovvia è che parlando di introduzione dell’Euro suppongo che i miei due lettori puntino il dito contro la fine della possibilità di effettuare svalutazioni della moneta, non di altro.
Partiamo dal negozio di alimentari, quello in competizione con il supermercato: entrambi servono il mercato interno in valuta nazionale e quindi, a seguito di un’ipotetica svalutazione, non vedono effetti apparenti nelle vendite e nel costo del lavoro. Aumentano invece i costi delle merci importate, che per effetto di ciò si riducono probabilmente in quota sul totale delle vendite. Poiché l’Italia importa gas e olio, è ipotizzabile che i costi dell’energia e dei trasporti aumentino. Il risultato è perciò una diminuzione, non eccessivamente marcata probabilmente, del valore aggiunto e di conseguenza, a parità di costo del lavoro e del capitale, della produttività. Parrebbero gioire i fautori dell’autarchia, ma in realtà aumenta notevolmente la probabilità che la catena dei supermercati sia acquisita da un gruppo estero, grazie alla nostra valuta debole.
In ogni caso, in termini di produttività, nulla cambia nella dinamica competitiva tra il grande e il piccolo e valgono quindi tutte le considerazioni già espresse.

Ma i due lettori pensavano evidentemente alla piccola impresa manifatturiera.
Per la parte di vendite in Italia valgono le considerazioni del supermercato, con l’aggravante che l’incidenza del costo dell’energia è più alto e che ad esso si deve sommare l’aumento del costo delle materie prime, quasi tutte d’importazione. Per non parlare del costo di acquisire know-how da altri paesi, voce probabilmente poco rilevante per questa piccola impresa.  E l’export?
Altra delusione in arrivo: le imprese italiane hanno continuato ad esportare, con trend quasi identico a quello delle tedesche (i volumi erano e sono inferiori, per questo la scala è ribassata). Nessuna correlazione con l’andamento della produttività, divergente nelle due economie. Anzi, l’impennata dell’export verso l’Eurozona avviene proprio in concomitanza con l’introduzione dell’Euro.

(grafico tratto da http://noisefromamerika.org/articolo/capire-questione-euro fonti FMI, World Bank ed Eurostat ) 

 “Dai Mantovani, non scherzare, intendevamo l’export extra UE …”

(fonte scenari economici.it)

Non male per un paese “in crisi”.

I miei irriducibili lettori sosterranno che tuttavia si poteva fare meglio e che a causa dell’Euro abbiamo perso un’occasione irripetibile di crescita e trasformazione del nostro sistema economico. Mi inducono quindi a riprendere uno degli esempi proposti, modificandone alcuni parametri.
Immaginiamo che di fianco a quella piccola impresa, che nel mio esempio era cresciuta proporzionalmente come quella grande, ve ne sia un’altra, del tutto simile per investimenti, costo del lavoro e produttività, che tuttavia opera prevalentemente sul mercato extra-UE, con prezzi in linea o un po’ più alti di quelli dei concorrenti. Questa azienda ha perso alcune commesse e non riesce a sfruttare in pieno la capacità produttiva. Ecco quindi come appare il confronto tra le due aziende in termini di produttività:



Ed ecco che, grazie a una bella svalutazione, il nostro imprenditore può ridurre i propri prezzi in modo significativo e acquisire nuove commesse, saturando al massimo gli impianti e assorbendo meglio i costi fissi grazie ai nuovi volumi:







Tralasciamo il fatto che contemporaneamente tutti i cittadini italiani siano diventati più poveri e siano aumentati per tutti i prezzi dei beni importati, i viaggi e gli investimenti all’estero etc. Il punto è però che questa “strategia” nazionale non è una prerogativa permessa alla sola Italia. Può essere facilmente praticata da tutti e soprattutto si accoppia nel tempo con la sua speculare strategia difensiva: quella dei dazi all’importazione. Inoltre è una misura temporanea, che provoca l’aumento dell’inflazione, vanificandone gli effetti in pochi anni. Se praticata da molti stati provoca una generale riduzione dei flussi commerciali internazionali.
C’è poi un’ulteriore differenza con gli anni ’80: tra i paesi produttori ed esportatori ci sono Cina, India, Brasile a tanti altri in cui il costo del lavoro è molto basso, competere sul prezzo è molto più difficile. In una guerra di prezzi quali paesi possono essere favoriti? Quelli con un grande mercato interno e quelli che detengono la materie prime strategiche. L’Italia non è tra questi.
E in definitiva, che senso ha parlare di competizione “tra stati” ? La competizione (come anche la collaborazione per fortuna) è tra le imprese e quindi, in fondo, tra le persone.
Ma allora perché questa tesi della sovranità monetaria riscuote consenso? Perché è una soluzione esterna all’azienda, che ne riduce le responsabilità. Piace a coloro (e non sono pochi in Italia) che a parole sono antistatalisti ma in realtà chiedono che lo stato “risolva i problemi”. In modo diretto: stampando moneta per chi non ha denaro, erogando credito se le banche trovano poco redditizio farlo, creando posti di lavoro pubblici per contrastare la disoccupazione e appunto svalutando la moneta se alcuni imprenditori trovano rischioso, faticoso e difficile aumentare la produttività nelle loro aziende.

Alla fine devo però ringraziare i miei due lettori, che in fondo portano ulteriori argomenti alle mie tesi:
1.       la crescita dimensionale è anche per loro necessaria per aumentare la produttività. Con una moneta forte la crescita per acquisizioni e investimenti esteri è molto facilitata, la crescita può quindi essere accelerata a patto di disporre delle competenze e dei capitali necessari, difficilmente reperibili nella sola famiglia dell’imprenditore;
2.      negli anni ’80-’90 la mancata crescita della produttività nel nostro paese può essere stata parzialmente “coperta” proprio dalla politica di cambio debole, che ha consentito a tante piccole aziende di illudersi che la domanda “facile” potesse esistere all’infinito.

Ad ogni buon conto questa è storia e si tratta ora di trovare la via d’uscita. E non è quella di mettere la testa sotto la sabbia, chiedendo aiuto al “babbo stato”. Non possiamo dimenticare che sono italiani anche coloro che hanno ristrutturato e fatto crescere le imprese di successo nell’ultimo decennio, non solo quelli che faticano ad accettare la sfida della crescita di produttività.