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17 marzo 2015

PMI addio

Nell'articolo precedente “Produttività italiana: il male oscuro” ho provato a ricostruire la notevole serie di recenti insuccessi dell’economia italiana, collegandoli alla caratteristica dimensionale delle sue imprese, di quelle piccole in particolare.
La dimensione tuttavia è solo un elemento, osservabile come dato di fatto in un quadro macro-economico e certamente correlato alla crescita, ma insufficiente a descrivere in modo univoco il “carattere” di un’impresa. Lo sanno tutti, anche in Italia.
Eppure abbiamo utilizzato l’acronimo PMI (Piccole e Medie Imprese) come un diluvio, che ha riempito le nostre leggi, i discorsi dei politici e degli economisti, i giornali e i telegiornali, i convegni e le chiacchiere nei bar. E’ diventato il simbolo della nostra economia, ha sostituito di fatto lo stellone come simbolo della nostra Repubblica. Le aziende italiane “sono le PMI”, le altre sono “le multinazionali”, anche quando hanno management e personale italianissimi. Se il quartier generale è in Italia allora si aggiunge “tascabili”.
Le PMI sono sempre oggetto di attenzioni, cure e protezioni (a parole) da parte dei politici. D’altronde sono del tutto prevalenti nel censimento delle imprese italiane: su 4,4 mil. le micro-imprese (meno di 10 dipendenti) sono addirittura 4,1 mil.; le vere e proprie piccole e medie imprese (da 11 a 249 addetti) sono poco più di 200.000; le grandi (con più di 250 dipendenti) sono soltanto 3.400 [1].

Il numero incredibilmente alto sul totale dovrebbe di per sé far riflettere: che significato ha metterle tutte insieme, in un grande unico calderone?
L’identificazione dell’Italia con queste tre lettere “PMI”, che rappresentano solo una variabile statistica, non è una semplificazione di analisi economica: è una banalizzazione.
Sarebbe come se parlando di poesia ci definissimo “il popolo degli EDS (endecasillabi)” o di turismo “il popolo dell’H2O” visto che siamo circondati da mari e laghi e fiumi abbondano.
Per queste ragioni credo si debba eliminare dal vocabolario corrente il termine “PMI”.

Eliminiamolo da tutte le leggi e da tutti i discorsi politici. Lasciamolo agli economisti e agli statistici, che non avranno difficoltà a trovare mille modi diversi per classificarle. Un po’ alla volta il termine sparirà anche dai giornali, dai talk show e dai bar.
Squarciato così il velo d’ipocrisia e pressapochismo che le ricopre, potremo finalmente guardare in faccia la realtà e forse immaginare qualche soluzione alla crisi di crescita del nostro paese.

LE GIOVANI IMPRESE

Partiamo dalle imprese che sono piccole per età, quelle nate da poco. Qui ci viene in aiuto, ma fino a un certo punto, una definizione altrettanto onnipresente: le “start-up”.
Il termine rimanda, nell’immaginario comune, ad iniziative fortemente innovative, spesso fantasiose, sviluppate da giovani e basate su tecnologie informatiche. Un tipo di start-up di cui abbiamo certamente bisogno, ma che non rappresenta la totalità delle giovani imprese né, da solo, può innescare una crescita solida e costante. Non è un mistero che le aree del mondo in cui nascono più giovani società di questo tipo vedano una forte presenza di investimenti in settori quali la difesa, l’aerospaziale, la farmaceutica. E in generale è un tessuto economico fortemente orientato a sperimentare novità, che favorisce la nascita e la crescita di nuove imprese.
Utilizzando il parametro TEA (Total early stage Entrepreneurial Activity Rate) la situazione critica dell’Italia appare evidente: è fortemente distanziata dagli USA, Olanda e UK, ma anche notevolmente al di sotto di Germania e Francia. L’indicatore, che rappresenta la percentuale della popolazione adulta proprietaria, comproprietaria o manager di un’impresa nascente (col.b, con meno di 3 mesi di vita) o di una nuova impresa (col.c, da 3 a 42 mesi di vita)[2], evidenzia inoltre le ragioni che spingono ad avviare una nuova impresa in Italia: ragioni soprattutto “difensive”, legate all’assenza di altre opportunità di lavoro o di reddito, e molto meno all’opportunità di migliorare la propria condizione e il reddito, pur disponendone già in misura soddisfacente (solo il 22,3% dei nuovi imprenditori, dato incredibilmente basso).




