Follow by Email

18 settembre 2018

Sovranismo: un colpo di coda?


Con l'occhio dell'attualità l'onda sembra il preludio inarrestabile al ritorno dei vecchi stati europei indipendenti, definiti "sovrani" nel gergo ottocentesco di una restaurazione che ama definirsi "di popolo".

Oltre alla Brexit e accanto ai governi apertamente ostili all'Unione portano vento alle vele sovraniste anche la presidenza francese, tradizionalmente e fieramente nazionalista e la leadership tedesca, incapace di rendere universale e dissimulare il carattere nazional-culturale delle proprie virtù.


Non tutte le onde vincenti hanno però la stessa durata e persistenza, occorre quindi dimenticare un po' l'attualità e comprendere come e perché si sono formate.
In questi giorni si moltiplicano le analisi, anche utili, degli errori commessi dai sostenitori di un'Europa unita, solidale, integrata, aperta ai movimenti di persone, capitali, merci e servizi. Le tragedie che hanno devastato l'Europa nella prima metà del secolo scorso sono ormai nei libri di storia e gli eventi che vi hanno condotto sono considerati troppo lontani per essere ripetibili.
Sono analisi motivate e spesso corrette, ma costruite come se l’europeismo dovesse sfidare un modello alternativo. L'onda sovranista non invece è sostenuta da motivazioni profonde, non ha un progetto di futuro, non dà vita un nuovo modello sociale ed economico in gestazione.
Non è quindi impensabile che il sovranismo sia l'ultimo colpo di coda di un modello decrepito di stato nazionale, reso anacronistico dai profondi cambiamenti intervenuti nei secoli da quando è stato concepito.



La globalizzazione è certamente frutto di una scelta storica, prevalentemente avviata da leader economici e finanziari americani, ma è alimentata e abilitata da strumenti di comunicazione e di trasporto che hanno mutato in modo irreversibile la geografia del globo. Non è un’idea imposta con la forza, è cresciuta con l’adesione convinta e interessata di milioni persone, anche nel nostro continente. Idee e conoscenze non si spostano più soltanto con mezzi fisici (persone e libri) ed è sempre più difficile bloccarne la diffusione. La trasformazione avvenuta nel corso della mia generazione è molto profonda: l'orizzonte di conoscenza e di mobilità è straordinariamente più ampio per miliardi di persone, limitate fino a 40 anni fa dall'assenza di strumenti e infrastrutture veloci. E non dobbiamo dimenticare che la dimensione nazionale già ha rappresentato, almeno in Europa, un movimento aggregativo, fortemente accelerato nella seconda metà dell'800, di territori precedentemente amministrati in modo separato, che tuttora conservano identità distinte, mai abbandonate.



Con gli occhi della storia, della scienza, dell’economia e della geografia gli stati europei, e in particolare quelli maggiori, hanno una dimensione media difficilmente sostenibile in prospettiva. Possono fornire solo risposte mediocri alle grandi domande dei nostri tempi: la trasformazione del lavoro e la localizzazione più volatile dei centri di sviluppo economico si manifestano su scala globale, i flussi di scambio delle merci e di circolazione dei capitali richiedono sistemi regolatori di ampia dimensione, la conoscenza e le informazioni, vere e false, circolano con estrema facilità attraverso reti globalmente integrate. Lo stato nazionale può aspirare a essere un baluardo, insufficiente e temporaneo, contro fenomeni sgraditi e difficili da gestire (la migrazione di poveri), ma non possiede dimensioni e mezzi sufficienti per'incidere sui problemi profondi. Uno sceriffo di Nottingham. Chi parla di Europa e di globalizzazione come fenomeni lontani vuole nascondere la loro presenza quotidiana, pervasiva e difficilmente reversibile. I beni e i servizi che utilizziamo, la struttura delle nostre imprese, grandi e piccole, la cultura, l'uso del tempo libero non hanno confini nazionali e sono fortemente europei, anche quando non ce ne accorgiamo.
E chi vuole ripristinare la sovranità statale non si rende conto che anche l'esercizio dei poteri fiscali è ormai messo in crisi da un numero crescente di servizi non territoriali?
Certo, esiste sempre la possibilità di una scelta d'isolamento, che farebbe sprofondare il nostro, come gli altri paesi europei, in un limbo oggi riservato ai pochissimi paesi che storicamente vi sono rimasti intrappolati.

