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22 novembre 2018

Reddito di cittadinanza. Rispondo ad Andrea Dusi

Caro Andrea,
come promesso rispondo alla tua "sfida" e commento il tuo articolo pubblicato su Impactscool Magazine .
La domanda "Vogliamo eliminare la povertà?" è solo apparentemente retorica in effetti. La povertà, anche da come tu la descrivi, è uno stato, una fotografia, un dato statistico. Io voglio vedere il film della povertà, non voglio eliminare i dati statistici e per risponderti devo perciò riflettere sulle cause e sulle conseguenze della povertà. Che sono molteplici e già per questo mi portano a diffidare dell'efficacia di un sistema generalizzato di reddito monetario garantito.
La povertà non è un male in sé: solo per citare un caso estremo, la povertà materiale, intesa come distacco dalle ricchezze, vita estremamente sobria, riduzione al minimo delle necessità è una virtù, praticata nel tempo da asceti, di diversa impostazione spirituale, in grado di raggiungere un equilibrio invidiabile. Certo non proponibile come modello per tutti. Sono le principali conseguenze della povertà che vorrei eliminare: il degrado di persone costrette a vivere per strada, la vendita del corpo, la dipendenza in qualunque forma patologica. Per comprendere se il denaro possa eliminare queste conseguenze devo risalire alle cause, che sono molteplici. In sintesi, restringendole a quelle presenti nei paesi sviluppati: 1) malattia, in particolare mentale. Servono cure e la possibilità di vivere in un ambiente adeguato alle proprie possibilità, non denaro; 2) disabilità, inabilità permanente al lavoro. Se accertata viene già oggi riconosciuta una pensione d'invalidità o inabilità; 3) pensione ordinaria insufficiente: lo strumento già esistente è la pensione sociale, che è una forma specifica di reddito garantito; 4) forme di schiavitù, come una parte della prostituzione e dell'immigrazione (anche di quella orientale): il reddito diventerebbe un'interessante entrata per gli aguzzini, occorre prima liberare e mantenere libere queste persone; 5) emigrazione da paesi poveri: è ovvio che chi arriva povero lo sia per un certo periodo (ricordiamo che nelle nostre statistiche italiane i poveri immigrati pesano per più d'un quarto sul totale, con buona pace dei cantori dell'impoverimento della classe media). Ha bisogno di opportunità di lavoro e d'integrazione sociale, di una sistemazione e di un sostentamento dignitosi per potersi concentrare nella ricerca del lavoro e nello studio di lingua, leggi, comportamenti del paese in cui è arrivato. Davvero ritieni che sarebbe efficace dare anche a questi poveri un reddito incondizionato? 6) provenienza da famiglia povera: un giovane ha ancora molte possibilità di uscire autonomamente dalla povertà, con fatica, grazie allo studio, al lavoro, a relazioni sociali che lo portino ad uscire dal contesto in cui è nato. Metterlo immediatamente in un percorso di dipendenza dallo stato o da qualunque altro donatore è un disincentivo drammatico; 7) dipendenza da droghe, alcool, gioco, sesso etc. : mi pare abbastanza acclarato che a queste persone serva un ambiente in cui recuperare dignità e liberarsi dalla dipendenza; ciò passa anche dal privarli delle disponibilità di denaro, sia di provenienza illecita che lecita; 8) prolungata disoccupazione in età adulta, di persona abile al lavoro, priva di rendite: se non rientra nelle precedenti categorie ha bisogno di un aiuto ad entrare / rientrare nel mondo del lavoro. Non semplice, specialmente per donne separate con figli, ad esempio. Non è un reddito incondizionato.

Gli esempi non sono forse esaustivi, ma coprono uno spettro molto ampio dei casi e soprattutto mettono in evidenza la necessità di trattare in modo mirato e differenziato le diverse povertà, evitando soluzioni universali. Trattare in modo uguale casi diversi è massima ingiustizia.  In alcune situazioni dare denaro, anche senza condizioni, può servire, benché credo sia molto più efficace dare accesso a servizi gratuitamente (che non è affatto la stessa cosa), peraltro anche quelli che citi tu sono casi specifici. Diverso è creare una misura generalizzata e il rischio maggiore è proprio quello che tu colleghi all'evoluzione del lavoro tecnologico e delle intelligenze artificiali. Il "set aside" delle persone è il rischio più grave che corre l'umanità, ancor più di quello ambientale; la creazione di una classe d'individui in totale dipendenza da altri può creare una frattura difficile da ricomporre e destinata ad allargarsi. Chi riceve senza condizioni è portato a considerarlo un diritto e a reclamare costantemente somme maggiori, tacciando d'avarizia chi dà. Il quale, intermediato dallo stato e quindi privo di una relazione empatica con il ricevente, ritiene di essere sempre più vessato e sfruttato da una massa di approfittatori inutili e fastidiosi. Da eliminare. Spero che tu condivida il rischio estremo di un tale scenario, peraltro non impossibile.
Credo quindi che vadano chiariti, rinsaldati, sviluppati i legami tra le persone e la società di cui facciamo parte, che ciascuno debba trovare il suo posto a tavola, non solo mangiare.

Ma anche nei casi in cui sarebbe teoricamente applicabile credo che il reddito garantito in forma monetaria sia uno strumento del tutto inadatto a raggiungere l'obiettivo. E qui passo dalla critica all'invito. 
Credo infatti, e da diversi anni sto lavorando a possibili soluzioni, che la moneta sia ormai utilizzata con modalità e in ambiti molto lontani da quelli in cui è stata concepita e si è sviluppata, che in estrema sintesi si riassumono in economia dello scambio e regolazione della scarsità. Sono convinto che sia ormai vicino il passaggio a un modello economico basato sull'accesso e riscontro che già oggi, anche in per i motivi che hai indicato tu, la scarsità non è più socialmente accettabile. E almeno nei paesi sviluppati la maggior parte di beni e servizi non è scarsa, lo è "solo" il denaro destinato a procurarseli. Non sono ancora pronto a condividere un modello completo, ti invito perciò se vorrai a lavorare con me a questo progetto. 
Che prevede di ridurre complessivamente la necessità di denaro per tutti, non solo per i poveri, che sposta le regole sull'accesso a beni e servizi e che salvaguarda pienamente libertà d'impresa e concorrenza. 
Il titolo provvisorio dei miei scritti è "Ogni pasto è gratis". Come vedi non siamo forse lontani nelle intenzioni, anche se certamente nelle soluzioni. Ti aspetto.

Foto tratta da www.publicpolicy.it

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