La fase della nascita di una nuova impresa è importante, è fondamentale, in tutti i settori, sia in quelli più vicini alla ricerca, che in quelli più consolidati; il potenziale di trasformazione nei settori “tradizionali”, nei servizi in particolare, è notevole. Ed è nella creazione di una nuova impresa che è davvero fondamentale il ruolo dell’imprenditore, di quel soggetto cioè che aggrega e organizza risorse umane, tecnologiche, economiche e relazionali per creare un nuovo “cocktail”. Il termine di imprenditore si riferisce propriamente a questi soggetti.
Ma far nascere nuove imprese, non solo nei settori delle nuove tecnologie, appare … un’impresa, in Italia. Una fatica, un percorso pieno d’insidie, di costi e di rischi, con scarse prospettive e in un ambiente economico disponibile a darti un premio simbolico fino a quando non fatturi un Euro, ma nessuna commessa pubblica o privata e nessun aiuto per crescere. Anche per queste ragioni i nuovi imprenditori italiani sono più spaventati di fallire rispetto a quelli di altri paesi:



E’ vero che qualcosa si è mosso anche nella normativa, in particolare grazie ad un gruppo di lavoro voluto dall'ex-ministro Corrado Passera (vedi cantierecrescita.gov.it), per provare a ridurre i vincoli all'avviamento di una nuova attività e quelli di gestione di un eventuale fallimento.
E’ tuttavia un’opera che va ripresa e completata. Per fare un esempio: non sono un appassionato di sussidi pubblici all'imprenditoria, che creano quasi sempre distorsioni concorrenziali, senza risultati apprezzabili, credo però che i pochi realmente utili si possano concentrare sulle giovani imprese.
Dove si parla quindi di sussidi e facilitazioni sostituiamo il termine PMI con “Giovani Imprese”, quelle fondate da non oltre 3-5 anni (dipende dai settori) e realmente nuove, non semplicemente rinnovate nella ragione sociale.
Inoltre non basta far nascere nuove imprese, occorre farle crescere. In Italia è questo il passaggio più critico e più ignorato: dalla start-up si passa nel mare magnum delle PMI. Dopo 3-5 anni di vita invece l’impresa è nella fase più importante e potenzialmente feconda della sua vita: se è ancora attiva significa che ha superato il primo fondamentale test di mercato, ma deve comprendere che destino la attende. Semplificando può avere:
  1. un potenziale di crescita significativo, che richiede investimenti in capitali e management;
  2. un risultato (prodotto, servizio, know-how) che genera valore, ma è in grado di crescere soltanto aggregandosi ad altre componenti;
  3. un modesto potenziale evolutivo, benché sia in grado di generare un reddito per il/i fondatore/i.
Alle giovani imprese serve un esame di maturità. Volontario, trasparente, affidato alle organizzazioni imprenditoriali e manageriali, alle università, ai centri di ricerca. L’impresa deve uscire dall'esame con un rating, spendibile per ottenere finanziamenti, per cercare partner e investitori, o invece per avviare un percorso di realizzo.
Chi decide di non sottoporsi all'esame viene collocato al gradino inferiore di rating.
Con l’esame di maturità l’impresa esce dalla gioventù. Il fondatore può decidere se continuare ad essere socio di capitale, manager o entrambi. Se sceglie quest’ultima via dovrà affrontare le inevitabili difficoltà di questo doppio ruolo ed essere sottoposto alle distinte discipline tipiche dell’una e dell’altra figura. Ma se è un vero “imprenditore”  non rimarrà troppo a lungo attaccato alla sua creatura, troverà presto una nuova sfida sulla quale mettere a frutto le sue migliori caratteristiche: quelle del fondatore di giovani aziende.