Sarebbe errato e anche inutile cercare di riconoscere caratteri strutturali ed epocali alle logiche del sovranismo. Questo nasce come una sorta di "anticorpo" e non a caso incorpora toni e posizionamento tipicamente “reazionari”, spesso descritti come tipici della destra (concetto più ampio e meno preciso, utile oggi soltanto, come la sinistra, a far sventolare bandiere in piazza). E’ accaduto spesso nella storia che un cambiamento profondo e continuativo abbia a un certo punto rallentato, scoprendo debolezze e deviazioni rispetto agli obiettivi fondamentali: quello è il momento in cui prendono il sopravvento gli anticorpi, che cercano di riportare a un ipotetico stato precedente il corpo sociale. Ovviamente è impossibile, ma il corso degli eventi futuri può esserne temporaneamente modificato, con effetti sulle persone e sui territori.
Il sovranismo può essere uno di questi colpi di coda della storia, dopo il quale i suoi argomenti finiranno in archivio. Ma l'esito non è determinabile, né scontato.



I punti deboli del globalismo e del progressismo

Il processo di globalizzazione ha raggiunto risultati molto ampi in campo economico, finanziario e culturale, ma non altrettanto in campo sociale, anche per l’assenza di un modello di governance globale. Occorre quindi che il conflitto, informale e strisciante, tra le entità già globalizzate e sempre meno territoriali (aziende, ONG, social network movimenti culturali) e i baluardi del potere tradizionale (gli stati) trovi un punto d'equilibrio. La chiave sta nell'individuare una dimensione sostenibile, nella quale attivare meccanismi di controllo e protezione, quando necessario, senza generare effetti devastanti sulla vita quotidiana di milioni di persone. USA e Cina sembrano avere già identificato questa prospettiva e si organizzano, con differenze anche profonde di premesse, strumenti e gradi di libertà, per rendere sostenibili e autosufficienti i rispettivi sistemi. La Russia ha la medesima velleità, ma è molto più limitata e debole nelle variabili fondamentali.
Per il resto del mondo la scelta è tra cercare uno spazio all'interno di uno dei due / tre sistemi globali o costruire un'entità in grado di replicarne meccanismi  e dimensioni, per poter affrontare in modo meno squilibrato gli altri grandi attori globali, statali e non.



Potremmo definire questo modello "globalizzazione macro-regionale", con tutti i caratteri della globalizzazione all'interno delle macro-regioni e flussi consistenti, ma più precisamente regolati e controllati, tra le macro-regioni.
Non c'è alcun futuro per gli stati di media taglia, sia europei che non europei. Paradossalmente sono avvantaggiati gli stati più piccoli (es. Svizzera, Lussemburgo, Norvegia) più omogenei, meno popolati, da più tempo abituati a occupare nicchie sostenibili. I sovranisti italiani, francesi, tedeschi, inglesi, polacchi, ungheresi, specialmente se riuscissero a bloccare i processi d'integrazione e a recuperare la "sovranità" della moneta e degli accordi commerciali, si scoprirebbero molto piccoli sulla scena mondiale (lo sta dimostrando in questi giorni la Turchia). Se cercassero di sviluppare politiche di nicchia si vedrebbero rubare la scena dalle loro stesse regioni interne, quelle forti in grado di competere e quelli deboli che rischierebbero di sprofondare. Ciò che unisce i sovranisti dei diversi paesi europei è la lotta contro il comune nemico, l'Unione Europea, ma se raggiungessero l'obiettivo o ne conquistassero le leve esploderebbero immediatamente tutte le differenze e i contrasti nazionalisti.

Purtroppo l'Unione Europea non è ancora avviata con decisione verso un ruolo definito in questo scenario: benché sia il caso più avanzato e indipendente d'aggregazione (il mondo arabo è molto più diviso, nelle Americhe il ruolo degli USA è preponderante, nel sud est asiatico lo è quello della Cina, mentre India e Australia non mostrano capacità aggregativa e in Africa non emergono leadership unificanti) ha decisamente frenato il processo di unificazione proprio nel momento più critico.
Questo rallentamento è la maggiore debolezza, che consente ai sovranisti d'attaccare strutture come l'Euro o le regole di bilancio. Hanno avuto anni per preparare il terreno, senza dover inseguire novità derivanti da maggiore integrazione in ambiti anche diversi da quello economico (che, va ricordato, è normalmente più fonte di preoccupazioni che di gioie per chi va a votare). Se in breve tempo il campo delle proposte di sviluppo dell'Unione si popolasse di nuove idee nella Difesa, nello Sport, nell'Educazione, nella realizzazione d'infrastrutture, il campo oggi dominato dai sovranisti tenderebbe a disperdersi tra favorevoli e contrari, nei diversi ambiti. Rimarrebbero i soliti duri e puri, ma solo con quelli nessuno vince le elezioni.

Il secondo punto di debolezza in cui s'inseriscono i partiti sovranisti è legato al disprezzo verso gli aspetti sociali della tradizione, portato come una bandiera dai progressisti. Un'idea tutt'altro che scontata di progresso vede marciare insieme l'evoluzione della società con quella della conoscenza, della tecnica e dell'economia. Ora è difficile negarne i legami e rifiutarsi d'individuare alcune direzioni evolutive delle civiltà umane, ma una semplificazione eccessiva, alimentata dal sottile desiderio di sciogliere vincoli morali e sociali un po' faticosi, ha portato grande parte della cultura sia di sinistra che liberale a propugnare l'abbandono di modelli sociali fortemente radicati e storicizzati. L'idea che la religione sia solo una forma superstiziosa e un sistema di potere, che la sessualità sia del tutto avulsa dalle motivazioni riproduttive, che i legami familiari si possano indebolire senza danno, ha molti sostenitori ma anche altrettanti detrattori. E sarebbe sbagliato credere che i primi rappresentino il futuro e i secondi il passato: si tratta di un vero e profondo conflitto tra visioni del mondo, per ora molto interno alla civiltà occidentale, che potrà trovare in futuro nuove sintesi ma che oggi, e io credo ancora per lungo tempo, dobbiamo abituarci a gestire.
Anche in questo caso la politica dei sovranisti-restauratori è senza prospettiva e il ritorno al passato è impossibile: le loro stesse schiere finirebbero per dividersi. Ma è anche controproducente appiattirsi su battaglie di "diritti", che da entrambe le parti delle barricate morali vengono invocati in coerenza con visioni del mondo inconciliabili. La politica è l'arte del possibile e ha il compito di far convivere nel presente persone, culture, fedi che si evolvono con tempi molto più dilatati e non controllabili.
Sulla proposta di un modello di reale convivenza, che non presupponga la sottomissione di una visione del mondo all'altra e riconosca allo stato un ruolo di arbitro e garante dei diritti degli uni e degli altri, può giocarsi una partita in grado di scardinare gli argomenti dei sovranisti-tradizionalisti.

Nel medesimo ambito si sviluppano le discussioni sull'immigrazione, non a caso fortemente amplificate rispetto alla loro reale portata. Dipingere come inevitabile una società sempre più meticcia è realistico e confermato dalla storia, specialmente di un paese mediterraneo come l'Italia, ma non esclude la possibilità di gestire il fenomeno e di cercare una reale integrazione, pur nelle differenze. Non è una giustificazione, ma l'emergere dell'anticorpo razzista è un fenomeno riscontrabile con regolarità matematica, in assenza di una politica d’integrazione.
Un terzo punto di debolezza è legato al rapporto cittadino-stato, sul quale non si è fatta abbastanza chiarezza. La sinistra ha appreso, nella sua parte maggioritaria, la lezione di una durissima sconfitta storica, evidenziata dal crollo degli stati social-comunisti e dell'economia pianificata. Si è trovata perciò necessariamente vicina ai liberali, che da sempre hanno sostenuto la necessità di limitare i poteri dello stato. Mentre l'evoluzione globale ha via via ridotto gli ambiti statali d'influenza, né i politici liberali né quelli di sinistra hanno saputo cavalcare l'onda, ridefinendo ambiti e struttura dello stato con l'ausilio della società organizzata, come se il potere "sovrano" della politica parlamentare / governativa e dello stato fosse ancora intatto.
Non hanno saputo dire chiaramente che le domande di prosperità, sviluppo economico, lavoro non dipendono che in piccola parte dallo stato e dalle decisioni dei politici, che possono invece interferire negativamente in modo pesante, ma nemmeno trovano risposte automatiche con la generica pratica di mercato e concorrenza. Non hanno avuto il coraggio di chiamare una platea più ampia di persone e organizzazioni a farsi carico della solidarietà con i più deboli, lasciando così che si coltivasse la pericolosa illusione di uno stato indefinitamente sociale. Entrambe le culture politiche hanno peccati originali dai quali difficilmente riescono a liberarsi: per la sinistra è il ruolo sociale preponderante dello stato, per i liberali il ruolo taumaturgico del mercato. Nessuna delle due si rassegna ad abbandonare questi modelli per formulare soluzioni in cui il ruolo sociale spetta alla società organizzata.
I cittadini continuano perciò a chiedere allo stato risultati che non è in grado di dare. Il tentativo di allentare i vincoli gradualmente e un po' in sordina non funziona benissimo: basta una crisi e le persone scoprono la realtà. E' facile per chi fa opposizione trovare argomenti che rispondano istintivamente alle domande eluse dai governi precedenti: qualche anno fa bastava dire che serve meno stato, oggi il contrario. Stato "buono" ovviamente, in opposizione a quello "cattivo" governato dagli altri. Ma anche in questo caso è una risposta di breve periodo: il re è nudo, prima o poi qualcuno trova il coraggio di dirlo.