LE PICCOLE / GRANDI IMPRESE

Non sono le multinazionali tascabili. Sono imprese, o più spesso semplicemente entità legali, che pur avendo dimensioni modeste fanno parte dei grandi gruppi. Rappresentano una modalità organizzativa, non ha senso per loro parlare di crescita. Possono crescere o decrescere per effetto delle politiche del gruppo al quale appartengono ed è questo nel suo insieme che crescerà o meno.
Non si tratta soltanto di entità legali controllate direttamente o indirettamente: sono anche società costituite da soggetti indipendenti, o comunque formalmente distinti, ma che operano totalmente o quasi esclusivamente per un grande gruppo.
Non servono normative particolari per queste imprese, salvo quelle che favoriscono la trasparenza dei risultati e la distribuzioni degli utili, per evitare che l’autonomia societaria generi effetti distorsivi.
Di sicuro non ha senso chiamarle PMI.

LE IMPRESE di NICCHIA
Non conta tanto la dimensione assoluta, quanto quella relativa. Nei settori di nicchia, di modesta dimensione globale, è del tutto possibile che le posizioni di leadership siamo occupate da poche imprese, molto specializzate, di piccole dimensioni.
Se la nicchia è profittevole e difendibile vi opereranno per un periodo anche lungo, pur non potendo crescere in modo significativo. In alcuni casi la nicchia è determinata da specifiche normative, che restringono artificialmente il campo della concorrenza, ma si tratta di monopoli naturali o di patologie del sistema.
Sono PMI? Devono godere di normative speciali? E’ vero che, se per qualche ragione dovessero chiudere, difficilmente potranno essere rimpiazzate da soggetti diversi dai concorrenti diretti.
L’unica attenzione speciale dovrebbe quindi essere riservata alle procedure di gestione delle eventuali crisi di queste imprese, favorendone la continuità operativa, indipendentemente dalle dimensioni, gli investimenti per il rilancio e l’ingresso di una nuova compagine sociale.


LE AUTO-IMPRESE

L’ISTAT le definisce micro-imprese e come abbiamo visto sono oltre 4 milioni, circa il 95% del totale.
Il fatto è che le attuali definizioni del lavoro rendono estremamente opaca la rappresentazione di quello svolto presso organizzazioni in cui lavoratore è socio o addirittura unico proprietario: piccole imprese, nella forma di società di persone o di capitali, anche ditte individuali.
In questi casi la funzione dell’imprenditore si risolve nell’aggregazione e organizzazione del proprio lavoro e dei propri mezzi, al più quelli di qualche amico o parente, molto diversa rispetto a quella descritta parlando di giovani imprese.
Il caso limite è quello del lavoratore singolo, con attività rivolta al pubblico: il piccolo artigiano o commerciante per esempio. Un caso estremamente diffuso: circa 2,4 mil. di imprese hanno un solo addetto.
E’ evidente che la dimensione di lavoro è del tutto prevalente, la conservazione del medesimo  e le logiche difensive sono molto simili a quelle del c.d. “lavoro dipendente”. E’ comprensibile quindi che queste categorie si organizzino e aggreghino con forme che ricordano, nella fase rivendicativa, quelle dei sindacati di operai e impiegati.
Anche le norme dovrebbero tenerne conto, avvicinandosi a quelle che regolano il lavoro, semplificando gli adempimenti e non equiparandoli a quelli riservati a organizzazioni con un minimo di articolazione.
Delle auto-imprese si dovrebbe quindi parlare nell’ambito della norme sul lavoro, superando la distinzione obsoleta tra lavoro “autonomo” e “dipendente”.