E infine, elemento più sottile ma non irrilevante, occorre riconoscere che il lessico buonista, politicamente corretto, sempre educato e gentile ha rotto i coglioni a molti. E che non è poi così grave se una persona in generale corretta ed educata sbrocca ogni tanto, rivelando sentimenti e istinti negativi. Non è credibile un mondo in cui tutti sono buoni, delicati e sempre controllati, non aiuta neppure a evitare il rischio dell’imbarbarimento.
Senza interrompere l'azione educativa e avendo sempre chiaro ciò che è giusto e ciò che è sbagliato (in ciò il relativismo non aiuta), nella quotidianità occorre trovare uno sfogo poco dannoso per quella parte di natura umana che non è perfetta: il tifo, la comicità, l'ironia sono spazi da proteggere e anche il politico più serio e impegnato deve trovare il modo di valorizzarne la funzione. L'alternativa è una compressione d’istinti che poi riemergono con violenza e oggi, specialmente sui social, sembrano incontenibili.

Guardare al futuro

La comunicazione legge inevitabilmente il presente e tende ad amplificarlo, il meccanismo democratico elettorale trasforma l'onda in voto. L'effetto onda è più marcato ed evidente rispetto a un passato ideologico, che è ben difficile rimpiangere e in cui le onde e le mode culturali esistevano eccome, ma è un effetto potenzialmente più volatile, meno persistente.
L'effetto-onda è fondamentale per vincere le elezioni: solo una parte minoritaria degli elettori, in ciascuno schieramento e con l'eccezione di alcuni piccoli partiti fortemente identitari, vota con motivazioni approfondite e con vera consapevolezza, anche dei propri interessi. Una maggioranza crescente orienta il voto verso il profumo di vittoria. Come nel calcio le squadre più vincenti hanno più tifosi, anche fuori dalle città d'origine, così anche nella politica. Non c'è da scandalizzarsi, né si può pretendere che tutti i votanti approfondiscano contenuti e logiche amministrative e politiche; peraltro si manifesta oggi l’ulteriore rischio delle false competenze, alimentato dalla disponibilità d'informazioni, verificate, false o anche solo parziali, alla portata di tutti.
In periodi di passaggio e trasformazione l'onda vincente si alimenta di un'aspettativa generica di cambiamento (in cui ciascuno vede solo gli aspetti che ritiene positivi), prelude a nuove opportunità per chi si ritiene compresso, limitato non da se stesso, ma da fattori esterni o da un qualche nemico, identificato in una figura di leader dell’opposizione.
Ma l’onda si gonfia anche solo per l'impalpabile piacere di sentirsi vincente, contrapposto alla frustrazione della sconfitta. Non a caso sui social, teatro ormai privilegiato di una continua disfida di parole e atteggiamenti, l’argomento frequente che i sostenitori dei partiti al governo gettano in faccia agli oppositori è: - State zitti, avete perso. -

La politica opera nel presente, ma può scegliere di guardare poco o tanto al futuro e di mettere argomenti nuovi o passati al centro dei suoi messaggi. Quando emerge una forza di reazione occupa sempre molto bene i temi che guardano al passato: illude del ritorno a inesistenti età dell'oro, attribuisce colpe storiche, si fa vanto di saper eliminare le modernità che non piacciono.
Ma d’altro canto il futuro non è una semplice ripresa della narrazione progressista, dal tono dolciastro e buonista, non è un richiamo stereotipato ai valori comunitari, non è l'allineamento sulle posizioni più estreme dei "progressisti" sociali, non è il rifiuto sdegnato della lotta politica all'arma bianca.
Chi oggi fa politica e si sente distante dagli argomenti e dai modi dei sovranisti non può rinunciare a una quotidiana lotta d'opposizione, quella in cui si ribatte colpo su colpo, anche duramente, utilizzando tutti i mezzi leciti di pressione a disposizione, superando rapidamente la fase dei sensi di colpa, dell'incertezza, della speranza di risvegliarsi e che tutto sia finito. Non finirà fino a quando gli elettori assaporeranno altrove il profumo di vittoria, un aroma lungo e difficile da riprodurre.