LE PMI "RESTO del MONDO"

Rimangono infine moltissime altre imprese, la cui piccola dimensione è una variabile statistica e nulla più. Ve ne sono di ogni tipo: imprese antiche e legate a una famiglia, a un luogo, a un prodotto, imprese nane, il cui potenziale di crescita si è esaurito nel tempo, imprese che rinascono da una ristrutturazione, che operano in un piccolo segmento di filiera. Imprese spesso familiari o costituite da soci ormai anziani.
Alcune di queste sono organizzate come quelle più grandi, solo un po’ più semplicemente, hanno manager, spesso meno pagati rispetto a quelli dei colossi, competono apertamente nei loro mercati, vengono cedute, fanno investimenti, innovano.
All’estremo opposto si trovano quelle imprese organizzate in base ai rapporti di fiducia stabiliti dalla proprietà, che ne effettua direttamente la gestione; talvolta il loro successo dipende da relazioni specifiche con enti pubblici o privati, da concessioni o da situazioni che di fatto limitano la concorrenza; in generale vivono quanto i loro fondatori (o al massimo i primi eredi) e tendono più a conservare che a innovare.
Imprese redditizie o quasi fallite, stabili o perennemente in bilico, senza debiti o troppo indebitate: ve ne sono di ogni tipo e sono la concreta rappresentazione del mercato, in una società libera.
Hanno necessità di norme e azioni speciali? A mio parere, no. Devono affrontare la concorrenza come tutte le altre, anche più grandi, con le stesse regole. Logico che prevalgano le grandi, dove servono capitali, investimenti, economie di scala; prevarranno le piccole dopo la crisi di una grande impresa, nei mercati più frammentati, nei casi in cui singole persone eccellenti possono fare la differenza.
Non servono leggi specifiche, oltre a quelle che regolano la concorrenza. Non c’è un mix necessariamente migliore tra grandi e piccole e comunque è il mercato che lo determina.

RIPRENDERE LA CRESCITA

La crescita non dipende dai “modelli” d’impresa, né vanno in crisi “i modelli”.
Vanno in crisi le singole imprese e, se le regole di mercato non funzionano, non vengono sostituite da altre imprese più nuove, o più efficienti, o più grandi, o un mix di queste caratteristiche.
Per riprendere la crescita occorre quindi agire lungo alcune direttrici:
  1. delegificare, togliere lo strato di polvere e di norme che hanno cercato di rappresentare l’Italia come “la patria delle PMI”, nonché di quelle che proteggono monopoli e oligopoli in molti settori, senza reale utilità per la comunità;
  2. destinare risorse umane e finanziarie alle sole fasi di nascita e di crescita delle imprese realmente nuove, orientandole alla crescita o al consolidamento, secondo il potenziale, minimizzando i costi dell’insuccesso;
  3. avviare un piano consistente di investimenti pubblici nelle infrastrutture e in alcuni settori strategici (spazio, difesa), con una logica di ritorno economico nel lungo periodo e di creazione di filiere d’eccellenza, fatte d’imprese giovani e innovative;
  4. liberare dal quasi-monopolio pubblico alcuni grandi settori strategici, come ad esempio la scuola e la sanità, consentendo la nascita di imprese competitive e innovative;
  5. difendere efficacemente le poche imprese “non sostituibili” in fase di crisi, separando nettamente gli interessi comuni da quelli della proprietà e del management;
  6.  ricondurre le norme relative alle auto-imprese nell'ambito della normativa del lavoro; rendere questa dimensione normativamente prevalente per le micro-imprese;
  7. introdurre sistemi di politiche attive (sussidi alla disoccupazione condizionati alla riqualificazione e alla ricerca di nuove opportunità) disegnati espressamente per le auto-imprese e per le micro-imprese.

Sette direttrici che implicano altrettanti cambiamenti epocali, un mix in grado di provocare uno shock rapido e straordinariamente intenso nell’economia italiana.
Ma la crescita italiana non ripartirà sulla sola base di nuove leggi, o anche solo di meno leggi. Ripartirà dal coraggio, dalla consapevolezza di operare in un mercato domestico di dimensione europea e in un mercato estero globale; dalla conoscenza e dalla specializzazione, dalla distinzione tra management e investitori, dall’utilizzo intelligente degli strumenti finanziari, dalla crescita di cultura tecnica, aziendale, creativa e organizzativa.
Ripartirà da una nuova cultura d’impresa: basata su impegno e passione, come nella nostra tradizione migliore, ma anche su know-how, coraggio e visione globale, virtù non adeguatamente valorizzate nel nostro paese.
Ripartirà solo accettando una forte discontinuità con il passato, economico e politico, non illudendosi che finisca la “crisi”; quella che chiamiamo crisi è soltanto il risveglio alla realtà.
Ripartirà da noi: da quelli che otto anni fa si chiedevano come quest’Italia potesse sopravvivere a se stessa, da quelli che da allora hanno compreso il cambiamento irreversibile e da quelli che, con fatica e coraggio,  si accingono ora ad abbandonare le illusioni e a diffidare delle scorciatoie.