La linea di difesa deve essere supportata da un attacco dotato di idee, persone e strumenti, nuovi e potenti. Occorre coltivare nuove leadership in grado di:
-   portare una sfida reale e responsabile allo stato attuale dell'Unione, di segno opposto a quello dei sovranisti. Occorre criticare le inerzie, le lentezze, il ruolo eccessivo degli stati nazionali che hanno impedito di procedere più rapidamente verso una vera Unione. Servono proposte e soluzioni istituzionali coraggiose e unificanti, in grado di mobilitare in modo trasversale gruppi e categorie in più paesi, guardando in particolare ai giovani, che non possono accettare passi indietro nella loro libertà di spostamento, di formazione, di crescita culturale rispetto a quello spazio europeo che hanno sempre vissuto come casa propria;
-   utilizzare l'arma identitaria dei sovranisti nelle regioni che cercano indipendenza dagli stati nazionali: in Spagna, nel Regno Unito, ma anche in Francia, Germania e in Italia. Il progetto di un'Unione federale basata su regioni, e non su stati, può dare un futuro ai territori che oggi rivendicano un futuro improbabile da satellite, ma anche ai tanti stati piccoli che oggi fanno parte dell'Unione, in ruolo subalterno rispetto ai più grandi. E' un'identità ancora più forte di quella nazionale, che in una vera Unione potrebbe essere valorizzata, in un quadro di governance comune che consenta di competere a livello globale. Anche in campo economico sarebbe semplice dimostrare che gli squilibri maggiori convivono proprio all'interno degli stati più grandi, Italia in particolare, smontando gran parte delle argomentazioni sovraniste;
-   sviluppare un programma di riforme che riconosca in Europa l'evidenza di due macro comunità ispirate l'una a principi cristiani e l'altra all'ateismo / individualismo; consentire a entrambe di operare per quanto più possibile secondo i propri principi, convivendo pacificamente anche con le altre comunità, ispirate a fedi religiose diverse; evidenziare ciò che unisce, senza negare ciò che radicalmente divide ed è perciò irriducibile a sintesi;
-   mettere al centro di tutto il dibattito economico e sociale il lavoro, intorno al quale costruire nuove soluzioni e modelli, costruiti su nuove forme di contratto sociale in cui lo stato è regista e sempre meno primattore. Bilancio, debito, moneta e ogni altra dimensione economico - finanziaria devono essere rielaborate alla luce della necessità di sviluppo parallelo delle intelligenze umane e di quelle artificiali, il cui incontro operativo avviene appunto nel lavoro.

Come agire?

Pur consapevoli dei punti di forza di lungo periodo, trascurare l’orizzonte immediato sarebbe molto pericoloso. Più la strada è lunga, prima bisogna partire.
-   Non si può rinunciare a un’opposizione quotidiana, senza remissione, senza incertezze, speculare a quella che hanno fatto i sovranisti in questi anni, sia pure con stile differente e in linea con altri principi. Occorre privare il sovranismo del sostegno di molte energie qualificate, di quegli esperti verso i quali mostrano distacco e anche disprezzo.
-    Sviluppare dibattiti e soluzioni su nuova Unione, futuro del lavoro, patto di comunità, consente di accumulare vantaggio sui sovranisti, impegnati nel tentativo vano di restaurare l'inesistente.
- Sarebbe razionale tentare di costruire un’opposizione partitica unica, coesa e determinata, con una forte leadership; purtroppo tutti questi risultati insieme sono difficili da raggiungere, almeno nel breve termine. E’ quindi più efficace puntare su 2 formazioni, una di “sinistra” e l’altra “liberale” (sperando che non ne serva una terza per difendere le ragioni dei cattolici): alleate verso il comune obiettivo e unite sui principi di fondo, divise in alcune soluzioni sociali economiche, come peraltro accade nella società.
-  Senza trascurare un’ulteriore possibilità: una volta raggiunto e in qualche modo consolidato il potere i sovranisti potrebbero, come spesso avviene nella storia, abbandonare i temi e i toni più sanguigni, utili alla scalata, e assumere quelli prudenti e visionari degli statisti al governo. Un po' alla volta i centravanti di sfondamento vengono messi da parte e si cerca sponda nelle aree più razionali della società, per avviare una nuova fase. Dietro alle posizioni più forti c’è sempre una scelta razionale di conquista del potere: sono convinto che nuove idee, specie se lessicalmente distinte dal passato dei loro avversari politici, potrebbero destare interesse e consentire a queste forze una conversione a U, oggi difficilmente ipotizzabile.
Anche dopo i colpi di coda la politica dimentica in fretta e trova sempre i modi di cavalcare il presente. Occorre però qualcuno che prepari i cavalli, nell'attesa di utilizzarli. Ecco, questa è la fase che deve iniziare.