[1] ISTAT – Rapporto “Struttura e competitività delle imprese” anno 2012
[2] Rapporto Unioncamere “Giovani, imprese e lavoro” 2013

4 commenti:

Pierluigi Reschiglian ha detto...

Sulle -- Giovani Imprese --

Interessante, ho messo su Facebook Stem Sel, condivido l'analisi sulle startup, qualche dubbio ce l'ho sul rating. Sono diffidente nei confronti dei "parametri oggettivi di valutazione" (rank). Lo sono nei confronti del ranking accademico, e pure del ranking aziendale soprattutto se applicato alle startup.
Chi ranka una startup e soprattutto con quali parametri? Puo' bastare la classica redditivita' lorda che si usa per rankare le aziende gia' un po' mature? No. E la "valorizzazione" dell'azienda? Anche questo e' insufficiente o "loosely typed". Come rankare una startup e' oggetto di studio da parte di eminenti colleghi ricercatori universitari e no e aziende di rank nazionali ed internazionali. Io non saprei ancora dare una risposta.

Quanto al fatto che il punto non sia tanto favorire la nascita delle startup ma favorirne la crescita riducendo la mortalita', sono assolutamente d'accordo.
Il punto e' come. Certamente sarebbe da adottare una politica di forte agevolazione fiscale. Che serve poco o niente ad una startup appena nata, ma serve quando inizia a fatturare e dover reinvestire per crescere. A quel punto serve una agevolazione fiscale! UK ha una imposta sul reddito di impresa delle startup pari al 20% e in caso di vendita di prodotti con brevetti, il 10%! Siamo lontani anni luce. Poi servirebbero azioni per favorire i piani di sviluppo, dalla finanza agevolata ad agevolazioni sul work for equity, in modo da fare entrare manager piu' facilmente e piu' convenientemente per loro. Sono convinto che la principale causa di mortalita' delle startup sia nella debolezza del loro piano di mercato e di sviluppo in generale, perche' la base di partenza ha poco o niente capacita' manageriali. Se si ha un buon piano di sviluppo la finanza poi si trova, in Italia o altrove. Gli investitori non sono stupidi, ma nemmeno benefattori.

Pierluigi Reschiglian
Presidente/AD
Stem Sel Srl, Bologna

ps: sono anche io un baby boomer, nato nel 60!

Pierluigi Reschiglian ha detto...
Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.
Mario Mantovani ha detto...

Molte grazie per il commento, mi fa piacere che un "addetto ai lavori" ne condivida in buona parte i contenuti. Quanto al rating io sono sempre favorevole a misurare, se ciò avviene in modo trasparente. La trasparenza include anche la pubblicazione dei componenti della giuria e la dichiarazione dei criteri utilizzati. Un rating non è un giudizio inappellabile, ma un parere, sempre parziale e "di parte". Meglio di niente però.
Con Manageritalia stiamo sviluppando una proposta di legge che favorisca il reinvestimento da parte dei manager delle indennità in uscita in capitale di start-up, concordando sul fatto che la debolezza nasca proprio dalla carenza di strumenti manageriali. Approfondiamo presto !

Pierluigi Reschiglian ha detto...

Per fortuna o purtroppo l'offerta di manager oggi è piuttosto alta, e ne ho conosciuti di diversi che penserebbero ad una "second life" come imprenditori di startup.
Ottima idea quindi quella di favorire un reinvestimento delle indennita' di uscita dei manager in VC per startup in crescita, anche se gia' uscite dal periodo limitato di "startup innovative", durante il quale gli investitori di VC, sia come persone fisiche che giuridiche, godono gia' di agevolazioni.